venerdì 15 febbraio 2013

La festa di Biagio


“Nessuno può vivere senza il piacere”
(san Tommaso d’Aquino)

Sì, proprio il nostro Biagio. L’allievo che, con Claudio, mi accompagna nel percorso marziale dai tempi dell’Umanitaria. L’allievo che, giunto allo Z.N.K.R. alle soglie dei cinquant’anni, ne ha compiuti ottanta a Febbraio. E li ha voluti festeggiare insieme a noi, a noi tutti suoi vecchi e nuovi compagni di viaggio. Così ci ha invitato alla “Taverna degli amici”, godibilissima trattoria in zona, perché insieme facessimo festa.
Una bella ed allegra tavolata. Discorsi seri e “cazzeggio” si sono intrecciati; praticanti di lunga data come i Maestri Giuseppe e Massimiliano e praticanti da un paio d’anni come Luigi e Roberto; Angelica, ovvero la nipotina di Biagio, e mio figlio Lupo; compagne dei praticanti, come Monica e Carla, insieme alla famiglia di Biagio e Michele, suo figlio, anche lui praticante di “lungo corso”, dal 1984.
Grazie Biagio, cintura nera 3° dan. Grazie di esserci stato e di esserci tutt’ora, col tuo immancabile gi bianco ed i piedi scalzi, i tuoi pugni ficcanti ed imprevedibili, la tua voce seria e la tua passione profonda. Sempre presente, sempre attento ed impegnato: esempio ferreo per chi è arrivato ed arriva in questi anni. Nuovi praticanti che portano con sé, spesso, una gracilità d’intenti ed una presenza discontinua la quale stona con l’impegno che una radicale pratica marziale chiede per offrire, in cambio, crescita e maturazione adulta.
Grazie di cuore, allievo ed amico Biagio.













martedì 5 febbraio 2013

Elogio dell’assassino ( e dell’artista )


Tameshigiri = test di taglio di un katana

Il Tameshigiri è pratica  fisica e concreta. Non è imitazione del tagliare l’avversario, Tameshigiri è un mezzo per riproporre il tagliare l’avversario. Ciò che avviene, deve avvenire realmente, in quell'istante, deve essere reale.
Per questo il praticante sceglie di dare la morte ad un altro essere vivente. In questo senso il praticante è crudele, Dal punto di vista dello spirito crudeltà significa rigore, applicazione e determinazione implacabile, irreversibile, assoluta. Come scriveva Antonin Artaud: “E' un errore attribuire alla parola crudeltà un senso di spietata carneficina, di ricerca gratuita e disinteressata del male fisico".
Crudele, assoluto, perché, con un gesto, spegne una vita.
Questa decisione “ Tu muori, io vivo”  fa sì che il praticante sia presente nel “qui ed ora”, un essere fisicoemotivo, perché ciò che vive lo vive davvero, non finge. L'azione che compie in tali condizioni è quindi un'azione liberamente scelta, intesa come condizione che realizza la piena coincidenza di volontà e azione: “La vita umana è strutturata in modo tale che soltanto guardando in faccia la morte possiamo comprendere la nostra autentica forza e il grado del nostro attaccamento alla vita”
(Yukio Mishima ‘Lezioni spirituali per giovani samurai’)
Il Tameshigiri, come noi lo intendiamo, affonda nelle pulsioni primitive, nell'inconscio, conduce a stati di coscienza espansa,  così che il gesto esteriore del tagliare rivolti l’habitat interiore del praticante.
La violenza dei sensi ha il sopravvento e la percezione dell’atto comunica qualcosa di nascosto e sotterraneo.
Esso è pratica terapeutica, è  ascolto delle sollecitazioni che giungono dal profondo, è porsi  dinanzi alla nostra più profonda  natura accettandone le mille voci contrastanti, accettando la potenza illimitata di Eros e Thanatos, accettando di convivere con le parti Ombra.
“Viviamo tutti con il desiderio di sopravvivere ed evitare per quanto possibile ciò che è marcio, sporco, triste, tutto ciò che simbolizza la morte” ( C. Madanés ‘Amore sesso e violenza’)
Ma crescere, diventare adulto autodiretto, guerriero ( colui che sa stare nel confliggere), è contattare quell’area critica che possiamo chiamare limite ed affondarci le mani dentro.
Yukio Mishima
L'obiettivo del Tameshigiri non è tanto il successo nel taglio, quanto  la consapevolezza, il contatto totale con l'istante presente ed irripetibile. Il gesto fisico, attivando forze e pulsioni profonde, emozioni ( emos = sangue e mozioni = modificazioni),  si fa beffe di ogni forma e codificazione formale per creare  realtà.
Sarà, poi, il trancio di stuoia stesso a dirci della veridicità profonda e liberatoria del gesto: se il trancio resta un istante, incredibilmente lungo, lì fisso, ancora prolungamento della stuoia tutta, poi cade giù in verticale ai piedi della stuoia, perfettamente pulito e nitido nella sua superficie di stacco, ecco questo ci dice che il taglio è riuscito. Il praticante è stato letale e crudele, ovvero sincero con se stesso ed i “mostri” che lo abitano. Altrimenti … altrimenti il percorso che lo attende non solo è ancora lungo ed irto di insidie come per chi ha tagliato di netto, ma, forse, ancora egli non ha davvero deciso di denudarsi di ogni orpello, di gettare la maschera, e mettersi in cammino:
"Se sono un poeta o un attore non lo sono per scrivere o declamare poesie, ma per viverle. Quando recito una poesia non è per essere applaudito, ma per sentire corpi d'uomini e di donne - dico corpi - tremare e volgersi all'unisono con il mio". (A. Artaud )
“Abbiamo intrapreso questa azione spinti dall'ardente desiderio che voi, che avete uno spirito puro,
possiate tornare ad essere veri uomini, veri samurai!”
( Yukio Mishima, letto il 25 novembre 1970, pochi istanti prima di fare seppuku, togliendosi la vita )



