lunedì 22 dicembre 2025
sabato 20 dicembre 2025
Contro i protocolli, contro i ‘copia e incolla’, per una pratica intelligente
Da decenni, prima come ZNKR poi come Spirito Ribelle, ho scelto di proporre una pratica delle Arti Marziali in cui il soggetto principale sia il praticante e l’Arte scelta lo strumento di preparazione e crescita dello stesso. Con ciò rovesciando il consueto modo di insegnare l’Arte come dogma, come modello, a cui il praticante deve piegarsi ed adattarsi cercandone la migliore imitazione possibile.
“Per esempio, la maggior parte delle pratiche didattiche si fonda sull’assunto che lo studente è fondamentalmente un ricevitore, che l’oggetto (“la materia”) da cui si origina lo stimolo è importantissimo, e che lo studente non ha altra scelta se non vedere e capire lo stimolo così come esso “è”. Adesso noi sappiamo che tale assunto è falso”. (N. Postman ‘L'insegnamento come attività sovversiva’)
Non trovo fertile costruire un percorso che non parta da una riflessione sul ‘Chi sei?’ del praticante, visto come individuo nella sua struttura corporeo – sensoriale, fisicoemotiva, nel suo modo di stare in relazione all’ambiente. Questo allo scopo di portarlo a conoscersi nel profondo, migliorando le sue attitudini gestuali, motorie, come condizione fondamentale per farne un guerriero: ‘Colui che sa stare nei conflitti’, quelli abituali in famiglia, al lavoro, nelle relazioni quotidiane e, nel caso, quelli da aggressione fisica vera e propria.
Allo Spirito Ribelle non ci interessa che il praticante raggiunga un livello di conoscenza dato apriori, una imitazione tendente alla copia perfetta del modello dato, quanto accompagnarlo perché percorra il più a lungo e meglio possibile il cammino della propria autorealizzazione grazie alle esperienze che la pratica marziale gli offre.
Proprio in coerenza con l’essere ‘Arte Marziale’, dunque di combattimento, ci affidiamo ad una globalità di stimoli, per esempio il risveglio di tutti i cinque sensi, per portare alla luce l’animalità sepolta da secoli di civilizzazione e ‘buone maniere’, così come pratiche di coordinazione, di ‘attività multipla e simultanea’, capaci di investire tono muscolare, uso delle articolazioni, meccaniche spiraleggianti ed elicoidali. Con ciò favorendo un autentico rapporto con la realtà del confronto con l’altro e l’ambiente, ovvero la padronanza del proprio schema corporeo, dell’orientamento spazio – temporale, dello stare consapevolmente nel ‘qui ed ora’. Quella che sì, realmente, è crescita della persona, pratica che dal Bujutsu (per dirla semplicemente, è: Darle per non prenderle o, almeno, prenderne il meno possibile) sfocia nel Budo, l’arte del buon vivere, del benessere e bellessere.
Sono fermamente convinto che ripetere e ripetere e ripetere gesti e schemi motori dati, valutare i progressi di un praticante in base alla capacità di copiare un modello dato, significa congelare l’intelligenza motoria del praticante (e il praticante stesso!!) in schemi riduttivi e unidirezionali, secondo moduli che inevitabilmente cancellano i molteplici significati di un gesto, di un’attitudine, di una postura, di una sequenza motoria, costringendoli in corto – circuiti causalistici rassicuranti (‘mi adeguo allo stile dato’) quanto impoverenti. Qui io parlo di pratica marziale e di artisti; lascio l’ossessione delle ripetizioni e dell'imitazione spasmodica di un gesto ai praticanti sportivi che vengono giudicati proprio in base alla migliore imitazione e perciò necessitano di una didattica fatta di ripetizioni e sudditanza al modello dato, come accade nelle gare di ‘forme’.
