giovedì 27 marzo 2025

Il fascino dell’invisibile






Da decenni msono fatto l’idea che quando è la tecnica, la ricerca tecnica, a prevalere, lì si infiacchisce fino a svanire ogni manifestazione artistica, financo ogni artigianato del vivere.

Fondare la pratica sulla ricerca tecnica, sulla perfezione tecnica, mi pare come scrivere parole sull’acqua.

Mi piace ricordare il motto di Herns Duplan: “Un minimo di struttura e molta sperimentazione”, dove struttura non è solo l’espressione tecnica, ma struttura è il sé corpo fisicoemotivo del praticante, non a caso Il minimo di struttura a cui Duplan si riferisce attiene alle leggi e ai nuclei fondamentali dell’esistenza umana (1).

Il movimento che si affida alla tecnica propaga in modo manifesto e sistematico una funzione di oggettivazione del corpo: Il corpo che si sforza di imparare il gesto tecnico, si pone nella condizione di  essere osservato, diretto, consapevolmente sorvegliato, dall’Io, qui inteso come razionalità pensante e giudicante.

Personalmente, da alcuni decenni, pratico e propongo allo Spirito Ribelle, un’attenzione maggiore, prioritaria, all’espressione degli impulsi interiori che precedono i movimenti del praticante, dando inizialmente un’attenzione relativa all’abilità necessaria per la gestualità nello spazio (2).

Per condurre davvero proficuamente l’allievo, occorre una didattica ed una pedagogia / andragogia apposita, adatta, fatta di domande che lo aiutino a guardare dentro di sé unitamente al “come” si sta muovendo.






A volte utilizzo quelli che sono veri e propri koan zen fisicoemotivi, altre a quelle che chiamo "informazione d'anticipo": "Al prossimo mio attacco, ti chiederò quale parte del movimento in cui intercetti e simultaneamente contrattacchi ti procura maggiore disagio". In questo modo, sto collegando la sensazione di fluidità nel movimento con l'efficienza biomeccanica, dal che consegue che qualsiasi inadeguatezza biomeccanica verrà sperimentata come una sensazione di disagio localizzata nel punto interessato dal movimento.

Altre volte ricorro alla saggezza guerriera di antichi testi cinesi e giapponesi, come “I 36 stratagemmi. L’arte cinese di vincere”, risalente all’epoca Ming (1368 – 1644) o “Il libro dei cinque anelli” attribuito allo spadaccino Myamoto Mysashi (1584 – 1645)

Lo faccio piegando le indicazioni strategiche e tattiche volte alla vittoria in uno scontro mortale per superare e vincere le eventuali difficoltà di apprendimento motorio, gestuale.

Ti pare impossibile?

  • EppureSolcare il mare all’insaputa del Cielo si presta benissimo a deviare quella eccessiva attenzione ad un gesto che ne può impedire l’apprendimento, smorzando l’ansia di prestazione, quello sforzarsi di fare che, ma guarda un po', cozza proprio con l’invito a Wu Wei, “non tirare troppo la corda”, “non sforzarsi” che regge il pensiero taoista: Accompagno l’allievo a prestare la massima attenzione ad aspetti secondari del movimento, fatti passare come fondamentali, mentre lo porto a fare del suo meglio ciò che davvero è fondamentale offrendolo come marginale.
  • EppureHeiho no michi daiku ni tatoetaru koto ( Paragonando Heiho alla Via del carpentiere) è un costante ammonimento perché io, in qualità di Sensei, offra ad ogni allievo la possibilità di imparare e impratichirsi di ogni movimento tenendo conto delle peculiarità motorie dell’allievo stesso: Le medesime catene cinetiche che portano a Gyakuzuki – Ushirogeri (controdiretto di braccia – calcio diretto all’indietro) e a Oshitaoshi (proiezione al suolo spingendo) saranno più facilmente capite da uno sperimentandole con le percussioni, da un altro con le proiezioni al suolo.

Ritengo che il privilegiare l’acquisizione tecnica porta il praticante a ridurre le variabili dei suoi movimenti, ad affidarsi a quelli che più si confanno alla sua abilità.



Privilegiare, invece, l’intelligenza motoria, quel processo noto come embodiment, ovvero un percorso di sperimentazione ed apprendimento in cui “la consapevolezza si radica profondamente nel corpo, fino a un livello cellulare e permea ciascun aspetto dell’essere: fisico, emozionale, mentale e spirituale” (B. Bainbridge Cohen ‘Sensazione, Emozione, Azione) spinge il praticante a non privilegiare la selezione e a rifiutare l’uso di ogni singola forma di movimento che sia per lui pura acrobazia, puro virtuosismo o chiusura nell’asfittico recinto della propria comfort zone (3). Nel tentativo di far fluire liberamente i suoi movimenti spontaneamente, chi patica con “Un minimo di struttura e molta sperimentazione” sarà spesso più irregolare e impulsivo del praticante “tecnico”.

In sintonia con la visione di diversi esperti del movimento che mi hanno preceduto in questa ricerca (4), mi permetto di affermare che questi due diversi approcci finalizzano in due modi diversi l’uso del movimento: Da un lato, alla rappresentazione dei tratti più esteriori, più imitativi della gestualità e dunque della vita stessa, dall’altro, al rispecchiamento dei processi nascosti nell’interiorità dell’essere umano. E questo sì che è davvero Neijia Kung Fu, lavoro interno. E questo sì che accompagna il praticante anche verso quelle qualità umane di conoscenza di sé, equilibrio, vitalità ed erotismo altrimenti inaccessibili.

 

 

1. Per saperne di più: E, Bellia ‘Danzare le origini’

2. Per saperne di più: R. Laban ‘L’arte del movimento’

3. La comfort zone è lo stato mentale della persona che opera con un livello di prestazioni costante e senza affrontare rischi. Quando andiamo oltre la zona di comfort, ci sentiamo vulnerabili e soggetti ad un alto grado di rischio, perché nella comfort zone siamo a nostro agio, siamo sicuri di noi, agiamo movimenti e gestualità a noi noti e dunque rassicuranti.

4. Come ripeto sovente, “Io sono un nano issatosi sulle spalle di giganti”. Probabilmente il mio pregio è non smettere mai di cercare, di sperimentare, accettando cadute ed avanzamenti, dedicando tanto alla pratica e ben poco all’accaparrarmi posti di rilievo in organizzazioni o al marketing. Così cresco, migliore ed offro questa mia crescita, queste mie scoperte ai praticanti che mi accompagnano. Con il rispetto sempre dovuto a chiunque mi abbia preceduto su questo cammino di ricerca e sperimentazione perché, ai suoi tempi, è stato “avanguardia” e come tale merita rispetto ed ammirazione.




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