Lama Danzante

venerdì 1 febbraio 2013

Le braccia mie e le braccia tue; le emozioni mie insieme alle emozioni tue


“Perciò un buon maestro, o, più precisamente, una guida, considera ogni studente individualmente e aiuta a risvegliare in lui la voglia di scoprire se stesso, dentro e fuori, e fondamentalmente a integrare le diverse parti di se stesso”
by Omeg
(B. Lee)

Il Chi Sao è un’area della pratica del Wing Chun
Chiamato in altri modi, è terreno di pratica anche in altre Arti Marziali, tutte attente al lavoro di contatto a corta / media distanza.
Due caratteristiche della pratica Chi Sao, qui voglio brevemente affrontare.
La prima è capire cosa accada nello “scambio di braccia incollate” ascoltando con tutti i sensi come  la cosa stia accadendo.
by Krenx
Questo significa, nell’agire, avere la consapevolezza di quel che io sto facendo insieme alla capacità di capire cosa sta intanto facendo l’altro, unita alla capacità di intuire cosa l’altro sta capendo di me.
Tre “voci” indissolubilmente legate e contemporanee. Per le quali occorre sviluppare empatia ( capacità di ascolto ) ed anche simpatia. Simpatia come coinvolgimento totale nello scambio, emozionandosi con l’emozionarsi del partner.
Questo toglie spazio al pensiero unilaterale, quello che agisce un’unica conclusione possibile., aprendosi invece ad un pensare ( ed agire) multifattoriale. Quest’ultimo, nel reciproco ascoltarsi, accede ad una varietà di scelte, in termini di vantaggi / svantaggi, prontamente offrendosi al mutare della situazione.
Poiché il tutto avviene in un contesto fortemente emotivo e temporalmente rapido, il praticante ha da affidarsi a tutte le potenzialità del cervello:
il tronco encefalitico ( cervello rettile), cui spetta, tra l’altro, presiedere il livello generale di attenzione e notare le informazioni sensoriali in entrata;
il cervelletto, che sovraintende al movimento nello spazio;
il sistema limbico (cervello mammifero), che è coinvolto in tutte le emozioni primordiali, quali, per esempio, l’autodifesa, o, per dirla all’inglese: “feeding, fighting, fleeing and fucking” (mangiare, combattere, scappare e copulare) come ebbe a definirle lo psicologo statunitense Robert Ornstein.
Una pratica che, certamente, non si sviluppa ripetendo sequenze di movimenti da memorizzare o risposte univoche a domande “chiuse”, come avviene nelle “sezioni” così in auge presso diverse correnti di Wing Tsun / Wing Chun: “tu spingi così, io reagisco cosà”. (1)
Una pratica che, invece, si sviluppa attraverso l’attenzione a quel che faccio e come lo faccio; dove mi muovo e come valuto il mio ed altrui spazio vitale;  quali emozioni attraverso e come influenzano il mio agire; qual è la mia attitudine interna mentre cambio la mia forma / struttura corporea. Il tutto, in una frazione di secondo che … piovono cazzotti !!
La seconda è la distanza spaziale da prendere nel Chi Sao. Scritto così pare una sciocchezza, ma vedo spesso praticanti che duettano a braccia tese o praticanti che si allacciano rapidamente in un grappling forsennato.
La distanza equilibrata, in realtà, è figlia di criteri legati all’area emotiva ed alla capacità di non subire l’evento (reagisco), quanto  di interpretarlo per modificarlo (agisco). Questa capacità si realizza nel saper gestire ansia da prestazione, voglia di fuga o, al contrario, voglia di uno sfogo immediato, permettendo, invece,  di costruire uno spazio – tempo adeguato a capire cosa sta succedendo e ad intervenire.
Il conflitto presente in ogni relazione, dunque anche nel Chi Sao, che si svolge così …. a contatto !!, presenta sia aspetti evidenti, presenti in superficie, sia aspetti  sotterranei, profondi, interni …
L’incapacità di mettersi ad una distanza adeguata al conflitto Chi Sao, ostacola l’accesso a questa  parte nascosta, sotterranea, per cui risulta ben arduo non sbattercisi contro.
Che si tratti di braccia iper tese o di braccia che subito si avvinghiano,  esse mostrano l’incapacità di saper stare nel conflitto, volendosene estraniare che sia tenendosene alla larga o che sia  volendolo risolvere in fretta. 
by darkuitar 3000
La tentata soluzione ad ogni costo, che sia reagendo all’azione altrui o prendendo “di petto” la prima soluzione che si vede, non solo depotenzia gli aspetti formativi del Chi Sao: coniugare le reciproche risorse e scarsità per costruire possibili soluzioni, ovvero la spinta al dialogo, alla cooperazione, ma pure quelli immediatamente più palpabili “ne prendo meno di quelle che ti do”.  Perché solo se so quello che faccio e come lo faccio, sarò regista del film che è lo scontro fisico. Altrimenti agirò alla cieca, sperando nel “colpo della domenica” (2), sperando che nel caos della zuffa, i miei cazzotti centrino l’altro prima che lui centri me.
Allora, buon scambio, buona relazione Chi Sao a tutti !!

