lunedì 4 aprile 2016

Ma è sempre colpa del papà ?


“Allo stesso modo non basta migliorare le storie che ti racconti: devi vivere una storia migliore”
(E. Greitens)

 

by M. Sikorskaia
 L’impostazione culturale dello Z.N.K.R., il pathos che si vive dentro, il praticare stesso che è percorso di individuazione e crescita, il tessuto delle relazioni che si vanno costruendo, portano con sé alcuni tratti distintivi.
Così come il mio pormi quale Sensei (“colui che è nato prima”) ovvero sorta di mentore, che, sommariamente, è una persona capace di guardare te e la sfida che ti si pone davanti vedendo oltre le apparenze e le stesse motivazioni che tu esibisci al momento di entrare in dojo. Perché il mentore è colui che è in grado, con l’esperienza che ha, cadute e fallimenti compresi, di accompagnarti a decidere dove davvero vuoi andare, cosa davvero vuoi fare di te e del tuo vivere.

Ecco, in questo percorso condiviso, mi è sovente capitato di essere letto, vissuto, come un “papà”, o, almeno, un fratello maggiore.
Allievi rigorosamente uomini, anagraficamente già adulti, che scoprono in me quella figura maschile che, nella loro vita, è stata assente, latitante, o, se presente, autoritaria e squalificante.
Del tutto umana e logica questa loro interpretazione.

 Mentre gli animali (in libertà, che in cattività è tutt’altra cosa !!) seguono un’evoluzione naturale che va dallo stato di cucciolo a quello di adulto, a quello di genitore e compiuta l’evoluzione naturale, i comportamenti relativi a tali stati sono intercambiabili fra loro a seconda della situazione ambientale, negli essere umani il processo non è così spontaneo.
Nell’essere umano, a causa dell’evoluzione della neocorteccia celebrale che introduce nello psichismo umano la variabile dell’affettività, essi sono il risultato di un’evoluzione affettiva, di un intreccio di relazioni.

 Prima di giungere all’identificazione con la personalità adulta, il bambino ha da percorrere un lungo itinerario: deve strutturare quella personalità dentro di sé, deve cioè interiorizzarla e farla propria fino a identificarvisi e quindi fino a diventare effettivamente un adulto.
La crescita psico-affettiva che va dal bambino all’adulto al genitore, consiste nel passare da una condizione di dipendenza ad una condizione di autosufficienza, poi ad una condizione di dedizione.
Il processo naturale di strutturazione del modello comportamentale adulto è la conseguenza di cinque distinti processi, comunemente così identificati:
il reclutamento di un modello;
la memorizzazione di una sua immagine;
l’imitazione del modello;
la radicalizzazione del modello;
l’immedesimazione con il modello.

 Privi dello stato di adulto, non vi è identificazione stabile con la personalità adulta.
Inevitabile, in questo percorso in cui il confliggere in pedana, botte comprese, è metafora e metonimia dello scontrarsi quotidiano, con se stessi in primis, ma pure con l’ambiente familiare, lavorativo, affettivo, ecc. in cui l’allievo vive, incappare nel processo di transfert (e contro transfert). *

 
Nel mio modo di propormi come guida lungo il percorso di individuazione, forte della mia formazione marziale come di quella gestaltica, tendo a valorizzare la relazione allievo - Sensei, in un pastoso meticciato di vitalità e rallentamenti, neutralità e partecipazione, aspra profondità e leggera autoironia, sorriso e sofferenza, in un appassionante e insieme perturbante viaggio verso il cambiamento.
Un rapporto in cui l’inevitabile reciproco “attaccamento” sia un momento di confronto e crescita, anche intenso, anche doloroso, ma mai un “attaccamento” morboso da un lato e una prevaricazione dall’altro.

