venerdì 9 gennaio 2026

Bamboo ring. Non solo Wing Chun


Nel cerchio lieve del bamboo le braccia imparano il ritorno, non evadono dal centro ma custodiscono il corpo come due lune.

A volte agiscono insieme, sorelle d’aria, altre una guida, l’altra segue, poi si scambiano i ruoli, e il cerchio respira con loro agendo il passo che non disperde.

Nel silenzio del gesto raccolto, la forza diventa ascolto e il corpo ricorda che proteggere quanto colpire è anche danzare.
























lunedì 5 gennaio 2026

Il mio pensiero di Gennaio 2026

 

La bellezza profonda del movimento intuitivo



Nella pratica delle Arti Marziali, almeno come intese qui allo Spirito Ribelle, ogni gesto va ben oltre la tecnica: E’ una porta che si apre dentro il mondo interiore. Formarsi a guardare i propri impulsi, a riconoscerli senza alcun giudizio, significa imparare a dare loro forma nel movimento. A volte è il corpo che guida, lasciando che dal fluire originino sensazioni e immagini inaspettate. In questo dialogo tra impulso e gesto, tra ascolto e azione, si affina la capacità di incontrare il proprio paesaggio interiore con sempre maggiore profondità e articolazione.

Il movimento diventa così specchio e rivelazione. Non si tratta di perseguire un’estetica esterna, di compiacere uno stile dato o lo sguardo altrui: L'autentica bellezza si manifesta quando l’obiettivo non è estetico, ma intimo. È proprio allora che ciò che si comunica è autentico, perché nasce da se stessi e non da un modello imposto.

Se, per esempio, apprezzo le capacità ginniche e di coordinazione motoria di una esponente della ginnastica artistica, ammetto che le sue esibizioni emozionalmente non mi danno nulla, non mi rivelano nulla del mondo interiore dell’atleta. Figuriamoci, allora, se mi posso appassionare (passione: “Inclinazione vivissima, forte interesse, trasporto per qualche cosa” in Enciclopedia Treccani) per le forme kata / tao lu di una qualsiasi Arte Marziale, tanto più quando esplicitamente ridotta da espressione artistica a competizione sportiva, pratica da punteggio numerico!!



Formarsi a riconoscere i propri impulsi e lasciarli esprimere nel gesto significa imparare ad ascoltare il proprio mondo interiore. Significa, questo sì, Budo: Via di crescita e trasformazione, terapia fisicoemotiva. Perché la bellezza nasce proprio quando non si cerca di apparire, allora ciò che si comunica è autentico, dunque vero.

L’intensa bellezza che così emerge non è ornamento, ma verità. È la grazia di un gesto che porta con sé la sincerità di chi lo compie. È la poesia di un corpo che non imita, non recita, ma si lascia attraversare da ciò che sente.

Le Arti Marziali, almeno come intese qui allo Spirito Ribelle, sotto questa luce, divengono un percorso di rivelazione: Una pratica artistica che non cerca di mostrare, di esibire, ma di essere. Ogni spostamento, ogni respiro, ogni rotazione è un frammento di dialogo con il proprio mondo interno. E quando questo dialogo si fa limpido, ciò che appare all’esterno è bellezza pura, perché è bellezza autentica, che non mente.

Ecco che raccomando a chi mi accompagna in questo percorso, già ZNKR ed ora Spirito Ribelle, di non imitare tanto quanto non inventare. Piuttosto

Non cercare di apparire: lascia che il gesto ti riveli.”

Con questo spirito pratichiamo le forme allo Spirito Ribelle.



giovedì 1 gennaio 2026

Tai Chi Chuan e Immaginazione Attiva: Un viaggio tra gesto e simbolo

 

Introduzione

Il Tai Chi Chuan, e in genere tutte le Arti Neijia Kung Fu / Naido, sono sovente interpretate come una “meditazione in movimento”: Una sequenza di gesti fluidi che armonizzano corpo, respiro e mente.