“… solo chi sa combattere può non combattere e chi non sa
combattere può solo farsela addosso (…) Le masse irresponsabili sono
invitate a “non uccidere” perché il potere abbia vita facile (…)  ma
nella realtà bisogna saper uccidere per cercare di non uccidere
più. Si, nel Judo io insegno a combattere e simbolicamente ad
uccidere, ma intanto insegno anche un principio morale”
(C. Barioli)

1.     La domanda chiusa ( “Ci vediamo alle 15.00 o alle 17.00 ?”)  richiede in linea di massima un sì o un no, essa  non dà molta libertà di scelta e quindi offre  poche opportunità di intervento.
La domanda aperta (“Quando ci vediamo ?”), invece, permette al praticante non solo di rispondere in base ai propri tempi quanto di lasciar emergere una vasto arco di azioni / emozioni. Questo, a livello strettamente combattivo, consente di vagliare e scegliere tra strategie e tattiche, di volta in volta, le più appropriate. Inoltre ( ed è quello che più mi interessa in ambito di formazione al confliggere quotidiano)  “… prendiamo coscienza delle emozioni attraverso il corpo, perché è attraverso le sensazioni del corpo che le registriamo e le rievochiamo. Ne consegue che, parallela a una semiotica del corpo rivolta verso l’esterno, c’è una semiotica rivolta verso l’interno che struttura l’Immagine di sé” (S. Guerra Lisi & G. Stefani: Il corpo matrice di segni”)
2.     Si intende per “colpo della domenica”, il gesto che arriva allo scopo del tutto casualmente, privo di consapevolezza o strategia. Certo … fa comunque male e, a volte, è risolutivo !!




giovedì 24 gennaio 2013

Open



“Da insegnante, mi piace scegliere la pecora nera che fa un errore ma mi regala un’emozione”
(Daniel Ezralow)

Monica, pazientemente, accetta il mio entusiasmo per “Open”, l’ultimo spettacolo ad opera della compagnia di ballo di Daniel Ezralow.
Sabato, serata libera che Lupo è … in vita. Scartiamo l’ipotesi “cinema” e ci tuffiamo nell’elegante sala degli Arcimboldi.
Ho un’autentica passione per corpo, corporeità e movimento. Monica lo sa ( beh, è pure mia moglie) ed acconsente a rinunciare al cinema per uno spettacolo di danza.
L’inizio non è dei migliori, il primo quadro risente di sfasature evidenti tra i ballerini. Poi lo spettacolo prende quota e, pur tra qualche diacronia nei tempi, ci trascina in un’entusiastica adesione. Le musiche, di stampo “classico”, sono bellissime; alcune sanno di un mio passato personale, tra Satie e Aranjuez  , altre mi rimandano alle musiche che, in radio, ascoltava mio padre negli anni ’60.
Quadri danzanti si susseguono, narrando, senza apparenti pretese, momenti di vita quotidiana, riti antichi, semplici incontri, beffarde ironie sull’esagitata voglia di palestra e lo scarico di energia frustrata, dolci melodie d’amore finite … in acqua e tanto altro ancora.
Mi pare quasi di essere invitato su percorsi seminascosti, dove nessuno e nessuna autorità ti può etichettare e  chiedere l’adesione, formale o meno, ad un’idea, ad una decisione. 
Ogni giorno, vivo e vedo il tanto auspicato adattamento, il conformismo, ( presente anche nelle diverse correnti che si propongono come anticonformiste per poi crearne uno minoritario di conformismo ) che mostra il volto di una società “grande madre”, la quale tutti ci contiene e rassicura,
Ogni giorno, vivo e vedo un senso comune, una “maggioranza silenziosa”, che t’inculca “lo stato siamo noi, sei anche tu” così non puoi certo contraddirlo: che fai, contraddici te stesso ?
Vedo tutto ciò ma, nei corpi slanciati e nelle danze virtuose dei ballerini, intravedo un invito ad accedere ai percorsi seminascosti di cui sopra. Vedo l’entusiasmo che lascia respirare il cuore e la possibile pratica di un oggi, già da oggi, diverso e… aperto. Come “Open”, aperto” è il titolo dell’opera.
Aperto, come il dio che danza nietzschiano,  ad una tenerezza birichina come al più sfrontato coraggio. Aperto alla circolazione delle pratiche e delle idee. Politicamente scorretto, controcorrente, Liberato e libero.
Applausi ed ancora applausi. Troppo breve lo spettacolo, poco più di un ora. Ma davvero bello. Da vedere, appunto.

“I più grandi ballerini non sono grandi per il loro livello tecnico, sono grandi per la loro passione”
(Martha Graham)







martedì 22 gennaio 2013

Lungo il percorso



“Porto addosso le ferite delle battaglie che ho evitato”
(F. Pessoa)