 
Questa … la teoria, l’area delle intenzioni.
by M. Sikorskaia
Perché, guardando alle spalle comportamenti, scritti, parole, gesti, in alcuni degli allievi suddetti, ho notato una serie di aspetti che tradiscono una relazione, un transfert, nient’affatto sano, ben poco … adulto.
Insanità che si manifesta con la richiesta, esplicita o mal celata, di essere aggrediti e squalificati per potersi sentire in diritto di andarsene; con una serie di parole e gesti imbevuti di rancorosa recriminazione verso un “papà” che li ha delusi. Nel migliore dei casi, con una pomposa prosopopea (costruita su qualche piccola bugia !) su come si sono affermati, hanno raggiunto i loro obiettivi, si sono realizzati anche senza il loro caro paparino o proprio perché si sono liberati del papà.

 
Lo so, in ogni relazione che diventi matura, aprire una crisi è necessario per permettere il distacco, anche doloroso, anche aspramente conflittuale, ma, appunto, il bambino che cresce DEVE prendere le distanze dal padre che lo ha cresciuto fin lì. Il padre DEVE saper accettare l’allontanarsi del figlio, anche quando la direzione presa lui non condivida.
Sarà il tempo, unito all’adultità conquistata dal figlio, a ricomporre una relazione ora tra due adulti, tra pari.
Invece, a qualcuno è capitato / capita, di non riuscire ad aprire il conflitto e nel conflitto sostare. Questi preferisce fughe vigliacche, pettegolezzi ed isterie, preferisce seminare malcontento. Rimane bambino, infelice e disadattato, che resti in famiglia ( lo Z.N.K.R.) che ne stia ai margini o che se ne allontani.

 
Lo stato di adulto consiste nella capacità di stare da soli e di lottare per autoaffermarsi.
Dunque il non avere alcun “attaccamento”, che si coniuga con l’autocentramento dell’adulto in se stesso, senza riferimenti esterni, senza più dipendenze ed illusorie sicurezze pretese da altri.
Solo così il bambino scopre che alla fine, il mondo sconosciuto ed ostile, non gli ha fatto niente.
Non che l’adulto debba essere necessariamente un antisociale, un solitario, anche se questa è la sua tendenza naturale. L’adulto può benissimo avere amici, stare in gruppo, condurre un’intensa attività sociale.
Ma non ne dipende. Per lui questo non è un bisogno, ma un piacere.
Per questo è importante la capacità di affrontare, di ingaggiare, di stare nel confliggere, come di separarsi e rincontrarsi.

 
Certo, non tutti i “bambini” passati dal Dojo si sono castrati interrompendo il loro processo di individuazione. Tra chi si è castrato, poi, alcuni sono “evaporati” senza lasciare traccia e solo alcuni, fuori o dentro la Scuola, si sono messi a tessere trame marce per difendere la loro castrazione accusando, esplicitamente o meno, il padre.
Ma quei pochi casi sono per me, comunque, motivo di riflessione sul mio operato.
Senza coltivare alcun delirio di onnipotenza, fatto salvo che probabilmente è fisiologico, in ogni organismo sano che produce energia, verificare una “perdita di calore”, ovvero una minoranza rattrappita su se stessa, mi chiedo se e come io possa aver errato nella conduzione del rapporto.

Beh, starà a Michela, amica carissima oltreché psicoterapeuta di valore, nelle cui mani mi metto quando ho da rimettermi io “in bolla” o quando mi occorre una supervisione sugli allievi verso cui coltivo delle incertezze, darmi una mano. Ed io, poi, se possibile, da un lato darla a quei bambini capricciosi e rancorosi che, stentando a divenire adulti, se la prendono con il loro papà; dall’altro non incappare negli stessi eventuali errori con gli “adulti bambini” che verranno.

 
“Noi proiettiamo sempre sul mondo la nostra visione interiore, noi abbiamo con gli altri esattamente lo stesso rapporto che abbiamo con noi stessi.
Perché gli altri, per ognuno di noi, sono sempre una proiezione di noi stessi”
(G.C. Giacobbe)

 
* Transfert è, mi si perdoni la banalizzazione, quel “carico” di sentimenti che il cliente / paziente /allievo riversa sulla figura autorevole che gli sta davanti. Contro transfert è quanto di sentimenti ed emozioni quella figura gli restituisce.
Spiegazione davvero semplicistica e dai tratti meccanicistici, scritta solo come indicazione di massima.