L’immaginazione attiva, proposta da Carl Gustav Jung, psichiatra e psicoanalista, è un metodo per dare voce alle immagini interiori, lasciando che esse si manifestino e dialoghino con la coscienza.

Personalmente, grazie anche alla mia formazione professionale in terapia ad indirizzo gestaltico ed alle esperienze corporee in diverse arti di movimento non marziali (1),coniugo le due pratiche suddette. Così, la forma del Tai Chi Chuan, ed in genere la pratica complessiva qui allo Spirito Ribelle, tra Kenpo Taiki Ken e Pa Kwa / Hakkeshou, diventa un teatro vivente dove archetipi e simboli si incarnano nel movimento. Per altro, in questa direzione andava già l’antica e Tradizionale pratica taoista delle Arti Marziali fatta di immagini, miti e figure leggendarie: Sorta di immaginazione attiva ante litteram!! Insomma, niente a che vedere con le vuote ripetizioni corporee che si snocciolano una dopo l’altra ed alle aride teorizzazioni e disquisizioni da ‘supercazzola’ travestite di misticismo che imperano nei vari Kwan, Dojo e palestre che vendono il Tai Chi Chuan e le pratiche sorelle.



La cornice junghiana in breve

  • Immaginazione attiva: Non è fantasia arbitraria, ma ascolto delle immagini che emergono spontaneamente dall’inconscio.

  • Archetipi: Figure universali che si presentano come personaggi, paesaggi o forze interiori.

  • Dialogo: L’immaginazione attiva invita a interagire con queste immagini, non a reprimerle.

Ormai da decenni la ricerca scientifica ha portato alla luce che ogni cellula del corpo è dotata di intelligenza e memoria, che in noi operano non solo la stretta interrelazione tra i diversi sistemi corporei ma anche una ‘mente’ che abita in tutto il corpo e non solo nel cervello. La memoria delle esperienze più consistenti sedimenta nel corpo ed è per questo che mettere in moto la capacità simbolica del corpo è uno straordinario modo per riconnettersi a quei vissuti e ricreare un ponte tra l’evento e il ricordo.

Semplificando, come si svolge l’esperienza? Si chiudono gli occhi, si attiva il ‘respiro profondo’ e ci si mette in ascolto delle proprie sensazioni lasciando che il corpo si muova in modo spontaneo. Lentamente si entra in una dialettica tra il muoversi coscientemente e il lasciarsi muovere da un qualcosa che non si conosce. Gradualmente si riesce a dare forma gestuale ai contenuti dell’inconscio in una continua interazione tra territorio sensorio, emotivo ed immaginale.

In questa tensione dialettica tra il muoversi consapevolmente e il lasciarsi muovere dall’inconscio, immagini ed emozioni prendono forma nel movimento del corpo. La sequenza gestuale diventa l’espressione visibile delle voci interiori. Il corpo diventa strumento e contenitore dell’esperienza, il che porta ad una situazione paradossale. Il fatto che le immagini possano essere fisicamente esperite (è il corpo stesso che le accetta e le origina) porta all’eventualità che si possa essere mossi dall’immagine pur consapevoli di non essere identificati con essa. L’intelligenza del corpo sta nel condurre l’intelletto, altrimenti incapace di esplorare, a coniugare l’immagine esperita sensorialmente nel corpo. L’Io entra attivamente nel dialogo coreografico astenendosi dal giudicare o cassare, lasciandosi invece trasportare dai contenuti della psiche e muovendoli a sua volta.

Sorgono spontanee le domande: Qual è l’emozione che mi anima? Quali sono le immagini corrispondenti a questa o quella emozione? Quali sono le qualità, gli ‘effort(2), di movimento che contribuiscono a dare forma a quelle immagini? Le forme del corpo e le immagini psichiche si modellano vicendevolmente le une con le altre.




Quale è la funzione del docente,

Sifu, Sensei?

