mercoledì 2 aprile 2025

Perché praticare le forme, Taolu / Kata?

 



L’incontro settimanale, ogni Martedì, volge al termine. Propongo di affrontare il lavoro sulla forma di Tai Chi Chuan.

Perché facciamo la forma e a che serve?

mi chiede uno degli allievi?

Mi piace la domanda, mi piace che ciò che propongo sia letto proprio come una proposta e non una imposizione; mi piace che ogni allievo porti i suoi interrogativi, i suoi dubbi, persino le su “resistenze” (1). Solo così il percorso dentro le Arti Marziali è percorso condiviso di cui ognuno è responsabile e solo così diviene pratica di individuazione (2).

Lo so, c’è ancora chi crede, chi sostiene, che praticare gesti a vuoto o in coppia sia di per sé (in virtù di quale magia?) fonte di crescita personale, via di accesso ad uno stato di calma, equilibrio, visione profonda. E perché mai? In virtù di quale formula magica? (3) Tu mi mostri e mi fai copiare un pugno, uno spostamento, come tu, Maestro o Sifu, fai, come la tua arte e il tuo stile impongono, ed io, allievo, divento “migliore” (migliore in che?), “aumento la fiducia in me stesso”, “mi sviluppo mentalmente” (qualsiasi cosa significhi questa affermazione generica ed astratta)? Davvero costoro ci credono?

Ma torniamo a noi, alla domanda postami verso il crepuscolo, qui ai giardini Marcello Candia in Milano, da anni eletti a nostro Dojo.





Mi si affollano immediatamente svariate risposte ed i collegamenti tra di queste che ne fanno una preziosa e robusta rete in grado di accogliere la voglia di praticare di corpo e movimento che anima i praticanti Spirito Ribelle. Mi sfiorano anche le giustificazioni strampalate e impacciate che sento sin dagli inizi (era il1976) del mio percorso marziale a giustificare la pratica delle forme: Mi sfiorano e si allontanano vergognandosi. Raccolgo ed accolgo rapidamente le teorie che furono alla base della creazione dello I Chuan / Yi Quan di cui il Taiki Ken è la versione giapponese e che rifiutano la codificazione in gesti sequenziali fissi, in forme: Ne condivido l’affermazione davvero rivoluzionaria che ribaltava le pratiche abituali, ma mi permetto di ritenere che, se fatte in un certo modo, anche le forme possono abitare quelle teorie.

E perché?

  •          Praticare una forma in gruppo aiuta a formare lo spirito di gruppo, a sentirsi parte di un clan
  •        Praticare una forma in gruppo esalta la funzione del gruppo poiché

Ø  il gruppo è importante fattore di regressione in cui rappresenta la “matrice”, l’altro con cui rapportarsi differenziandosene;

Ø  nel gruppo il “discorso” di un altro mi risuona dentro suscitandomi dimensioni, tematiche e problemi che, pur sperimentando in modo personale, costituiscono induzione gruppale.

Ø  nel gruppo vedo gli altri, ma spesso li guardo per vedere me stesso, ovvero sugli altri metto cose e scene del mio mondo interno per poterle vedere. Data la reciprocità incrociata del processo, queste auto – immagini narcisistiche sono continuamente messe in crisi nel rispecchiamento gruppale.

  •       Nel gruppo la proiezione di emozioni relative a precedenti esperienze assume complessità esponenziale, in relazione alla pluralità dei membri e ai fenomeni di risonanza e rispecchiamento. Praticare una forma in gruppo (senza l’obbligo di imitare ESATTAMENTE un gesto imposto), libera la ricerca personale, fondamentale per la crescita sana dell’individuo, all’interno dei limiti di una traccia data, il che comporta la possibilità / necessità di sfruttare al meglio le personali risorse a nostra disposizione facendo dei limiti una risorsa. (Avete presente la sostanziale differenza tra “tema libero” e scrivere un tema su un argomento?)
  •       Praticare una forma in gruppo mi permette di incontrare sia i rimandi dei singoli componenti il gruppo sia il rimando collettivo, quello che nasce dalla condivisa melodia cinetica del gruppo stesso. (4)





Ovviamente questo mio e nostro modo di intendere e praticare non sono i kata / tao lu / forme del Karate e nemmeno del Tai Chi Chuan dove gli esecutori ricercano gesti perfettamente uguali scanditi con ritmo perfettamente uguale in uno spazio uguale: L’alienazione e l’incomunicabilità al potere!!

La via allo sviluppo personale, Budo, 

passa sempre attraverso l’altro.

Comprendi, ora, l’importanza del praticare una forma in gruppo sì, ma nel modo Spirito Ribelle?

 




1.     1Secondo la prospettiva della Gestalt Therapy, che regge il mio metodo di conduzione di un gruppo in amalgama con una didattica libertaria e maieutica, la “resistenza” non è altro che una risposta immediata e spontanea, sviluppata per proteggere l’autore da esperienze percepite come estranee, suscitatrici di diffidenza quando non minacciose. Queste “resistenze”, per esempio ad una proposta di pratica insolita o ritenuta noiosa, ad una situazione conflittuale intensa di corpo a corpo, in cui l’allievo, appunto, si pone come evitante, oppure recalcitra fino anche ad opporsi o affronta senza impegnarsi, non vanno minimizzate e ancor meno combattute, ma sapientemente utilizzate come risorse. In questo ci viene in aiuto il testo “I 36 stratagemmi. L’arte cinese di vincere”, risalente all’epoca Ming (1368 – 1644) volto ad una filosofia del conflitto in cui il combattente, fluido come acqua, sa adattarsi alle spinte e trazioni dell’opponente servendosene per risultare vittorioso. Io utilizzo “Solcare il mare all’insaputa del cielo” quando sono difronte ad un eccesso di attenzione e preoccupazione tali far sì che l’allievo si fissi e cristallizzi più su questi stati d’animo che sulla pratica stessa; “Intorpidire l’acqua per far venire a galla i pesci” è utile quando la resistenza si manifesta come razionalizzazione estrema, come necessità di controllo assoluto. Insomma, evviva le “resistenze” perché ci dicono molto di chi abbiamo accanto e di come fare per aiutarlo a progredire.