I miei primi passi nel Karate
Quando iniziai la pratica del Karate, era il Febbraio del 1976, mai avrei immaginato di trovarmi, a 61 anni, ancora a praticare. A praticare quotidianamente e con tanta passione.
Iniziai col Karate perché allora, a Milano, c’erano solo Karate o Judo: a me prendeva di più menar cazzotti che avvinghiarmi e strattonarmi, forse anche in ragione delle mie “vivaci” esperienze di strada, così scelsi il Karate.
“Il” Karate perché allora era pensiero comune che di Karate ne esistesse uno ed uno solo: lo Shotokan.
Ci sarebbero voluti un paio d’anni per scoprire che lo “Shotokan” era solo uno delle centinaia di stili di Karate ed un paio d’anni ancora per scoprire che  dello Shotokan c’erano diverse interpretazioni.
Non voglio tediarvi con il mio passato marziale, tra diversi stili di Karate, poi quello che allora si chiamava “Contact” ed oggi è “Kick Boxing”, e poi il “Karate Storico / Shaolin Mon Karatedo” e Ju Jitsu, Yoseikan Budo, Kenpo, Kali, I Chuan, Wing Tsun / Wing Chun, Tai Chi Chuan …
Perché passai da una pratica all’altra era, sostanzialmente, dovuto alla ricerca dell’Arte più completa, con le “armi” più efficaci.
Con gli anni, incontro dopo incontro, mi accorsi che ero io, il praticante, a dover cercare la consapevolezza (“stare nell’esperienza – il qui ed ora; esercitare un’attenzione vigile e dinamica – il cacciatore; apprezzare sorpresa e stupore – sospensione del giudizio, ascolto empatico; scoprire lo straordinario nell’ordinario – unicità dell’esperienza” in http://www.tizianosantambrogio.it/tai.html )
 attraverso il saper gestire corpo ed emozioni: le diverse Arti erano solo strumenti per rendermi più capace.
Monica e Lupo, il mio calore
Più importante è il “come” ci passai. Un “come” che portò a galla la mia parte Ombra, quella parte “cattiva” che non volevo riconoscere ed accettare, che usciva fuori, brutale e predatoria, dotata di un’apparente vita propria ed incontrollata. Un “come” in cui fu fondamentale il mio percorso gestaltico (“Quando accade qualcosa di reale, ciò mi emoziona profondamente” F. Perls), insieme ad alcuni accadimenti personali: l’essere lasciato dal mio grande amore, mia moglie Donata, improvvisamente votatasi ad una vita di allegre vacanze, settimane bianche, divertimenti e spensieratezza in una compagnia di giovani poco più che ventenni, ancora stanziali presso mamma e papà, con ciò privato dell’immenso piacere del quotidiano vivere con mio figlio Kentaro e del quotidiano accompagnarlo  nel diventare adulto; poi l’incontro con Monica e quel che ne seguì, di sentimenti forti rinnovati, compresa la nascita di nostro figlio, il mio stupendo Lupo.
Un “come” che mi spinse a ridurre le frequentazioni di studio marziale, laddove ogni Insegnante incontrato, di qualsiasi Arte, imponeva tecniche e loro imitazione: una povertà ed una noia mortale ! 
Ripresi, invece, la pratica Feldenkrais
( “Seguendo processi organici simili a quelli del bambino che impara per la prima volta a muoversi nel campo gravitazionale, il Metodo Feldenkrais ci permette di svincolarci da schemi posturali e di movimento meccanici e ripetitivi, divenuti inadeguati e inadatti a rispondere ai nostri bisogni, o addirittura dannosi per noi. Offrendo opzioni diverse e alternative al nostro abituale modo di muoverci, e stimolando l’autoconsapevolezza, il Metodo Feldenkrais permette la ripresa della crescita delle strutture nervose e aumenta la nostra capacità di scegliere più liberamente come agire e come essere” a cura dell’ Associazione Italiana Insegnanti Del Metodo Feldenkrais ),
e mi accostai  al mondo della danza, in particolare:
Expression Primitive
( “… la danzamovimentoterapia è una preziosa occasione per essere attraversati dalla dolorosa sensazione della crescita e della conoscenza”.  Danzare le Origini. V. Bellia)
e Danza Sensibile
( “La pratica del movimento cosciente permette di confrontarsi con le risposte inattese che emergono spontaneamente dal corpo. Le azioni fisiche svelano il proprio mondo psichico ed emotivo, portando alla luce aspetti personali rimasti in ombra, e riportando alla coscienza memorie passate o addirittura arcaiche, registrate in ogni singola cellula del nostro corpo” in http://www.danzasensibile.net/storia_pratiche.htm ).
Da tutto questo impasto, andando, come è sempre stato sin dall’adolescenza, oltre il conformismo piuttosto che banalmente contro (“Vale più un cuore puro e un cazzo dritto, di ogni pensiero debole, piagnone, contro” G.L. Ferretti)  nasce una mia personale pratica marziale che, pur sempre in evoluzione, ha ormai dei cardini, delle fondamenta, ben chiari.
Restando sul campo motorio, essi sono l’identificazione dei fattori essenziali per ogni agire: peso, spazio, tempo, flusso ( come li indicava Laban )
Che significa porsi queste, come prime domande relative al corpo:
Quale parte si muove ?
Dove comincia il movimento ?
Come si estende attraverso il corpo ?
Per poi porsi quelle relative allo spazio, agli impulsi fisicoemotivi ed infine alle diverse manifestazioni della forma, per me intesa sempre come tra-sforma !!
Ma qui siamo già pienamente nel campo  dell’individuo come unità psicofisica indissolubile, pur nelle articolazioni delle funzioni vitali. In cui il “corpo” è un’unità inscindibile che genera in se stessa il proprio senso. In cui, qualunque aspetto materiale (stato fisiologico, comportamenti, espressioni vocali, ecc.) è un’impronta che rinvia a un vissuto psichico e viceversa.
La peculiarità, l’originalità di quel che facciamo allo Z.N.K.R., ne esce ben evidente. Probabilmente soli, unici, nel campo Arti Marziali, ad avere la consapevolezza di quanto sopra. Per dirla brevemente: ogni nostro gesto influenza un nostro stato d’animo e ne è a sua volta influenzato. Fatelo capire a chi pratica spinning o si sfoga  menandosi “ a tamburo” su un ring o in qualche corso di difesa da strada; a chi fa danza del ventre o memorizza e ripete forme di Tai Chi Chuan; a chi percorre vasche su vasche di nuoto o a chi, immobile, sta in posizioni del Chi Kung.  Tutto quel che fai innesta modifiche nel tuo stato d’animo e ne è a sua volta modificato. Esserne consapevoli è iniziare un percorso per scegliere quale attività fare  e come farla. Allora va bene tutto, il mimo e il Krav Maga, il Pilates e il Judo, la Zumba Dance e il Tai Chi Chuan se affronti queste quattro domande:
Cosa stai facendo ora ? Sei consapevole di come agisci ?
Cosa provi in questo tuo fare ? Come ti stai emozionando ?
Cosa vuoi evitare con questo tuo fare ? Da cosa cerchi di stare alla larga ?
Cosa vuoi veramente da questo docente e da questa pratica ?
Per noi, allo Z.N.K.R. come più volte detto e scritto, praticare Arti Marziali è metafora e metonimia del confliggere quotidiano.
Imparare a “menar le mani” per imparare a stare nei conflitti quotidiani, accettandoli come componente essenziale, positiva, di ogni relazione.