 


venerdì 1 aprile 2016

Into the Woods

























Alla ricerca di un film da guardare tutti insieme,
la scelta cade su “Into the Woods”.
Ed eccoci tutti e tre, più Kalì acquattata accanto, sul divano: inizia !!

Il film è la trasposizione cinematografica di un musical della metà degli anni ’80, in cui convivono quattro celebri fiabe (Cenerentola, Cappuccetto Rosso, Raperonzolo, Jack e la pianta di fagioli) unitamente alla presenza di una strega prepotente  e alle speranze genitoriali di una coppia di fornai.

Il cuore del film, dopo un avvio simpatico che già promette sviluppi impensati, prende forma quando le diverse storie confluiscono in un enorme bosco.

Il bosco rappresenta il rito di passaggio, quell’esperienza della vita che porta, anche attraverso l’incontro con le parti più oscure di noi, alla perdita dell’innocenza. Un passaggio obbligato nella vita di ogni individuo che lo aiuta nella crescita interiore. Aiuta sì, ma sta a chi si perde nel bosco lavorare per trasformarsi, altrimenti ne uscirà “innocente” (stupido ? superficiale ?) come prima.
Per diventare adulti è imprescindibile imparare ad affrontare da soli tutte le difficoltà della vita, non facendolo, si resterà bambini. Ovvero incapaci di dominare l’ambiente, stretti nella morsa della paura, incapaci di accettare la realtà com’è e sempre volendo, pretendendo, quello che non c’è

E’ qui il caso della matrigna e delle sorellastre di Cenerentola, che si dichiarano non atte a combattere la gigantessa e tornano precipitose al villaggio d’origine. Il film non ce lo mostra, ma noi sappiamo che il villaggio non c’è più, distrutto dalla gigantessa stessa. Dunque, costoro, nel tornare, restano in realtà sospese in un limbo di “innocente” superficialità, in uno spazio – tempo insulso e non reale. Eterne bambine.

Altri, nel bosco, posti di fronte ai propri limiti, iniziano, volenti o meno, un personale “viaggio” interiore.
Perché il bosco è spazio oscuro ed incantato, dove emergono le paure più folli ed i lati più oscuri delle persone che vi sono costrette.
In un clima di disordine totale, con la sensazione che forse non ci sarà un domani e di essere costretti in un perpetuo presente senza conseguenze, c’è chi scappa, chi abbandona, chi tradisce, e c’è chi, disperato, accusa tutti gli altri per trovare una giustificazione al proprio fare e al male che si è scatenato.
Un male che scopriamo non nascere dalla volontà di una singola persona, quanto dall’insieme di piccoli gesti, desideri e scelte, apparentemente comprensibili che, invece, una volta inevitabilmente in relazione tra di loro, conducono a conseguenze dal sapore catastrofico.

Contrariamente alle versioni edulcorate che ci sono note, il film riprende, a suo modo, le caratteristiche truculente delle fiabe così come erano in origine.
Soprattutto, la distinzione tra bene e male non è affatto netta, delimitata.
Qui non vediamo l’eroe convenzionale e rassicurante, il personaggio tanto attraente da permettere una immediata e facile identificazione da parte del bambino spettatore.
Qui tutti si perdono, poi si ritrovano e di nuovo si fuggono, a volte desiderando smodatamente altre aggrappandosi ossessivamente ai propri desideri.

E, nel film, la fiaba torna ad essere  terapeutica perché lo spettatore trova ( se lo vuole) le proprie soluzioni meditando sullo svolgersi delle vicende che più rispecchiano i suoi conflitti interiori in quel momento particolare della sua vita, senza far riferimento mai a fatti reali, in un contesto fantastico ( protetto ?) tra principi, carrozze, uccellini che capiscono la nostra lingua, mucche che ingoiano mantelli e scarpette …
Ciò rispecchia, di fatto, il funzionamento della nostra mente, un campo aperto dove tutto è pensabile, anche il fantastico, purché ci aiuti poi nel quotidiano sfangare di tutti i giorni.

