Il Taiki Ken, per me una delle Arti più capaci di portare il praticante dentro il mondo interiore e farlo trasformandolo di corpo. Così il praticante Taiki Ken, attraverso la ‘danza’ Tanshu, diviene un mediatore plastico tra sé e l’universo, si muove in uno stato di coscienza espansa che lo lega indissolubilmente a quella che James Hillman, psicoanalista e filosofo, chiamava “l’anima del mondo”.
Ci sono momenti in cui il mondo reale non basta. Non perché sia povero, ma, paradossalmente, perché è troppo ricco. Lasciati trasportare, lasciati stupire come accadrebbe ad un fanciullo ed ecco che lo senti straripare oltre i suoi stessi contorni, traboccare oltre ciò che l’occhio, normalmente piegato alle abitudini, può trattenere. È allora che il corpo diventa una porta, un ponte, uno spartito di gesti che permette all’immaginazione di farsi materia.
Nel movimento, nella ‘danza’ Tanshu, un’immagine del mondo reale, che sia un albero, un volto, un animale in fuga, una minaccia che si avvicina, non rimane più un semplice riferimento. Diventa un seme. E il corpo, muovendosi, lo fa germogliare.
Abitare l’immagine
Quando penetriamo un’immagine con il corpo, non la imitiamo: La abitiamo. La lasciamo parlare attraverso le articolazioni, le spirali che percorrono il tronco, i vuoti e i pieni del respiro. È il processo caratteristico del Tanshu del Taikiken, dove il marzialista si muove immaginando un avversario invisibile, una preda da cacciare o a cui sfuggire, lasciando che la presenza immaginata modelli la qualità del gesto, la sua direzione, la sua intensità.
In questa pratica, l’immagine non è un’illusione: E’ un interlocutore. Un compagno di viaggio. Una forza che ci attraversa e ci costringe a riorganizzare il nostro modo di stare con noi stessi e al mondo.
Immagini psicotrope
Quando danziamo dentro un’immagine, essa si trasforma e ci trasforma. Non è più un oggetto esterno, ma un catalizzatore di stati interni. Diventa un’immagine psicotropa, cioè capace di alterare la percezione, di espandere il campo sensoriale, di aprire porte che la mente da sola non saprebbe trovare, di prenderci per mano e condurci dentro stati di coscienza espansa. Più di una semplice meditazione statica e senza i rischi e l’alienazione data da sostanze esterne.
Il corpo, allora, non è più un esecutore e tanto meno un imitatore. È un laboratorio alchemico. Ogni gesto è una distillazione, ogni postura un varco, ogni transizione un’evaporazione di significati perché il praticante Tanshu abita un volume, colma tutto il volume del proprio spazio, divenendo abitatore del proprio mondo tutto in un di dentro che non contempla un di fuori.
L’immagine come oggetto inesauribile
Nel Taikiken si dice che Tanshu sveli il modo in cui una persona si è allenata: Non perché esibisca una forma, ma perché mostra un modo di relazionarsi alla forma, di generarla e dissolverla continuamente.
Così accade anche con le immagini che danziamo. Non finiscono mai. Non si esauriscono. Ogni volta che le attraversiamo, cambiano. Ogni volta che cambiano, ci cambiano.
Un’immagine danzata non è mai la stessa due volte. È un organismo vivente, un animale simbolico che cresce con noi, che ci osserva mentre lo osserviamo, che ci plasma mentre lo plasmiamo.
Contemplare attraverso il corpo
Contemplare non significa fermarsi. Significa lasciarsi attraversare. Il corpo contemplante non è statico, immobile: E’ un corpo che ascolta, che si lascia modellare dalla qualità dell’immagine, che ne accoglie la vibrazione, risponde echeggiandola.
In questo senso, la danza dell’immagine è una potente forma di meditazione in movimento. Una pratica in cui il reale e l’immaginario si intrecciano fino a diventare indistinguibili. Una soglia in cui il gesto è pensiero e il pensiero è gesto.
Il corpo come luogo dell’infinito
Quando entriamo nelle immagini danzando il nostro personale Tanshu, scopriamo che il mondo non è fatto solo di cose, ma di possibilità. Che ogni forma contiene altre forme in una sorta di trans-forma. Che ogni gesto è un invito a vedere di più, a sentire di più, a essere di più.
Il corpo diventa allora ciò che è sempre stato: Un tempio di trasformazione. Un crocevia di mondi. Una porta che si apre verso l'ineffabile.
Praticando in ascolto di noi e del nostro stare al mondo, tanto più intensamente l’effetto della contemplazione attiva e creatrice agisce su di noi, facilitando il momento successivo dell’impegno. Solo così la pratica marziale smette di essere imitazione, ‘copia ed incolla’ di uno stile, di gesti dati e nemmeno è meccanica scarica di percosse a vuoto o su un bersaglio, sfogatoio di repressioni latenti. Essa è momento di crescita individuale, di formazione di individui vitali ed erotici, aperti al sereno e coraggioso confronto con l’ambiente.
La pratica:
Martedì 24 Marzo all’interno de
‘I Martedì monotematici’
ore 17.00 – 19.00
giardini Marcello Candia (Milano)
TANSHU, la danza guerriera
contatti: tsantambrogio@yahoo.it




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