 

2.     L'individuazione è un processo che porta l'uomo a riconoscere la propria singolarità, di significato irripetibile, e a sentirsi soggetto responsabile capace di confrontarsi con la propria esistenza." (F. Giordano). Per "individuazione", si intende quindi un processo continuo al quale ogni individuo è soggetto durante la sua vita e nel quale l’individuo attua il proposito cosciente di diventare ciò che veramente è, differenziandosi dagli altri per tutti gli aspetti che non gli appartengono ma, allo stesso tempo, stabilendo una consapevole ed equilibrata relazione con gli altri e l’ambiente in cui opera.

 

3.     “Il xkxkxk aiuta a controllare sé stessi, a mettere a fuoco le proprie debolezze e a migliorarsi, giorno dopo giorno, mettendosi in gioco, superando i propri limiti e aumentando la fiducia in sé stessi.” (dalla spiegazione tratta direttamente dalla pagina della Federazione CONI). “Il jojojo aiuta anche a svilupparsi mentalmente. Il jojojo consiste nel superare i propri limiti” (dalla pagina esplicativa di un noto club). Al di là della solita affermazione “superare i propri limiti”, che ho già demolito in precedenti post e della cui pericolosità mai mi stancherò di mettere in guardia, come si raggiungono i mirabolanti obiettivi suddetti? Con quale didattica? Con quale pedagogia / andragogia? E’ davvero ripetere mille e mille calci, mille e mille proiezioni al suolo, mille e mille leve articolari, mille e mille fendenti di spada, il modo per raggiungerli? Siamo italiani viventi nel terzo millennio, immersi, che piaccia o meno, nella tecnologia, nella mondializzazione, in società dove si rischia di morire per incidenti automobilistici o malattie letali molto ma molto ma molto di più che per essere stati sfidati a duello o aggrediti da una banda di predoni, esperiamo tipi di lavoro, relazioni affettive, usi e costumi che nulla hanno a che spartire con l’Asia e gli asiatici dei secoli scorsi e ancora crediamo che quei lontani metodi di insegnamento ed apprendimento siano validi? Ma due letture, per restare in Italia, di Danilo Dolci, Enzo Spaltro, Umberto Galimberti, Enzo Borgna, Daniele Novara, no?

 

4.     4Per saperne di più: V. Bellia ‘Danzare le origini’. S.H. Foulkes ‘Psicoterapia gruppoanalitica’.

 



martedì 1 aprile 2025

Il mio pensiero di Aprile 2025





Mi infiacchisco piegato dallo scarno vento che mi trasporta qua e là, del tutto simile ad uno straccio umido, bagnato.

Fatico a riconoscere la mia forza e la mia vitalità, vacilla persino l’umile fierezza che mi faceva fondare su una passione intransigente.

Poi mi rendo conto che, prima o poi, lo scorrere del tempo, l’avanzare degli anni, presenta il conto a tutti, nessuno escluso. Ed il mio, invero, non è nemmeno così “salato” come è toccato ad altri.

Non ho mai amato Alessandro Manzoni. Mi sono sempre chiesto il perché de “I promessi sposi” imposto a scuola: Romanzo probabilmente buono per imparare a maneggiare gli aggettivi, ma completamente abitato dalla Divina Provvidenza per cui ogni disgrazia comunque opera a fin di bene ed il lieto fine sempre trionferà.

Al di là di ogni considerazione politica, che credo mai debba inficiare il valore o meno di un’opera d’arte, oggi mi sento più vicino al Fato verghiano (1) dunque alla realtà cruda della vita e della natura ed ai decreti inesorabili del destino il quale lascia ben poco margine alla libertà umana e alla possibilità di manipolare il futuro. Una visione che ricorda quel filone del pensiero asiatico che si riconosce nell’affermazione di Chuang Tzu, taoista, 369 – 286 a. C.: “Le gambe delle oche sono corte ma se tentiamo di allungarle, l’oca soffrirà

La curva dei miei occhi lambisce il mio cuore, il mio respiro. E’ un girotondo di danza e di gentilezza. Colgo il momento di accogliere ed accettare questa sosta forzata. Ancora dico no con la testa ma è un sì col cuore.

Sì alla cura servita dalla medicina allopatica, sì al riposo totale, sì a quella che sarà una ripresa lenta lenta e, confido, progressiva.

Un pezzo di salute si è allontanato e ora si prende un altro amante, niente di grave ed io resto qui a ricostruire un terreno fertile perché lei torni ad abbracciarmi.

Lo Spirito Ribelle va avanti, sempre e comunque, con il contributo dei partecipanti che continueranno a trovarsi e a formarsi ogni Martedì, in quell’accogliente Dojo all’aperto che sono i giardini Marcello Candia, ed è anche a loro, ai praticanti ed amici che vivono Spirito Ribelle, che devo una buona cura, un buon riposo ed un gran buon rientro, tra un mese o due. Spero.

 

1.         Giovanni Verga (1840 – 1922), scrittore e senatore, approvò le manovre repressive del generale Bava Beccaris durante i moti del 1898, la politica autoritaria e colonialista del presidente del consiglio Francesco Crispi, il nascere del movimento fascista.