Attenta alla favola che racconti.
Quella è l'incantesimo. I figli ascolteranno.
Attenta prima di dire: "ascoltami".
I figli ti ascolteranno.
Attenta a ciò che desideri. I desideri sono figli.
Attenta alla strada che prendono
I desideri si avverano. Ma a un prezzo.
Attenta all'incantesimo che fai. Non solo sui figli.
A volte l'incantesimo può durare più di quanto non immagini.
E rivoltarsi contro di te.”

Così recita la canzone finale. Ed io, da genitore così come da “sensei, da conduttore di gruppi, non posso che riflettere sulla forza pericolosa di queste parole.

lunedì 14 marzo 2016

Le mani che ci sono


“Il corpo è la nostra autobiografia”
(F.Gelett Burgess)

 
Che vi aspettavate, nella foto di gruppo ? Facce truci e sguardi incazzati ? No, quelle espressioni da macho man, quell’aria che non so capire se è “Vi spacco tutti e tutto “ o “ Ho le emorroidi infiammate, cazzo !!” le lasciamo a maestri e maestroni, guru e professori che, ohibò, colti in preparazione di un’attività che loro piace fare ( almeno spero), non ne esprimono la gioia, il gusto ricco e pieno. No, costoro sanno solo mostrarsi truzzi incazzosi.
Noi, invece, ce la godiamo e ci divertiamo.

Sì, perché il valore di ogni pratica, anche e soprattutto marziale, sta in quanto ci spinge a vivere bene. Allora troviamo il coraggio e la capacità di affrontare lo scontro, le botte, la fatica, col sorriso negli occhi e nel cuore. Consapevoli che il tuo obiettivo non lo puoi trovare, lo hai da forgiare dentro di te. Consapevoli che tutto ciò che fai oggi, lavoro e relazioni familiari e … pratica marziale, ti sta plasmando giorno dopo giorno.

L’artista del Wing Chun Boxing lascia scorrere lungo la schiena, fino alle dita, la sua creatività guerriera.
Niente di nuovo per chi cerca la strada efficace ed efficiente; niente di nuovo per chi coltiva il coraggio delle domande prima che delle risposte; niente di nuovo per chi si tiene alla larga dalle bugie e dall’ipocrisia del business e del marketing; niente di nuovo per chi lotta con le proprie mani ed il proprio cuore sapendo che spingersi a  crescere, a migliorarsi, ad entrare sempre più a fondo, è l’essenza della felicità.

E certo, qui, non trovare foto di passi “a pinocchietto”, di gomiti innaturalmente strizzati sui fianchi, e nemmeno funambolici calci o spettacolari proiezioni al suolo.
Che il Wing Chun Boxing è pratica rispettosa della struttura corporea, fisico emotiva, di ognuno; è pratica frugale, essenziale e realistica; è pratica alla portati di tutti, per essere un’arte del combattimento, un’arte per sopravvivere: o a sopravvivere sono solo quelli giovani, atletici e con una beata mazza da fare tutto il giorno ?

Sono convinto che chi ti ritiene debole ti riempirà di scuse, chi ti porta rispetto, ti offrirà sfide audaci. La prima è riconoscere chi sei ed i dubbi ed i fallimenti  cui andrai incontro per migliorarti e cambiare. “L’eccellente fallisce più spesso del mediocre” (E. Greitens). Perché chi mira all’eccellenza non smette mai di mettersi alla prova, di testare le proprie capacità.
Così noi facciamo, lungo il nostro percorso Wing Chun Boxing, partendo da noi e non da gesti e stili imposti, codificati e sovente del tutto innaturali.

Per chi come me, e con me condivide questa strada marziale, non ha tempo da buttare né energie da sprecare, ecco scegliere questo mare grande di pelle e respiri e sudori che si accostano e si sovrappongono.
Anche oggi, Sabato 12 Marzo, qui al parco della Rotonda della Besana. Tra amici guerrieri.

