lunedì 23 marzo 2026

L'Arte della Guerra - cap. 11

 


L’Arte della Guerra, di Sun Tsu (circa VI secolo a.c.) 

Brevi riletture nel terzo millennio che pongono domande, che sollecitano dubbi, che avanzano proposte 

Cap. 11

Il Generale e le Sue Truppe Interiori

Tra la cruda realtà vissuta e descritta da Sun Tsu e la verità del combattimento oggi, in Dojo

Nella pratica delle Arti Marziali, il buon marzialista non è MAI solo. Dentro di lui si muove un esercito intero: Emozioni, timori, slanci, esitazioni, ricordi, desideri. Alcune truppe sono valorose, altre no; alcune avanzano osando, altre cercano riparo. Eppure, tutte loro compongono lo stesso Generale.

Facendo seguito alla mia interpretazione del capitolo precedente, il 10, Sun Tsu, nel capitolo undici de L’Arte della Guerra, a me pare proponga una possibile lettura che squarcia i secoli come una lama ancora affilata:

Il Tao della guerra si esprime appieno quando il valore degli uomini è concentrato come se fosse uno solo; quando si utilizza la configurazione del terreno per ricavare il massimo vantaggio sia per le truppe valorose che per quelle più deboli.”

E ancora:

Colloca le tue truppe in una posizione senza uscita, dalla quale non possono retrocedere e non le rimanga altro che lottare fino alla morte.”

Quanto qui scritto, letto dal praticante Arti Marziali, dal praticante del terzo millennio in una società ipertecnologica e del benessere, dal praticante che non è né un militare né un individuo passibile di essere chiamato, suo malgrado, ad arruolarsi per una battaglia, non tratta di eserciti esterni, ma di un comando interiore. Il Generale è invero colui che pratica; le truppe sono i suoi stati emotivi. Il terreno è la sua vita, il suo corpo, il suo respiro, il suo percorso marziale.

Il Generale come praticante: l’unità del valore

Ogni marzialista sa che l’autentico nemico non è l’avversario, ma la dispersione interna. La paura sbanda a sinistra, l’orgoglio a destra. La rabbia avanza troppo, la prudenza troppo arretra. La fredda razionalità si illude di saper prevedere, il corpo sa che deve agire.

Sta al Generale compiere l’atto più difficile: riunire le truppe, far sì che il valore degli uomini (dunque delle emozioni) si addensi come fosse uno solo. Non si tratta di soffocare ciò che è debole né di eccitare ciò che è forte, ma di dare un posto a tutto, come un comandante che conosce i suoi soldati e li dispone secondo la loro natura.

Il timore diviene vigilanza. La rabbia diviene decisione. La prudenza diviene strategia. L’incertezza diviene sensibilità.

Così il Generale non combatte più contro se stesso, ma con se stesso.



Il terreno come pratica: configurare lo spazio per crescere

Sun Tsu scrive della configurazione del terreno come di un alleato. Nella pratica marziale, il terreno è la struttura della lezione: il succedersi del respiro, il cogliere maai (la distanza), postura e attura, yomi e yoshi (percezione e ritmo), la relazione con l’altro e l’ambiente, ecc.

Un buon docente / facilitatore, (ovvero un buon Generale) sa trarre da ogni condizione un vantaggio. Le truppe valorose (le emozioni forti, dirette, impetuose) trovano sbocco nelle movenze rapide ed esplosive, nelle percosse fulminanti, nelle proiezioni decise al suolo. Le truppe deboli (le emozioni esitanti, fragili, timorose) si esaltano nel lavoro lento, nella sensibilità, nel contatto lieve. Ed insieme si amalgamano per raggiungere lo scopo.

Perché il terreno non giudica: Trasforma.

La posizione senza uscita: il luogo dove nasce il vero combattimento

La frase più aspra di Sun Tsu è probabilmente la più rivelatrice:

Colloca le tue truppe in una posizione senza uscita…”

Nella pratica marziale questo non significa cercare il pericolo reale, ma creare condizioni di verità.

Poiché consapevoli che il limite del gioco del ‘combattimento’ è appunto l’essere un gioco dove si finge di rischiare la vita; che il limite della finzione sta nel recitare un ruolo, è la simulazione, invece, l’unico ponte che avvicina, senza oltrepassarlo, al confine della crudeltà del combattimento vero, reale.

La simulazione è il luogo senza uscita dove la distanza è reale, dove il tempo è reale, dove l’atteggiamento aggressivo è reale, dove l’errore pesa, dove il corpo sente che non può scappare, dove ogni decisione è irrevocabile. È lì che le truppe interiori devono smettere di agitarsi in correnti contrapposte. È lì che il Generale deve sapersi manifestare. È lì che l’artista marziale lavora per scoprire la sua personale unità ed unicità.

Il confine tra gioco e verità

Il gioco di combattimento è utile, divertente, formativo, persino necessario per procedere sul cammino guerriero. Ma è un gioco: Le truppe lo sanno, il Generale lo sa. La finzione crea abilità motorie e tecniche, ma non incide e trasforma il cuore.

La simulazione, invece, è un rito di passaggio. Non è necessariamente violenza, ma verità controllata. Non è crudeltà, ma riconoscimento della crudeltà possibile. Non è guerra, ma sentore preciso della guerra.

È il luogo dove il praticante impara a non retrocedere dentro di sé. Dove scopre che la paura non è un nemico, ma un soldato che chiede una posizione chiara. Dove comprende che il coraggio non è assenza di timore, ma coordinazione delle truppe interiori.



Non necessariamente una buona simulazione in Dojo richiede colpi a contatto pieno , leve articolari che rompano l’arto, coltellate che feriscano profondamente. Anzi, spesso queste pratiche si mostrano come uno sfogatoio di repressioni incontrollate che mai portano alla consapevolezza del guerriero (‘colui che sa stare nei conflitti’), semmai saziano, e solo temporaneamente, sintomi di disturbi nevrotici quando non psicotici.

Conclusione:

Tao della guerra come Tao della pratica

Quando l’artista marziale diviene Generale, e le sue emozioni diventano truppe ordinate, allora il Tao della guerra (Bujiitsu) si manifesta come Tao della vita (Budo). Non c’è più dispersione, non c’è più fuga. C’è solo un esercito interiore che avanza compatto, unito, presente nel “Qui ed ora”.

La pratica marziale, allora, non è più un agglomerato di tecniche, ma un’arte di governo: Governo del corpo, governo del respiro, governo del cuore.

E in questo governo dal sapore poetico, il marzialista scopre che la vera battaglia non è contro un avversario, ma contro la propria frammentazione e le proprie parti Ombra. Che la vittoria più grande è l’unità, l’integrità.




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