Non voglio dilungarmi oltre.
Celso
Mi preme, qui, ricondurmi
-       ad una domanda fattami, in pedana, dall’Insegnante Celso e relativa alla continuità, dialettica invero, del nostro metodo. E sì, il modo di muoverci è sostanzialmente lo stesso ,da una quindicina d’anni a questa parte. Solo ( e non è poco) sempre più sottile, più “interno”.
Perché l’avversario che hai da temere di più non è il più grosso, il più voluminoso, ma quello che non vedi, che ti colpisce senza darti alcun segnale (Ehi, stai pensando a qualcosa che va oltre lo scontro fisico ? Che dallo scontro fisico si proietta, si estende sui tuoi sentimenti, sulle tue emozioni ? Stai pensando giusto, amico: dalla formazione alle “botte” alla formazione … al vivere !). Perché così risparmi le tue energie, non le disperdi in gesti e movimenti ampi, sprechi meno ed ottieni di più (Azzz, siamo anche degli ecologisti perfetti !?!?). Perché così lavori sul sistema nervoso parasimpatico, quello che si affida alla muscolatura profonda sostenuta da visceri ed organi, lasciando in secondo piano il lavoro osteo muscolare.
Paul Klee: Insula Dulcamara
Perché “Risulta più chiaro come, fra tutte le tecniche psicologiche e corporee destinate a curare un individuo, alcune favoriscano la capacità dell'Io di esercitare il suo controllo - e sono quelle più adatte per la fase di adattamento alla realtà -, mentre altre favoriscano il recupero delle parti ombra, e quindi l'esercizio dell'Io a rinunciare al proprio controllo e a mettersi al servizio della propria integrità. Le tecniche di pensiero positivo e quelle destinate all'acquisizione di un controllo sul corpo ( come la danza classica, il culturismo, la ginnastica tradizionale e in definitiva tutta la medicina classica) sono più affini, come intenzione, alla fase di costruzione dell'Io. Nella stessa direzione si muovono tutte le forme di psicoterapia che considerano l'inconscio come una cantina buia da sgomberare. Alla fase del recupero della propria integrità sembrano invece adattarsi meglio le forme di terapia ( quali le tecniche di movimento spontaneo, la meditazione nelle sue varie forme o le psicoterapie centrate sull'espressione di sé) che vedono nell'inconscio - ma anche nel divino o nella sacralità del processo - la radice da esplorare ed eventualmente da reintegrare nella propria vita. E il corpo come il luogo dove tutto questo può accadere.” ( “Pensare col corpo”. Tolja  & Speciani ).
Luigi
-       ad una intelligente osservazione che, sempre in pedana, fece Luigi e che suona, più o meno, così: “Ma un principiante che venisse oggi in Dojo, che fatica farebbe, come potrebbe, capire e praticare in questo modo ? “
Non so che fatica farebbe, so come aiutarlo in questa fatica: Con il nostro metodo maieutico, fatto di domande, domande mirate a partire dal sapere del praticante stesso.
Quel che è certo è che, da noi, le porte sono aperte a tutti: che vogliano fare della pratica marziale uno strumento per crescere e trasformarsi nelle relazioni di ogni giorno o che, invece, semplicemente vogliano imparare a menar le mani.
Per tutti, ma soprattutto per i primi, vale la regola che chi viene regolarmente e si appassiona a quel che fa, mi accompagna lungo il percorso; chi viene saltuariamente e poco appassionandosi mi segue nel percorso; chi viene poco o nulla e poco o nulla si appassiona mi … insegue lungo il percorso !!

“Il kung fu è così straordinario perché non è affatto speciale. E’ semplicemente la diretta espressione di quello che ognuno sente con il minimo utilizzo di mosse ed energia”
(B. Lee)








lunedì 7 gennaio 2013

Oggi sposi !!