Al conduttore del gruppo spetta il compito di scegliere su quale terreno muoversi e come. A grandi linee, come ci indicano le pratiche di DMT, questi sono i terreni esplorabili:

  • movimento primitivo, ogni gesto arcaico, primitivo; un movimento che compare come reazione a stimoli elementari.

  • movimento ordinario, il movimento di routine che prende forma nel corso dello sviluppo evolutivo per poi stabilizzarsi, costruito sulla base di schemi motori e posturali nella cui formazione gioca un ruolo decisivo l’interazione con l’ambiente.

  • movimento tecnico, qualsiasi movimento esplicitamente riferibile a una gestualità strutturata o all’aspetto di disciplina / arte che si accompagna ad espressioni artistiche. Il corpo che apprende il movimento tecnico, cioè, si trova a essere osservato, diretto, consapevolmente e volontariamente controllato

  • movimento creativo, qualsiasi espressione motoria originale che rimetta in contatto con il movimento primitivo e lo faccia riemergere in modo trasformato, in un passaggio cui non è estranea la funzione del movimento tecnico.


Qualche esempio concreto

Praticare Neijia Kung Fu / Naido attingendo all’immaginazione attiva significa trasformare ogni gesto in un simbolo incarnato:

  • Forma Tai Chi Chuan: All’apertura, immagina di spalancare le porte di un tempio interiore che ancora non conosci. Il gesto di allargare le braccia diventa l’accoglienza di un ospite archetipico del tutto inatteso e foriero di avventure ignote. Le immagini Tradizionali che distinguono ogni gesto lungo la sequenza divengono stimoli su cui confrontare la propria sensibilità, mappe di un percorso energetico, apertura verso un ribaltamento tra figura e sfondo. Per esempio, ‘spazzolare il ginocchio’ è un atto di purificazione, togliendo polvere dalle memorie interiori e confrontandosi con articolazioni che sono simbolo del procedere, del contattare quanto, inginocchiandosi, dell’accettazione di un volere superiore, dominante; ‘mani come nuvole’ rimandano alle mani come principale organo deputato al dare e ricevere, dunque allo scambio comunicativo, bioenergeticamente sono la propaggine della scarica in ciò congiungendosi con il corpo tripartito del Taiki Ken.

  • Suishou /Mani che premono: Ispirano a un dialogo con una opposizione che ti contrasta, che non è un avversario esterno, ma un aspetto di te che chiede riconoscimento, a un dialogo con chi quotidianamente ti sta accanto e con cui consapevolmente scegli ogni dì di costruire e mantenere una relazione.

  • Yuri e Neri: Diverse gestualità e traiettorie corporee che si accompagnano a diverse immagini atte a sostenere il respirare, ognuna scatenante forze e direzioni diverse, coinvolgimenti emotivi diversi. (3)



Quali benefici?

  • Profondità simbolica: Ogni sequenza gestuale non è MAI solo tecnica, ma diventa un rito di trasformazione.

  • Dialogo interiore: L’immaginazione attiva porta alla luce contenuti inconsci, rimossi,integrandoli nel corpo. E il corpo è SEMPRE il nostro personale manifesto, quello con cui ci presentiamo all’esterno, con cui interagiamo con l’ambiente: Il corpo è matrice di segni.

  • Organismo omeostatico: La pratica siffatta diviene un ponte tra gesto e immagine, tra conscio e inconscio. Il vivente è organo omeostatico, dove tute le parti stanno in relazione organica e funzionale tra di loro e rispetto al tutto.

Conclusione

Praticare l’immaginazione attiva junghiana coniugandola con il praticare Arti Marziali significa trasformare ogni gesto, ogni sequenza gestuale, in una danza archetipica. Ogni gesto diventa un incontro con un simbolo, un dialogo con l’inconscio, un passo verso l’integrazione del Sé. È un modo per rendere la pratica non solo realmente salutare e meditativa, ma anche profondamente poetica e trasformativa. E’ realmente costruzione dell’individuo guerriero, colui che ‘sta stare nei conflitti’ a partire da quelli personali, interiori e poi quelli con l’ambiente; è realmente un riprendere la Tradizione taoista dell’antica Cina per farne un percorso di crescita.