 “Il fine qui non è la conoscenza, ma l’azione”
(Aristotele)

 
Un Grazie ad Elise per le bellissime fotografie

 



 

martedì 1 marzo 2016

Il passo dei lupi


“Non mi interessa tanto come stai, ma piuttosto chi vuoi essere”
(E. Greitens)

 

 

Siamo capaci di stare sotto pioggia e freddo e neve; sappiamo reggere il sole più rabbioso come le folate del vento impetuoso. L’abbiamo fatto tante e tante volte. Ma questa è la volta, l’occasione di ripercorrere, concentrati nell’arco di due giorni, il Kangeiko, il nostro 34° stage invernale, gli elementi essenziali  della nostra ennesima svolta marziale. Quella che ha irrorato di nuova linfa, nuova capacità, il nostro Kenpo Taiki Ken: sempre più agile, flessibile e straordinariamente potente.

Tra le mura della sala, fuori i boschi scuri e stropicciati delle colline, respirano e si guardano i lupi neroblu dello Z.N.K.R. Sono arrivati qui sospinti chi da mesi chi da decenni di pratica, di combattimenti. Li ha stanati la fame di sapere di più e meglio, di affilare denti acuminati e zampe poderose, di lucidare il pelo allo sguardo debole di chi ancora caccia nelle riserve e non nella foresta libera e selvaggia, di crescere nell’arte dell’agguato e della lotta senza quartiere, quella che ti grida addosso “vita o morte” “combatti o muori”.
Brucia la legna del sapere, tra le fiamme che si alzano e violentano schemi e movimenti stanchi, gesti di potere che ora incontrano un potere più forte. Tanto più forte.
Sono danze sottili e antiche: un bacino che si scopre oceano enorme di passioni e moti d’acqua impetuosi; una schiena che si fa vibrante schiocco di frusta; mani le cui dita si affilano come lame crudeli.
Le spirali del potere del lupo si evolvono in gesti di una forza gentile, danzano e promettono ciò che la preda può solo temere, ma che le sarà inevitabile.
Ogni volta che il lupo neroblu cede, tra flotti di resistenze e slanci di accettazione, al sapere che, lentamente, di lui si impossessa, gli entra nelle vene, turbandone cuore e respiro, cos’è che ho da pensare se non che il branco, questo branco, paura non ha ?
Non ha paura di lasciare per prendere, di raccogliere e trasformare, di sguainare i denti ai cambiamenti che la vita ci offre, altre volte ci impone.
Come agisci, influenza come ti senti. Se DAVVERO vuoi sentirti diverso, agisci diversamente.

La sera, arriva il momento dell’acciaio del katana, il momento dell’uccisione, il momento delle stuoie di paglia che si ergono sfacciate davanti ad ognuno di noi.
Ogni lupo di neroblu vestito impugna il suo katana; affronta, con la stuoia, i suoi personali demoni. Che pianga o che soffi rabbia e torbida violenza, quel che conta è la voce dentro, l’ululare alla notte della propria libertà ferita, del proprio essere potente che chiede, che pretende di scorrere libero nel corpo e fuori, negli sguardi scambiati e nelle relazioni scelte.
E’ doloroso, è faticoso, tra colpe riconosciute e falsità sottaciute, tra compromessi subiti e negoziazioni modeste, tra promesse fatte a se stessi e bugie raccontate allo specchio che ti sta davanti, conoscere di sé e cambiare la realtà, o, perlomeno, il nostro modo di guardarla quella realtà.
Intanto, comprendiamo, stuoia tranciata di netto in un soffio lieve o maldestramente spaccata tra schizzi di paglia bagnata, stuoia priva di vita che cade ai piedi del trespolo o penzoloni ancora aggrappata al suo irriverente fusto, che le storie degli altri, di ognuno degli altri, sono importanti quanto la nostra.
Cade la vanità, la maschera dell’arroganza, del bambino capriccioso che è sempre colpa degli altri, che gli altri sono sempre meno di te.
Ognuno di noi è nudo, per un attimo lungo come il sibilo del katana, falciata che si pretende mortale.
Qualcosa di ognuno dei lupi presenti si perde, qualcosa si dona ad un altro, l’altro qualcosa prende di uno di noi.

La mattina della Domenica ancora a correre di fauci e balzi nella sala che la luce del cielo grigio sfiora lievemente per poi abbracciarla tutta.
Tolte le protezioni, ora il viso si arrossa sotto “cinquine” che si stampano sonore su guance candide che candide non sono più, qualche labbro si increspa sotto nocche generose nell’accostarsi, un torace si piega subendo, un corpo cade al suolo.

