Nella prima parte ho affermato che il Sensei non è un Guru, non è un profeta, non è un Maestro con la M maiuscola disceso dal monte per illuminare i poveri allievi ignoranti. È più simile a un anziano vicino di casa che ha iniziato a praticare un bel po’ prima e che ora si ritrova, (suo malgrado?) a fare da guida. Con empatia e persino simpatia (1), certo. Con ironia, inevitabilmente. Con un pizzico di satira, perché, senza quella, la formazione rischia di diventare una liturgia noiosa. Lo fa non calando il ‘sapere’ dall’alto, ma utilizzando una didattica maieutica e libertaria.
Didattica maieutica, ovvero l’arte di fare domande a partire dall’allievo
Maieutica perché incentrata sulle domande, domande che partono da quel che mostra e non mostra l’allievo, non dall’Arte praticata né dal conduttore stesso, in quanto il conduttore sa che potrebbe non conoscere la risposta in anticipo, perché in questa ricerca egli è nella stessa condizione dell’allievo. Un metodo maieutico mai approssimativo, mai casuale, ma ben strutturato perché la didattica deve essere coerente, logica, e soprattutto non arbitraria. Il Sensei non può cambiare metodo come si cambiano i calzini: Oggi rigore, domani improvvisazione, dopodomani “Seguite il mio genio creativo”.
La maieutica, qui, è una forma di umiltà, è il riconoscimento che l’allievo cresce se il percorso è tanto chiaro quanto foriero di sorprese, se è ammessa, persino auspicata, la possibilità di non conoscere esattamente le risposte (2). Il conduttore non è il depositario unico ed incontrovertibile della Verità ma nemmeno colui che si inventa ogni giorno un nuovo modo per sembrare indispensabile.
Didattica libertaria, ovvero l’arte di non soffocare l’allievo con la propria bravura
Il conduttore non dovrebbe mai usare la sua conoscenza come ostentazione. La padronanza motoria, tecnica, non è un trofeo da esibire, ma un traguardo raggiunto attraverso una pratica appassionata e costante. E proprio perché è stato raggiunto così, è alla portata di tutti.
Ironicamente posso dire che il conduttore il quale usa la sua bravura per intimidire, per salire sul piedistallo, non è un buon conduttore, non è affatto un Sensei. È un…. influencer marziale. E gli influencer, si sa, fanno crescere i numeri, non le persone.
La libertà dell’allievo nasce quando il conduttore smette di fare la ruota del pavone e inizia a fare il... giardiniere che cura, osserva, pota, sostiene. Non si mette al centro del prato.
Accoglienza e conferma, ovvero l’ingrediente segreto di ogni lezione
Mantenere un atteggiamento accogliente e confermante non è buonismo. È didattica pura. È la base su cui si costruisce la fiducia e senza fiducia l’allievo non cresce, si ritira dentro di sé, si difende.
La mia intenzione satirica qui è semplice, perché ci sono conduttori che entrano in sala come se stessero per giudicare un concorso di sculture. Freddi, distanti, impeccabili. Peccato che l’allievo non sia una scultura, è un essere umano che per esprimersi e crescere necessita di sentirsi visto, non valutato.
Il conduttore che non si nasconde, ovvero il paradosso più potente
Più il conduttore è sostegno nel rapporto, più mostra la propria presenza reale, non il ruolo, non lo status, non la cintura, maggiori sono le probabilità che l’allievo cresca e migliori.
Il conduttore che indossa una maschera, che si nasconde dietro la figura professionale è come un guerriero che combatte dietro un paravento. Fa rumore, ma non si vede. E ciò che non si vede non forma, non educa. Forse persino spaventa, certamente allontana.
La crescita dell’allievo allora è direttamente proporzionale alla presenza, presenza reale, fisicoemotiva, del conduttore. Non alla sua perfezione. Non alla sua tecnica. Ma alla sua presenza.
In sintesi: il buon conduttore, ovvero il Sensei, non deve essere un supereroe, un santone, un tecnico infallibile o un monumento vivente. Deve essere un essere umano che pratica, sbaglia, ride, accompagna, sostiene e soprattutto non si prende troppo sul serio. Una sorta di allegro e scompigliato sciamano. Perché quando il Sensei si prende troppo sul serio, l’allievo smette di crescere e inizia a recitare. E le Arti Marziali, autenticamente intese, non sono né un teatro né un circo. Sono uno spazio di crescita, un terreno di caccia per adulti entusiasti ed erotici.
Prossimamente, parte 3. L’ultima.
1, L’empatia è la capacità di mettersi nei panni di un altro e sentire ciò che sente. La simpatia, invece, è l’inclinazione all’affetto o all’affinità per qualcuno. Entrambi gli atteggiamenti sono importanti per stabilire relazioni umane feconde e positive.
2. “E se qualcuno, come qui, dice qualcosa che non capiamo, tanto meglio: forse lo sogneremo, o forse ci ritorneremo su” (D. Gaita ‘ Il Tao della psicoanalisi’)




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