Il corpo, dunque il praticante di cui sto scrivendo, è corpo Leib e non Korper (1). Non è il corpo asettico dell’anatomia, ma il corpo libidinale. Non è mera dimensione misurabile, circoscrivibile in parametri e protocolli spazio – temporali, come dialettica tra tonicità e rilassamento. E’, invece, un corpo su cui lavorare per portare dallo sfondo in figura quelle dimensioni comunemente individuate come caratteristiche di ogni individuo: motivazioni, desideri, paure, tensioni, significati.
Significa, proprio a partire dall’immenso bagaglio che le Arti Marziali offrono, praticare il terreno dell’incertezza che è, paradossalmente, la costante del vivere, praticare l’arte del ‘conosci te stesso’, i propri bisogni ed i mezzi espressivi che ci sono più consoni.
Questo anche praticando le ‘forme’, purché lo si faccia cercandone l’interiorizzazione dell’essenza, che è sempre e del tutto personale. Perché solo quando il movimento è autentico, la forma, qualsiasi forma, diventa poesia.
Prossimamente, un post sul connubio tra pratica marziale e pratica dell’immaginazione attiva, come miglior modo di approcciarsi alle ‘forme’.
1. Leib, corpo vissuto, intrinsecamente legato alla coscienza umana- Korper, oggetto corporeo, materia che può essere osservata e misurata.
domenica 14 dicembre 2025
L'Arte della Guerra. cap. 7
L’Arte della Guerra, di Sun Tsu (circa VI secolo a.c.)
Brevi riletture nel terzo millennio che pongono domande, che sollecitano dubbi, che avanzano proposte
Cap. 7
L’arte della via spianata:
Riflessioni marziali
"Ottiene la vittoria colui che conosce il modo di trasformare un cammino tortuoso in una via spianata. Questa è l'arte delle manovre militari." "Utilizzano l'ordine per affrontare il disordine; il temperamento per contestare l'agitazione, così controllano il fattore mentale."
Le parole antiche del generale Sun Tsu, al capitolo 7, risuonano come colpi di tamburo nello scorrere interminabile del tempo. Sun Tsu non scrive soltanto di eserciti e battaglie campali. Egli svela la trama invisibile che lega il movimento del corpo alla disciplina della mente come un insieme incarnato, la strategia del campo di guerra alla quotidiana arte del vivere.
Il cammino tortuoso e la via spianata
Ogni praticante di Arti Marziali conosce la fatica dei sentieri accidentati: I muscoli che si affaticano, il pensiero che vaga altrove, la vita che frappone ostacoli inaspettati. Ma l’autentica e Tradizionale Arte Marziale consiste nella ‘guerriera’ capacità di stare nei conflitti, di trasformare la difficoltà in semplicità, il peso in leggerezza, il tortuoso in elicoidale. Così, nel gesto di una percossa o nella spirale di un passo, il marzialista lavora sul rendere fluido ciò che appare spezzettato, sul trovare l’orientamento dentro il caos.
Ordine e disordine
Il Dojo, ovunque sia e in qualunque modo sia, è un laboratorio di ordine creativo: Il ritmo del respiro, la sequenza dei movimenti, la ritualità del saluto. Ma la vera prova non si gioca soltanto sul tatami. E’ nella strada, nel lavoro, nelle relazioni quotidiane che disordine, caos e conflitti si manifestano. Il marzialista porta con sé la disciplina interiore come una torcia accesa: Fronteggia il disordine con l’ordine interiore, risponde all’agitazione con il temperamento saldo e ben radicato. Non c’è fuga né evitamento, quanto vigile presenza, capacità di restare centrati mentre attorno monta il caos, consapevolezza di stare nel “Qui ed ora”
L’immediatezza dell’agire
La pratica marziale, lo scontro, insegnano che l’attimo non concede esitazioni. Nel combattimento, come nella vita, l’agire deve nascere dal ‘vuoto fertile’ della preparazione che non è né illusione di saper prevedere il futuro memorizzando tattiche e strategie preconfezionate, protocolli standard, né improvvisazione anarchica, cieca. E’ risposta immediata, radicata in anni di sperimentazione, di pratica di e su di sé: “Un minimo di struttura e molta sperimentazione“ (H. Duplan). Il gesto che appare spontaneo è in realtà il frutto di una lunga ed appassionata semina: ogni momento di formazione, ogni postura, ogni respiro coltivato fuori dal Dojo diventa seme che germoglia nell’istante decisivo.