E chiudiamo, con il mio abituale augurio che divertimento e passione si siano coniugati con l’imparare; che qualcosa in ognuno dei lupi neroblu, me compreso, sia rimasto “in saccoccia”: ognuno ne farà l’uso che meglio crede, dentro e fuori la pratica delle Arti Marziali, ognuno lo coltiverà come un bene prezioso o lo abbandonerà  per strada dedicandosi ad altro.
Ma, per tutti, questa resterà sempre un’esperienza indimenticabile, indimenticata nel corpo e nel cuore.
Un bel branco di lupi neroblu, e chissà quale alchimia, in questi due giorni, ci ho sorpresi perché il branco avesse un passo così leggero, così affiatato, ed una fame così condivisa.

A tavola, lupi combattenti ed accompagnatori sorridenti, ce la godiamo.
Avanti verso il prossimo appuntamento della Scuola !!

 

“L’allenatore serve a perfezionarti, a diventare più bravo in una certa attività: la corsa, il getto del peso, la boxe. Ma qual’e il punto ? il punto è che quando un allenatore ha fatto il suo dovere, con quello che hai imparato puoi fare quello che ti pare e piace. Hai imparato a correre e un giorno vai a rapinare un negozio. Hai imparato a fare a pugni e un giorno scendi in strada e prendi a pugni qualcuno. Non è quello che faccio io. Non sono un allenatore sportivo, ma un insegnante, ai miei pugili non insegno le nozioni di una disciplina, ma un modo di vivere”.
(Ariel ‘Earl’ Blair. Citato in “Non si abbandona mai la battaglia” di E. Greitens)

 34° Kangeiko. Febbraio 2016
presso Agriturismo "Il Palazzino" Maserno - Montese (MO)





 

 

 

giovedì 18 febbraio 2016

Fredde verità e piccoli sotterfugi


“Fa più rumore un albero che cade, piuttosto che una foresta che cresce”
(Lao Tse)

 
estate 2008 pronti per le foto !

Perché, se evidente è lo straniamento di alcuni, l’autoescludersi di altri, l’incertezza di altri ancora, è altrettanto vero che la qualità della nostra pratica è salita, si è evoluta ed ha ancora margini di crescita enormi ed impensabili.
Ma, la foresta, ogni foresta, è tale  solo se animata da alberi, tanti alberi.

In un semplice e composito affresco che sa di yin e yang, l’albero che cade e la foresta che cresce sono una necessaria compresenza.
estate 2008 Kenshindo
D’altronde, in una Scuola che odora tanto di “Occidente” e modernità, quanto si fonda sulla cosmogonia taoista, il contrasto e l’imprevisto sono un’opportunità; più che la meta, conta il percorso in cui godere delle situazioni favorevoli e trasformare a proprio favore quelle che si presentano come ostacoli.

Allora a confrontarsi insieme, per capire “La sofferenza di permanere nell’ignoranza” (Takuana Soho), ovvero l’indugiare della mente come illusione, come succube del katana.
A capire le trasformazioni, quelle che vediamo con gli occhi, fuori, e quelle che fatichiamo, o non vogliamo vedere, dentro, col cuore.
A capire il sapore di una pratica che trae la propria forza e l’efficacia da un ulteriore scavo interno, fisico emotivo.

Aprile 2006 Seminario
Wing Chun Boxing
Certo, è più facile leggere la foresta, le sue ombre che danno piacevole quiete e sono anche spaventosi mostri di buio al calar del sole; la rassicurante possanza dei fusti maestosi che però raccolgono ai piedi un intrico di radici e terriccio che fa instabile l’equilibrio ed il camminare; le sottili ed armoniose voci dei piccoli suoi abitanti che sono laceranti ed inquietanti stridori animali al buio della notte; è più facile, vado scrivendo, se nella foresta ci entri e ti ci aggiri. Fuori, che ne sai ?