1. Tra queste, il Metodo Feldenkrais, la Danza Sensibile, Il Laban Movement Analysis, l’Expression Primitive, la Danzamovimentoterapia Espressivo relazionale, il Body Mind Centering.

2. Per Rudolf Laban, danzatore e coreografo, l’effort esprime l’energia cinetica che l’individuo produce in base al peso, allo spazio, al tempo e al flusso.

3. A questo proposito, Martedì 27 Gennaio, nell’abituale incontro settimanale, praticheremo Yuri e Neri sondando le potenzialità dell’immaginazione attiva.



sabato 20 dicembre 2025

Contro i protocolli, contro i ‘copia e incolla’, per una pratica intelligente

 



Da decenni, prima come ZNKR poi come Spirito Ribelle, ho scelto di proporre una pratica delle Arti Marziali in cui il soggetto principale sia il praticante e l’Arte scelta lo strumento di preparazione e crescita dello stesso. Con ciò rovesciando il consueto modo di insegnare l’Arte come dogma, come modello, a cui il praticante deve piegarsi ed adattarsi cercandone la migliore imitazione possibile.

Per esempio, la maggior parte delle pratiche didattiche si fonda sull’assunto che lo studente è fondamentalmente un ricevitore, che l’oggetto (“la materia”) da cui si origina lo stimolo è importantissimo, e che lo studente non ha altra scelta se non vedere e capire lo stimolo così come esso “è”. Adesso noi sappiamo che tale assunto è falso”. (N. Postman ‘L'insegnamento come attività sovversiva’)

Non trovo fertile costruire un percorso che non parta da una riflessione sul ‘Chi sei?’ del praticante, visto come individuo nella sua struttura corporeo – sensoriale, fisicoemotiva, nel suo modo di stare in relazione all’ambiente. Questo allo scopo di portarlo a conoscersi nel profondo, migliorando le sue attitudini gestuali, motorie, come condizione fondamentale per farne un guerriero: ‘Colui che sa stare nei conflitti’, quelli abituali in famiglia, al lavoro, nelle relazioni quotidiane e, nel caso, quelli da aggressione fisica vera e propria.

Allo Spirito Ribelle non ci interessa che il praticante raggiunga un livello di conoscenza dato apriori, una imitazione tendente alla copia perfetta del modello dato, quanto accompagnarlo perché percorra il più a lungo e meglio possibile il cammino della propria autorealizzazione grazie alle esperienze che la pratica marziale gli offre.

Proprio in coerenza con l’essere ‘Arte Marziale’, dunque di combattimento, ci affidiamo ad una globalità di stimoli, per esempio il risveglio di tutti i cinque sensi, per portare alla luce l’animalità sepolta da secoli di civilizzazione e ‘buone maniere’, così come pratiche di coordinazione, di ‘attività multipla e simultanea’, capaci di investire tono muscolare, uso delle articolazioni, meccaniche spiraleggianti ed elicoidali. Con ciò favorendo un autentico rapporto con la realtà del confronto con l’altro e l’ambiente, ovvero la padronanza del proprio schema corporeo, dell’orientamento spazio – temporale, dello stare consapevolmente nel ‘qui ed ora’. Quella che sì, realmente, è crescita della persona, pratica che dal Bujutsu (per dirla semplicemente, è: Darle per non prenderle o, almeno, prenderne il meno possibile) sfocia nel Budo, l’arte del buon vivere, del benessere e bellessere.