“Sii paziente verso tutto ciò che è irrisolto nel tuo cuore e … cerca di amare le domande che sono simili a stanze chiuse a chiave e a libri scritti in una lingua straniera.
Non cercare le risposte che possono  esserti date poiché non saresti capace di convivere con esse.
E il punto è vivere ogni cosa.
Vivere le domande ora.
Forse ti sarà dato, senza che tu te ne accorga, di vivere fino al lontano giorno in cui avrai le risposte”
(R.M.Rilke)

Certo, catalogare un matrimonio, il mio matrimonio, alla voce “Cose di tutti i giorni”, mi fa un po’ specie.
Non è che uno (io) si sposi tutti i giorni !!
Non sarà più, di questi tempi, l’evento unico della vita di un individuo,come non lo è né per me né per Monica entrambi già “cerimoniali” in anni lontani, ma si tratta pur sempre di un passo, di una formalizzazione importante, di rilievo.
Allora digerisco la cartella “Cose di tutti i giorni” ( ma un posto, dai, ce l’avrebbe avuto anche in “Arti Marziali”, non fosse che per la straripante presenza di praticanti un’arte del combattimento; ma spazio pure a “Da vedere”, per lo spettacolo di emozioni, sorrisi ed incontri che ha rappresentato; pure in “Da leggere” ci sarebbe potuto stare: perché di questo evento, le letture potrebbero essere molte e diverse tra loro). Sì, mi accontento di “Cose di tutti i giorni”, anche perché, a volte senza nemmeno renderci conto, ogni giorno agiamo fatti, assimiliamo esperienze di questi fatti, li formalizziamo, li ritualizziamo e tutto questo rappresenta, con il “qui ed ora”, anche il retaggio che ci indirizza in una direzione piuttosto che in un’altra. Appunto, a volte .., per poi lamentarci dei limiti di una situazione, di un “passato” che, ma guarda un po’, noi stessi abbiamo costruito e formalizzato. Tutti i giorni.

In tanti, prima, durante e dopo, mi hanno chiesto “Perché?”. Nessuno, o quasi, che mi abbia chiesto “Come?”.
Eppure la domanda in grado di leggere e comprendere ogni relazionarsi, ogni accadimento frutto del relazionarsi / confliggere è quella che supera il perché per fondarsi sul come: essa sola esprime il desiderio di capire cosa stia accadendo a partire dall’esplorazione di come stia accadendo.
Quale protagonista può poi dire con esattezza il perché del suo agire ? Perché mai, inoltre ci dovrebbe essere un unico e solo perché ? Chi, ancora, è poi convinto di poter stabilire un nesso tra due eventi solo perché si sono succeduti (post hoc ergo propter hoc) ? In ogni scienza, ciò è considerato un grossolano errore !!
OK, allora ora … non vi dirò del “come”: Non me l’avete chiesto !!

La bomboniera è stata un sorpresa spero simpatica: una tavoletta di cioccolata incartata in un foglio con la figura di due sposi, una data, un augurio che fosse un buon ricordo e … una frase a campeggiare ben in evidenza: “CE N'EST QU'UN DÉBUT CONTINUONS LE COMBAT”.
Una frase, tra quelle proposte a Monica, che lei ha subito scelto con entusiasmo. Per me sta a significare la mia adolescenza e giovinezza in tutte le sue espressioni più forti: è il motto francese del Maggio ’68. E’,lungo la mia storia, la violenza personale assurta, in gruppo, a catarsi purificatrice, a sogno di rivoluzione in una società stantia, classista e forte con i deboli quanto debole con i forti.  Sogno stupido, subito infrantosi nella sua mania di grandezza ma, almeno in qualche piccolo tratto, in qualche minuscolo scossone, portatore di cambiamenti anche radicali. Certo, a vedere come siamo conciati ancor oggi tra strapotere vaticano e manipolazioni dei mezzi d’informazione, ad essere governati da un uomo della finanza come Monti o da un imprenditore in odor di mafia ed intrallazzi come Berlusconi, a veder loro contrapporsi ( apparentemente) un travet come Bersani, c’è poco da rallegrarsi, come poco mi rallegra sentire la mano pesante dei poteri forti di banche e finanze, vedere i valori di consumo e sfrenato sessismo che imperano …. Ma, almeno, io e tanti come me, ci abbiamo provato.
Poi, quella frase è un costante, entusiastico invito a non abbandonare mai la voglia di esserci e dire e fare la propria, a manifestare i propri “sì” che siano eco del vivere che vibra in ogni aspetto del quotidiano e attende solo di scoprirsi e che, se sapremo essere individui adulti autodiretti, un giorno, forse, saremo orgogliosi di aver contribuito a scoprire.
Poi, in un matrimonio che, apparentemente, è l’apoteosi del volersi bene, del giuramento eterno, della favola linda e pulita, “Non è che l’inizio, la lotta continua”, ci sta proprio bene !!