Certo, ognuno è libero, come ci è entrato, di uscire dalla foresta. Libero di farlo in silenzio, che sono fatti suoi, che sarà la sua personale buona educazione a suggerirgli, o meno, un “grazie”, “one gaeshi masu”, che è stato, almeno per un po’, un piacere scambiare insieme.

stage estivo 2004
danza del Pa Kwa attorno al fuoco
A volte c’è chi esce biascicando a destra e a manca, addossando ad altri quelle travi che sono invero le mura della sua di casa; confondendo illusione, che è percezione deformata, con allucinazione, che è assenza di immagini.
Allora la foresta, che da secoli sa non confondere la follia con la pazzia, l’estro anticonformista anche più irriverente, dalla distruzione, ne piange sì l’uscita, ma ancor più irrora attorno a sé quell’odore di forte e selvatico che la contraddistingue. Perché lei è la foresta.
Maggio 2006 Seminario Tai Chi Chuan
maschi guerrieri e padri
Perché lei, ed il vecchio sciamano, che saggio non è e nemmeno perfetto, solo è un po’ ( o un bel po’ !!) più esperto di altri nel vivere dentro la foresta, sanno comprendere il suono delle parole che raccontano, che descrivono immagini distorte per guardare senza vedere, intuiscono i contorni dell’allucinazione, quella che pretende di liberare il desiderio senza averlo compreso.
La ragione, tutto sommato, è un buon amministratore, ma non scopre cose nuove, le cataloga come le è comodo, come le conviene. Lo sciamano preferisce di gran lunga l’immagine per transitare al linguaggio articolato, alla pratica marziale condivisa.

stage estivo 2006
Poi, nella foresta, è hon, fondamentale, che regni il divertirsi, il godere appieno e giocoso dello starci dentro, anche quando faticoso. Se non ti diverti, non impari. Senza desiderio c’è solo routine, nella foresta come altrove, come in tutte le “foreste” di ogni tuo quotidiano giorno. Sempre che il viandante ami il desiderio, coltivi sogni da realizzare poiché, lasciati là a marcire, come scriveva il poeta, “diventano pestilenza”. Sempre che accetti di buon grado di essere imperfetto e di esserlo per sempre, che lungo il percorso non troverà mai la perfezione, ma saprà solo ridurre le imperfezioni !!
Sempre che il viandante, qualunque viandante, abbia fiducia nella virtù del prossimo, che, come scriveva Montaigne “è un indizio non  irrilevante che ne abbiamo nella nostra”.
Sempre che il viandante, qualunque viandante, desideroso, per suoi motivi personali, di “uccidere” il padre ( o il fratello maggiore o … lo sciamano !!) abbia l’ardire di ammetterlo e di farlo, senza chiedere e pretendere che sia quest’ultimo a colpirlo, ad “offendere”, così da avere il pretesto per armare la propria mano, per la foresta  abbandonare.

Allora, che siano “scazzottate oneste” ( grazie Gianluca per questa semplice ma profonda e bellissima definizione).
Scazzottate di puro divertimento in cui, per chi lo voglia, riconoscersi abitante della foresta, la sua e quella degli altri. Altrimenti, saranno solo “scazzottate”, e va bene pure così, ma molto, molto meno “oneste”.

 

A metà degli anni ’60 Kahneman, che allora era un giovane docente di psicologia alla Hebrew University, accettò un incarico ben poco stimolante: tenere lezione a un gruppo di istruttori di volo dell’aeronautica israeliana sulle teorie psicologiche di modificazione comportamentale e le possibili applicazioni nell’addestramento al volo. Kahneman insisté sul fatto che ricompensare  i comportamenti positivi funziona, mentre punire gli errori non serve a nulla. Uno degli istruttori lo interruppe, suscitandogli un’intuizione che avrebbe stimolato le sue ricerche per decenni.
“Mi è capitato di elogiare un allievo per una manovra molto ben eseguita e ho notato che nell’esercitazione successiva la manovra gli riusciva molto meno bene” disse l’istruttore di volo “E mi è capitato di inveire contro una persona per una manovra mal fatta, e quasi sempre la volta dopo gli è riuscita meglio. Non mi venga a dire che le ricompense funzionano e le punizioni no: la mia esperienza lo contraddice”. Gli altri istruttori si dissero d’accordo. Kahneman era convinto che le esperienze degli istruttori avessero un fondo di verità.
(Daniel Kahneman, nel 2002 insignito del premio Nobel per l’Economia, citato in “La passeggiata dell’ubriaco” di L. Mlodinov)