Sono fermamente convinto che ripetere e ripetere e ripetere gesti e schemi motori dati, valutare i progressi di un praticante in base alla capacità di copiare un modello dato, significa congelare l’intelligenza motoria del praticante (e il praticante stesso!!) in schemi riduttivi e unidirezionali, secondo moduli che inevitabilmente cancellano i molteplici significati di un gesto, di un’attitudine, di una postura, di una sequenza motoria, costringendoli in corto – circuiti causalistici rassicuranti (‘mi adeguo allo stile dato’) quanto impoverenti. Qui io parlo di pratica marziale e di artisti; lascio l’ossessione delle ripetizioni e dell'imitazione spasmodica di un gesto ai praticanti sportivi che vengono giudicati proprio in base alla migliore imitazione e perciò necessitano di una didattica fatta di ripetizioni e sudditanza al modello dato, come accade nelle gare di ‘forme’.




Il corpo, dunque il praticante di cui sto scrivendo, è corpo Leib e non Korper (1). Non è il corpo asettico dell’anatomia, ma il corpo libidinale. Non è mera dimensione misurabile, circoscrivibile in parametri e protocolli spazio – temporali, come dialettica tra tonicità e rilassamento. E’, invece, un corpo su cui lavorare per portare dallo sfondo in figura quelle dimensioni comunemente individuate come caratteristiche di ogni individuo: motivazioni, desideri, paure, tensioni, significati.

Significa, proprio a partire dall’immenso bagaglio che le Arti Marziali offrono, praticare il terreno dell’incertezza che è, paradossalmente, la costante del vivere, praticare l’arte del ‘conosci te stesso’, i propri bisogni ed i mezzi espressivi che ci sono più consoni.

Questo anche praticando le ‘forme’, purché lo si faccia cercandone l’interiorizzazione dell’essenza, che è sempre e del tutto personale. Perché solo quando il movimento è autentico, la forma, qualsiasi forma, diventa poesia.

Prossimamente, un post sul connubio tra pratica marziale e pratica dell’immaginazione attiva, come miglior modo di approcciarsi alle ‘forme’.


1. Leib, corpo vissuto, intrinsecamente legato alla coscienza umana- Korper, oggetto corporeo, materia che può essere osservata e misurata.





domenica 14 dicembre 2025

L'Arte della Guerra. cap. 7

 


L’Arte della Guerra, di Sun Tsu (circa VI secolo a.c.) 

Brevi riletture nel terzo millennio che pongono domande, che sollecitano dubbi, che avanzano proposte 

Cap. 7

L’arte della via spianata:

Riflessioni marziali

"Ottiene la vittoria colui che conosce il modo di trasformare un cammino tortuoso in una via spianata. Questa è l'arte delle manovre militari." "Utilizzano l'ordine per affrontare il disordine; il temperamento per contestare l'agitazione, così controllano il fattore mentale."

Le parole antiche del generale Sun Tsu, al capitolo 7, risuonano come colpi di tamburo nello scorrere interminabile del tempo. Sun Tsu non scrive soltanto di eserciti e battaglie campali. Egli svela la trama invisibile che lega il movimento del corpo alla disciplina della mente come un insieme incarnato, la strategia del campo di guerra alla quotidiana arte del vivere.

Il cammino tortuoso e la via spianata

Ogni praticante di Arti Marziali conosce la fatica dei sentieri accidentati: I muscoli che si affaticano, il pensiero che vaga altrove, la vita che frappone ostacoli inaspettati. Ma l’autentica e Tradizionale Arte Marziale consiste nella ‘guerriera’ capacità di stare nei conflitti, di trasformare la difficoltà in semplicità, il peso in leggerezza, il tortuoso in elicoidale. Così, nel gesto di una percossa o nella spirale di un passo, il marzialista lavora sul rendere fluido ciò che appare spezzettato, sul trovare l’orientamento dentro il caos.