L’emozione di avere accanto i miei due figli: Kentaro, a farmi da testimone, Lupo, a portarci gli anelli.
Fare un figlio è, per me, un inno alla vita, alla gioia del futuro, è un’iniezione di ottimismo contro tempi e modi che si presentano bui e difficili
Per questo la scelta del nome è importante. Il nome è un augurio, un indirizzo verso una strada che poi starà al singolo, divenuto adulto, scegliere o meno. Il nome è l’inizio di un percorso possibile:
Kentaro, ovvero “uomo spada”, spadaccino, Lorenzo, il nome di mio padre, a rappresentare la continuità della famiglia, dei Santambrogio.
Le stesse iniziali rovesciate per il secondo, perché, pur messi al mondo da madri differenti, sappiano sempre di essere fratelli. Così Lupo, l’animale selvatico, della libertà e della caccia, della natura oscura, Kriss, il pugnale sacro a forma del dio serpente.
I figli a cui dare tutto quello che ho, senza alcun limite. Senza la scusa del “lo faccio per il tuo bene”, senza interrogarmi più di tanto se sia giusto o sbagliato. Importante è lasciargli crescere dentro quella forza tenera che gli permetterà di affrontare la vita con il cuore aperto ed il sorriso sulle labbra. Regalargli la gioia di vivere. Magari mondata delle Ombre oscure che si annidano dentro di me, di quella violenza nera che è parte di me. Tanto, come la metti metti, nessuno cresce “principe azzurro”, “eroe senza macchia né paura”, perché la vita sa sempre come impastarti anche di merda e schifezze. E questo vale per tutti, anche per i miei ( ed i tuoi ) di figli.
Ecco, il mio matrimonio, il nostro matrimonio, mio e di Monica, è stata anche la festa, il rito dei figli.

Un simpatico saggio dedicato ai maschi, elenca così, in ordine di importanza, le scelte che la promessa sposa deve affrontare: 1) come vestirsi; 2) a chi affidare il catering; 3) chi sposare.
Gestito in totale autonomia da Monica il punto 1), lei ha poi invece contraddetto il pensiero dell’autore del saggio stesso: “L’importante è che (lo sposo) non sia tecnicamente morto e sia possibilmente scapolo e ricco” al punto 3. OK per il non morto e più o meno scapolo ( non si usa più “divorziato”), ma certo non sono ricco. A meno di non interpretare ricco come ricco di vitalità, emozioni e passione !!
Ottima, però, la scelta del punto 2), il catering: cogestito nella preparazione con l’amica e collega Betty e da quest’ultima, più famiglia & co., splendidamente realizzato. Grazie Betty !!
Un locale accogliente, ben diviso tra spazi ospitali, un caldo camino, poltrone e cuscini; cibo e bere di quantità e gran qualità e, soprattutto, uno stuolo di amici sinceri, hanno fatto emozionante, dopo la cerimonia, anche il rinfresco della sera.
Un grazie, tra gli altri, all’allievo ed amico Valerio, che ha accettato il compito di celebrare il matrimonio. E come avrei mai potuto affidare un momento così importante della mia vita ad un estraneo ?
Un grazie alla fotografa bionda, Angelica, che invece di godersi cerimonia e festa, chiacchiere e cibo, si è data al lavoro “sporco”: immortalare, passo dopo passo, attore dopo attore, il mio matrimonio.

“Omnia tempus habent”: Ogni cosa ha il suo tempo
(Ecclesiaste; settanta)







lunedì 10 dicembre 2012

Confliggere o non confliggere ?


Perché poniamo tanta attenzione alla parola “confliggere”, alla dicitura “formazione guerriera” ?

“Nessuno che sia scisso in se stesso può essere del tutto autentico”
(K. Horney)