La pratica oltre il tatami
L'autentico marzialista non lascia la disciplina sulla soglia del Dojo. Egli porta la sua arte nella vita ordinaria: nel modo di camminare, di ascoltare, di parlare. La marzialità diventa un filo che disegna la quotidianità, trasformando ogni gesto in occasione di presenza. Così, la vittoria non è sopraffazione dell’avversario, ma conquista di sé: La capacità di rendere la vita stessa una via orientata, di mutare il disordine in armonia, l’agitazione in quiete.
Così, l’Arte della Guerra diviene arte della pace. Un percorso che non separa il Dojo dalla vita, ma li unisce in un unico lungo e profondo respiro.
martedì 9 dicembre 2025
Stille Nacht: Nel Vuoto che Orienta
Nel Vuoto che Orienta
Invito a una pratica che gira, disorienta e rivela
Martedì 23 Dicembre 2025 ore 17.00 - 19.00
Hai mai camminato a occhi chiusi, senza sapere dove finisce il tuo passo? Hai mai ruotato su te stesso fino a perdere il nord, solo per scoprire che il centro non è una direzione, ma una sensazione?
Ti invito ad una pratica che non si vede, ma si sente. Che non si afferra, ma si attraversa. Una danza con il sistema vestibolare, quel silenzioso regista dell’equilibrio, che lavora nell’ombra per tenerti in piedi mentre il mondo gira.
In questa esperienza, camminerai nel vuoto, oscillerai come canne al vento, ti fermerai nel punto esatto in cui il corpo dice “basta” e poi ripartirai, con gli occhi chiusi, con il cuore aperto.
Scoprirai che l’equilibrio non è stare fermi, ma ascoltare il movimento interno. Che la fiducia non nasce dalla vista, ma dal corpo che si orienta nel buio.
Questa non è una lezione. È un rito. Un invito a perdere l’asse per ritrovare l’essenza. A girare fino a diventare spirale. A chiudere gli occhi per vedere meglio.
Nel Vuoto che Orienta Per chi ha il coraggio di disorientarsi. Per chi vuole sentire il mondo girare… da dentro.
Necessaria la prenotazione: tsantambrogio@yahoo.it
Cosa è per noi ‘Stille Nacht’ ?
Il Natale, dal latino “natalis”, ovvero relativo alla nascita, è festa comune a diverse religioni e culture ed è, insieme al solstizio d’inverno, origine di molte “nascite” illustri di dei ed eroi nelle culture di ogni epoca e di tutto il mondo. E’ il momento in cui, quando la notte diviene padrona e il buio totale, l’uomo mantiene accesa la fiamma della sua personale fede, che, all’alba, diverrà trionfante.
E’ momento di silenzio e raccoglimento, in cui l’uomo rivede il suo percorso interiore, acquieta i suoi mostri, regola ritmo e scelte per aggiustare il suo cammino di individuazione.
giovedì 4 dicembre 2025
L'Arte della Guerra cap. 6
L’Arte della Guerra, di Sun Tsu (circa VI secolo a.c.)
Brevi riletture nel terzo millennio che pongono domande, che sollecitano dubbi, che avanzano proposte
Cap. 6
La Non-Forma: Arte, Acqua e... Silenzio
“Sii sottile per non lasciare tracce; misterioso come il silenzio e potrai essere l’artefice del destino del tuo nemico.”
Con questa affermazione Sun Tsu ci porta nel mondo del silenzio e dell’okuden,il nascosto, il celato agli occhi. Non semplice atto d’astuzia, espediente pure sovente utilizzato in guerra, come, già dai tempi antichi, ci ricordano le imprese del guerriero Ulisse cantate nell’Iliade, bensì un’arte di presenza che si dissolve, come la rugiada al sole. È l’abilità di abitare lo spazio senza fissarsi, di muoversi senza lasciare tracce, di esistere come vento che sfiora e non si trattiene.
