lunedì 20 luglio 2026

Sensei per sbaglio (pt. 1). Ovvero come smettere di insegnare e iniziare a far finta di NON insegnare

 


Da diversi decenni ho scelto, con una coerenza che sfiora l’ostinazione zen, a non pormi come Maestro, non come insegnante, e nemmeno come quel temibile “Colui che sa” che dispensa verità a stuoli di ignoranti. Preferisco la definizione di Sensei, nel suo senso più letterale e meno pomposo: Nato prima”. Che non significa “il migliore”, “l’illuminato”, ma semplicemente “arrivato un po’ prima alla festa”. Magari con la camicia in disordine, ma comunque prima.

In questo ruolo volutamente scomodo, una sorta di facilitatore marziale, un Virgilio con la cintura nera, ho sempre messo al centro l’allievo, il praticante, non il programma, non il corpus delle tecniche e delle forme, non il “cosa” imparare. Il COME è la mia fissazione, la mia poetica, il mio modo di non insegnare insegnando. E sì, ne ho scritto più volte. E sì, continuerò a farlo (minaccia o promessa, decidete voi).


Propulsività e progettualità: ovvero l’allievo come motore interiore

Riprendiamo da qui: parlare di formazione significa accordarsi sul centro stesso della persona, su quella zona sconosciuta dove si annidano:

  • la propulsività, cioè quell’energia interna che spinge verso l’espansione del proprio essere (una sorta di ‘motore a reazione’ spirituale);

  • la progettualità, ovvero la tensione verso la realizzazione personale, il desiderio di diventare ciò che ancora non si è ma che già, dal fondo, preme per venire in primo piano.

Come ci ricorda Gaetano Mollo (Il senso della formazione’), la formazione è un processo che non si limita a “mettere dentro cose”, ma tende a far emergere ciò che già vibra. Il Sensei, in questo scenario, non è il depositario di un sapere, ma una sorta di tecnico di una centrale elettrica: Ascolta, regola, calibra, e soprattutto non si mette in mezzo.

La presenza corporeo-affettiva, ovvero il conduttore come specchio che non giudica

Alba Naccari (‘Persona e movimento’) ci ricorda che il buon conduttore non può ignorare l’impatto della propria presenza corporeo-affettiva. Che tradotto in linguaggio marziale significa più o meno che: “Puoi anche spiegare il Tai Chi Chuan, l’Aikido, il Kali filippino ecc. con parole meravigliose e roboanti e tecniche eccellenti, ma se entri in sala come un frigorifero emotivo, l’allievo imparerà il freddo, non il fluire.”

Il corpo del conduttore è esso stesso un messaggio. La sua postura, la sua attura, è un invito. Il suo modo di respirare è una metafora. E la sua capacità di stare, stare davvero, è già didattica.

Non serve ‘fare’ il Maestro, ‘fare’ il Sifu. Serve essere presenti. Il resto lo fa l’allievo, se ... glielo si lascia fare.

Un pizzico di ironia finale (che finale non è)

Ecco perché, dopo cinquant’anni di pratica di cui più di quaranta anche ‘insegnando’, continuo a dichiararmi Sensei per sbaglio. Non perché non sappia cosa sto facendo (!!), ma perché ogni volta che credo di aver capito, arriva l’allievo che mi dimostra che la vera formazione è un processo a due vie, una sorta di tango marziale, un laboratorio di sorprese e stupori.

E siccome ogni buon cliffhanger merita il suo seguito, questo è solo l’inizio. La parte 2 arriverà presto, e a seguire la parte 3, con altre riflessioni, altre ironie, e forse qualche colpo di scena (non necessariamente marziale).




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