Sgomberato il campo da ogni paranoia sulle aggressioni di malviventi che ci aspetterebbero dietro ogni angolo, ridicolo business sul quale campano migliaia di esaltati della “difesa personale” a tutto danno di centinaia di migliaia di deboli impauriti, fino agli sventurati che ho visto mostrarsi di recente in televisione. Sì, l’impiegato del tran tran quotidiano che, in nome di un’ipotetica “catastrofe” prossima e futura, non solo gira a rovistare tra immondizie per costruire fornellini da campo ( e comperatelo un fornellino !! ), accumula, ben divise per anno, scorte alimentari in rifugi segreti (!?), pure si allena ed allena altri alla difesa personale, in una Scuola made Chang Tsu Yao ( e già questo dovrebbe far riflettere sull’efficacia di quel che fa), mulinando a vuoto una spada … finta, duellando ( tutte mosse prestabilite !) con in pugno un bastone, scaricando isterici pugnetti su un colpitore.
Come scritto più volte, lasciamo alla sana indagine psicoterapeutica di ognuno il perché dedicare tempo ed energie ad imparare a difendersi, come ( parole  testuali di un ex allievo) “andare in palestra a sfogarsi a tirar pugni piuttosto che ubriacarsi o picchiare la moglie” ( e certo che è meglio, ma a – non ti risolve il problema che ti ritorna dinanzi una volta che ti sei sfogato; b – se non cambi rotta, i problemi da cui ti allontani per sfogarti aumenteranno, si accumuleranno ).
Fetting
Noi, invece, viriamo decisi ad approfondire, una volta di più, cosa intendiamo per “formazione guerriera”, per praticare il combattimento in Dojo come metafora e metonimia del confliggere relazionale quotidiano.
O meglio, prendiamo la diffusa paura di essere aggrediti per strada o in casa  da un malvivente, il che attenterebbe alla nostra persona fisica come alla nostra dignità di adulto. Eppure, il colonnello  Grossman, nel suo ottimo “On Combat” mostra, numeri alla mano, la bassissima percentuale che ha ogni americano di essere vittima di un atto di violenza: e parliamo degli agitatissimi U.S.A. !
Prendiamo il genitore che ci affida il figlio o la figlia dicendoci  “Così impara a difendersi che va sempre bene”. Difendersi da chi ? Ma tu, genitore, quante volte sei stato aggredito a scopo rapina o stupro ? E perché mai dovrebbe esserlo tuo figlio o tua  figlia ?
Ecco emergere, sotterranea e strisciante, la tendenza dell’uomo a rimpiangere la simbiosi intra ed extra uterina, quello spirito fusionale in cui non ci sia posto per il temuto contrasto.
In quest’ottica distorto – fanciullesca, in cui ogni cosa, nel grembo materno prima e nei primi anni di vita dopo, scorreva via semplice e senza intoppi, tanto la diversità, l’alterità appaiono ostacoli sul cammino della fusione, quanto quest’atteggiamento fusionale, che non ammette contrasti, genera già da sé pulsioni ed atteggiamenti violenti e distruttivi. Atteggiamenti, azioni, proiettati al di fuori della relazione che fusionale, ovviamente, non può essere, oppure contro l’altro della relazione stessa ( tutta la violenza, la “cronaca nera”, che scoppia dentro le relazioni di coppia, le famiglie, qualcosa ci stanno pur dicendo !)
Un atteggiamento fusionale ancor più presente nelle nuove generazioni, quelle affette dal “narcisismo fragile” (M. Fornaro in “Psicologia contemporanea” nov – dic 2012), ovvero quel disturbo che impedisce l’accettabilità di sé agli occhi propri e altrui. L’esasperata ricerca di realizzarsi, del tutto avulsa da relazioni franche e solidali ( e per ciò stesso necessariamente conflittuali !) con gli altri, porta, per esempio, ad un culto parossistico del proprio corpo ( e vai di palestra, addominali a tartaruga e tatuaggi in bella vista, poi creme antirughe e maschere di bellezza, tutto per nascondere quelle che il poeta chiamò “le ingiurie del tempo”). Un individuo tutto attento solo a sé e, di conseguenza, al godimento subitaneo dei beni che fanno moda e tendenza. Beni che una società ginecocratica, materna nel senso deteriore del termine laddove instilla sempre nuovi bisogni per tenere legata a sé il “figlio” / consumatore, produce ed offre in quantità vieppiù abbondanti.
Il quadro, ora, appare più nitido: tendenza umana alla fusione per non incontrare contrasti, intoppi, a cui segue l’impossibilità di ricreare il “grembo materno”, la fusione, che genera così un ”uomo del difetto, alla ricerca famelica di successo nell’insicurezza del proprio valore” (ivi).
Baj
Ecco perché così tanti uomini e donne si buttano nella “difesa personale”, nei corsi di discipline che paventando aggressioni ad ogni angolo di strada, fomentano la paura dell’ ‘uomo nero’ promettendoti l’invincibilità attraverso la forza e la cattiveria e l’essere kazzuti. Ecco perché così tanti luoghi e pratiche di sfogo: che sia la palestra dove fare a pugni, ciecamente motivato alla violenza dalla presenza dell’altro o dalla fuga da una radicale introspezione o la palestra dove svieni di fatica sotto le urla di un despota che ti incita a pedalare, pedalare, pigiare sui pedali e tu ce la metti tutta a pedalare … stando sempre sul posto (grottesca ironia che è lo spinning); il locale dove inebetirsi di alcolici trangugiati come in catena di montaggio; lo shopping compulsivo, la diffusa arroganza alla guida, che sia di un mastodontico SUV o di una leggera bicicletta, ecc .ecc.
Ecco perché, invece, noi abbracciamo una strada alternativa. Quella che accetta e comprende lo scontro, la crisi, come occasione di crescita; le resistenze dell’altro come limite  alle proprie compulsioni, all’infantile delirio di onnipotenza; l’avversione altrui come luogo di crescita adulta che si lasci alle spalle ogni distorto ricordo fusionale; la pace come realistica gestione del confliggere.
Dalì
Una pratica che, senza diktat, modelli da imitare, violenze represse da sfogare, muscoli da gonfiare per apparire più grossi e cattivi, ordini e subalternità, indica il saper stare nel conflitto ( il guerriero ) come prassi quotidiana e Via (Do) altamente formativa.
Una pratica che ( vedasi il mio post precedente ) è appannaggio di pochi, di un pensiero diverso. Di chi coraggiosamente, a volte procedendo a tentoni, sempre sperimentando su di sé, si contrappone all’omofonia, al conformismo di massa.
 Per fortuna dell’umanità che esistiamo noi e quelli come noi, quelli che  godono di ogni autentica eccitazione e di ogni senso d’impresa, quelli per cui “… in questa simbiosi fra l’irresistibile impulso ad andare oltre e la calda voglia di condividere sta il nuovo, più ampio ruolo degli sperimentatori e dei pionieri” (F. Bolelli “Con il cuore e con le palle”).
Altrimenti, pensando in grande, staremmo ancora a credere la terra piatta ed alle grandezze assolute ( beh, per il senso comune è ancora così, come se Einstein non fosse mai esistito !!), non avremmo avuto il ’68 e la poesia Beat, la pedagogia innovativa di Danilo Dolci e la pittura di Dalì …  “stay hungry, stay foolish  “ (S. Jobs ).
Munch
A te, al tuo piccolo, al tuo quotidiano, pensare come saresti tu oggi, come vivresti tu oggi, se solo avessi abbracciato il coraggio del confliggere, avessi guardato dritto negli occhi i tuoi dubbi, avessi inteso la vita come vita da vivere e non da salvare.
Però .. sei ancora in tempo a cambiare rotta, a mettere le mani dentro di te e la tua Ombra, ad affermare  la tua autentica e personale  visione delle cose, a … imparare a confliggere.

“Perché sei tiepido e non sei né freddo né fervente, io ti vomiterò dalla mia bocca” (l’Apocalisse 3.16)