Il mistero della non-forma
Il generale della guerra insegna che la disposizione delle truppe deve tendere alla non-forma. Non-forma significa libertà totale: Nessun contorno che possa essere catturato, nessuna figura che possa essere prevista. Quando non hai forma, sei come il vuoto che accoglie ogni possibilità. “Nemmeno la spia più astuta o il saggio più esperto” (cit.) possono decifrare ciò che non si mostra. La non-forma è il partorire del possibile, il luogo dove Heio, la strategia, nasce e muore senza mai essere afferrata.
L’Acqua come Maestra
L’acqua è la grande alleata di questa visione. Essa scorre, si adatta, penetra ogni fessura. È fiume che erode la roccia, è pioggia che nutre la terra, fino a divenire vapore che sfugge ad ogni presa. Nella sua metamorfosi, l’acqua insegna la via della non-forma: Essere insieme contenuto e contenitore, forza e leggerezza, presenza e assenza. Essere contemporaneamente più presenze dissimulate l’una nell’altra così da non essere identificabili: “Ogni corso d’acqua, anche quando fluisce in modo apparentemente omogeneo, è suddiviso in ampie superfici interne” (T. Schwenk ‘ Il caos sensibile’). Così, l’abile praticante di Arti Marziali diventa acqua: fluido nella gestualità, privo di ogni intenzione, capace di trasformarsi repentinamente in ciò che la situazione richiede.
L’autentica Pratica Marziale
Nel caos di ogni scontro, di ogni combattimento, come nella lacerante difficoltà di ogni situazione di crisi, la non-forma si manifesta come intuizione ed ascolto profondo. La percossa che non si irrigidisce nella contrazione muscolare, Kime, ma esplode e si propaga nel Fa Jin; la proiezione al suolo, Nage waza, che non contrasta ma accompagna; la postura che non si cristallizza divenendo così attura, secondo la splendida definizione di Moshe Feldenkrais (1); il movimento che nasce da Ku, il vuoto fertile, e vi ritorna. Il praticante non si sforza di imporre né di reagire, ma risponde adattandosi; non si aggrappa ad una tecnica, ma lascia che waza, la tecnica, nasca e si dissolva nel gesto. Come l’acqua, egli diventa imprendibile: Ora possente onda che travolge, ora goccia che lentamente scava, ora fluido che si insinua e sgretola, fino a raggiungere lo stato di vapore: C’è ma dove e come nessuno lo sa.
Una possibile conclusione
L’insegnamento di Sun Tsu non è solo strategia militare, ma filosofia incarnata, filosofia del vivere e del tessere relazioni sane e convincenti. Essere sottili, misteriosi, lontani da ogni grossolanità, apparire in un modo agli occhi più superficiali nel mentre che si è ben altro per chi sappia vedere oltre l’apparenza: Senza forma. Questo è il percorso dell’artista guerriero. Nella pratica marziale, come nella vita di ogni giorno, la vera forza non è nel mostrarsi e mostrare, ma nel celare; non nel fissarsi dentro le proprie minuscole certezze o nell’adeguarsi passivamente a quelle condivise dagli altri, ma nel fluire cercando la strada migliore, quella consona alla nostra natura più profonda, sempre pronti a ricredersi e cambiare, a prendere una diversa direzione laddove quella comoda ed abituale si riveli arida ed egoista. Nello scegliere accuratamente da chi farsi conoscere a fondo eludendo sguardo e presa di chi non ci interessa. Chi diventa acqua e poi vapore diventa destino: Imprendibile, non incasellabile in ruoli, mai banale e sempre presente nel “qui ed ora”.