Ordine e disordine

Il Dojo, ovunque sia e in qualunque modo sia, è un laboratorio di ordine creativo: Il ritmo del respiro, la sequenza dei movimenti, la ritualità del saluto. Ma la vera prova non si gioca soltanto sul tatami. E’ nella strada, nel lavoro, nelle relazioni quotidiane che disordine, caos e conflitti si manifestano. Il marzialista porta con sé la disciplina interiore come una torcia accesa: Fronteggia il disordine con l’ordine interiore, risponde all’agitazione con il temperamento saldo e ben radicato. Non c’è fuga né evitamento, quanto vigile presenza, capacità di restare centrati mentre attorno monta il caos, consapevolezza di stare nel “Qui ed ora


L’immediatezza dell’agire

La pratica marziale, lo scontro, insegnano che l’attimo non concede esitazioni. Nel combattimento, come nella vita, l’agire deve nascere dal ‘vuoto fertile’ della preparazione che non è né illusione di saper prevedere il futuro memorizzando tattiche e strategie preconfezionate, protocolli standard, né improvvisazione anarchica, cieca. E’ risposta immediata, radicata in anni di sperimentazione, di pratica di e su di sé: “Un minimo di struttura e molta sperimentazione“ (H. Duplan). Il gesto che appare spontaneo è in realtà il frutto di una lunga ed appassionata semina: ogni momento di formazione, ogni postura, ogni respiro coltivato fuori dal Dojo diventa seme che germoglia nell’istante decisivo.



La pratica oltre il tatami

L'autentico marzialista non lascia la disciplina sulla soglia del Dojo. Egli porta la sua arte nella vita ordinaria: nel modo di camminare, di ascoltare, di parlare. La marzialità diventa un filo che disegna la quotidianità, trasformando ogni gesto in occasione di presenza. Così, la vittoria non è sopraffazione dell’avversario, ma conquista di sé: La capacità di rendere la vita stessa una via orientata, di mutare il disordine in armonia, l’agitazione in quiete.

Così, l’Arte della Guerra diviene arte della pace. Un percorso che non separa il Dojo dalla vita, ma li unisce in un unico lungo e profondo respiro.





martedì 9 dicembre 2025

Stille Nacht: Nel Vuoto che Orienta

 

Nel Vuoto che Orienta

Invito a una pratica che gira, disorienta e rivela

Martedì 23 Dicembre 2025 ore 17.00 - 19.00

Hai mai camminato a occhi chiusi, senza sapere dove finisce il tuo passo? Hai mai ruotato su te stesso fino a perdere il nord, solo per scoprire che il centro non è una direzione, ma una sensazione?

Ti invito ad una pratica che non si vede, ma si sente. Che non si afferra, ma si attraversa. Una danza con il sistema vestibolare, quel silenzioso regista dell’equilibrio, che lavora nell’ombra per tenerti in piedi mentre il mondo gira.

In questa esperienza, camminerai nel vuoto, oscillerai come canne al vento, ti fermerai nel punto esatto in cui il corpo dice “basta” e poi ripartirai, con gli occhi chiusi, con il cuore aperto.

Scoprirai che l’equilibrio non è stare fermi, ma ascoltare il movimento interno. Che la fiducia non nasce dalla vista, ma dal corpo che si orienta nel buio.

Questa non è una lezione. È un rito. Un invito a perdere l’asse per ritrovare l’essenza. A girare fino a diventare spirale. A chiudere gli occhi per vedere meglio.

Nel Vuoto che Orienta Per chi ha il coraggio di disorientarsi. Per chi vuole sentire il mondo girare… da dentro.

Necessaria la prenotazione: tsantambrogio@yahoo.it


Cosa è per noi ‘Stille Nacht’ ?

Il Natale, dal latino “natalis”, ovvero relativo alla nascita, è festa comune a diverse religioni e culture ed è, insieme al solstizio d’inverno, origine di molte “nascite” illustri di dei ed eroi nelle culture di ogni epoca e di tutto il mondo. E’ il momento in cui, quando la notte diviene padrona e il buio totale, l’uomo mantiene accesa la fiamma della sua personale fede, che, all’alba, diverrà trionfante.

E’ momento di silenzio e raccoglimento, in cui l’uomo rivede il suo percorso interiore, acquieta i suoi mostri, regola ritmo e scelte per aggiustare il suo cammino di individuazione.