1. Neologismo-sintesi di postura e azione, utilizzato da Moshe Feldenkrais per rendere più dinamico il concetto tradizionalmente statico di postura: Una buona postura ci permette di muoverci e di agire secondo le immediate necessità e con totale facilità, senza fatica e senza doverci prima riorganizzare.
lunedì 1 dicembre 2025
Il mio pensiero di Dicembre 2025
L’immaginazione attiva e la pratica Kenpo
Taikiken e Tai Chi Chuan qui al
DAO – Spirito Ribelle
Essere mossi invece di muovere
“Il vento non bussa mai alle porte”, questa semplice frase mi accompagna spesso nelle mie riflessioni.
L’immaginazione attiva, come la praticava Carl Gustav Jung, non è fuga dalla realtà, ma immersione in un dialogo vivo con le forze interiori. È un lasciarsi attraversare da immagini che non sono semplici fantasie, bensì presenze, impulsi, archetipi che premono per incarnarsi.
Qui, allo Spirito Ribelle, Il Kenpo Taikiken, Arte Marziale che nasce dall’essenza del movimento naturale, e il Tai Chi Chuan, Arte Marziale che poggia sul mondo delle iperboli taoiste, incontrano questa visione così come un fiume va a scomparire nel mare. Non si tratta di costruire una capacità muscolare, né di dirigere il gesto come farebbe un burattinaio: Si tratta, invece, di lasciar accadere. Il marzialista Spirito Ribelle si pone in ascolto, come dentro ad un sogno che prende forma, e attende fiducioso che l’impulso motorio sgorghi dal profondo.
Il gesto come epifania
In uno schema che vede:
Aprirsi all’inconscio
Lasciare che spontanee gestualità si espandano nello spazio
Domandarsi quale senso dare a quel movimento e come integrarlo nella vita quotidiana
lì il movimento non è più un atto deliberato, ma un’epifania. È come incontrare un linguaggio nuovo o semplicemente un linguaggio perduto, dimenticato: Il braccio che si muove non è “agito da me”, ma da una corrente che mi attraversa; la gamba che avanza non è una decisione, ma una “rivelazione”.
In questo senso, autentico e Tradizionale, il Kenpo Taikiken e il Tai Chi Chuan divengono un rito di incarnazione: L’immagine interiore si fa carne, il simbolo si fa gesto. Non è più il praticante che si muove, ma il movimento spontaneo che lo muove.
Essere mossi
Essere mossi significa innanzitutto rinunciare al copiare uno schema prestabilito e poi alla pretesa (impossibile?) di controllare minuziosamente la propria gestualità. Infine, significa accogliere l’imprevisto, viverlo in toto e, mano a mano, esperienza dopo esperienza, senza fretta né censure, introiettarlo. Farlo prendendosi il tempo e la responsabilità di conoscersi nel profondo attraverso di esso, avventurandosi nel personale mondo del Sapere Profondo. È un atto di fiducia, come aprire le mani e lasciare che il vento le sollevi. È un dialogo con l’invisibile, dove l’Io si fa fitro e l’energia vitale, Ki o Chi, trova la sua Via.
In questo spazio, il corpo diventa confine elastico, mobile: Tra il visibile e l’invisibile, tra il conscio e l’inconscio, tra il gesto e l’immagine. L’artista marziale non si sforza di dominare, ma di ascoltare. Tutto questo nel solco del Wu Wei, che è non sforzarsi . Egli non forza, non eccede, ma ascolta e riceve. Nemmeno inventa, ma lascia emergere.
Conclusione
Il Kenpo Taikiken e il Tai Chi Chuan, vissuti nel solco dell’immaginazione attiva, sono un invito a lasciarsi sorprendere dal movimento che nasce da dentro. Sono arti che non insegnano a “fare”, ma a “essere mossi”. In questo lasciar accadere, il corpo diventa dipinto vivente e l’immaginazione, la reverie, muta in personale esperienza incarnata.
“Noi non muoviamo: Siamo mossi.
Non imponiamo: Lasciamo accadere.
Il gesto nasce dalle voci del corpo.”


