 
seminario Kenpo 2004
occhio al passeggino, bambini ...
di ogni età




luglio 2005 si mangia e si beve

Luglio 2005 festa insieme





stage estivo 2007 virtù femminili

stage estivo 2009
lavoro di ... mucchio

lunedì 15 febbraio 2016

Le voci del cuore


I pugili che ho conosciuto erano perlopiù persone ferite che provavano un impulso profondo e potente a ferire gli altri mettendo seriamente a rischio anche se stessi. All’inizio. In realtà succedeva quasi sempre che l’autodisciplina e l’abilità necessarie erano tali, e così tante le cose su cui concentrarsi oltre alle motivazioni di partenza, che queste motivazioni diventavano perlomeno nebulose e vaghe, finendo spesso per essere dimenticate e abbandonate del tutto.
Molti pugili bravi ed esperti (come è stato spesso notato) diventano persone miti e gentili”
(G. Garrett)

 

Quanto buio in un pensiero che si crede dominate, che si crede vero.
Quando ad una paura,  un semplice scrollare il capo non  basta più.
Allora spingi una porta, apri il desiderio e lì ti illudi di trovare la difesa, il muro, quella barriera di forza che ti farà essere, o almeno sembrare, un uomo o una donna veri.
Nulla di nuovo per chi cerca una risposta alla domanda sbagliata; nulla di nuovo per chi cerca la sicurezza dietro una paio di guantoni o una tuta mimetica o un nome d’arte imbellettato di battaglia; nulla di nuovo per chi si lascia annegare dentro ad una bugia o dentro il calore di una cosa molle e  marrone che cioccolata non è; nulla di nuovo per chi corre più veloce dei propri fantasmi; nulla di nuovo per chi ha deciso di cedere all'ipocrisia.

E’ un  silenzio fragoroso e stonato, ma tu stenti a chiederti come e perché.  
A me il compito di intuirne i segreti e spogliarne le vesti. Inoculare, tra risate e divertimento, quell’amaro veleno che si chiama “conosci e cerca te stesso”, che si costruisce nel dolore dell’interrogarsi come momento di crescita. E’ quando  ti ritrovi a ad aprirti alle voci del cuore che scegli, o ti senti obbligato da un’oscura parte di te a scegliere, di andare oltre i recinti dell’esperienza passata e fare, ora sì, qualcosa di arduo e nuovo.
Eppure, quante volte .. sei sveglio, nel tuo comodo letto dopo una notte di sonno beato, guardi il sole che spacca le ultime ombre della tua camera e non hai alcuna voglia di alzarti, allora cominci a comprendere che i duelli e gli scontri più importanti che ingaggi sono quelli per il “conosci e cerca  te stesso”.

Le sere si inanellano ad altre sere, incontri nel Dojo.
Ti sento pulsare fino a quando il fiato ferma il tuo sguardo non fuori, non sul pugno o sul bastone, ma su te,  prima che si sbricioli di nuovo nascondendosi in quel pensiero il cui buio ora, se lo vuoi, puoi leggere distintamente.
Non puoi più sottrarre lo sguardo e il respiro e i tuoi pensieri da un corpo muto al linguaggio della mente sola, che però parla il linguaggio delle danze e delle ferite, dei tagli, dei lividi e delle emozioni, del corpo come tempio di vitalità.
Ora che quel pensiero, stupidamente a credersi dominante, che quella illusione di trovare un riparo a chi, se non a te stesso, che quella domanda si è svelata sbagliata, tocca solo a te.
Affrontarsi nelle paure, nelle insicurezze autentiche, non quelle di menzogna che ti hanno fatto entrare qui, può far nascere coraggio e consapevolezza, ma di questi non vi è né la formula chimica né il foglietto delle istruzioni. Questi si mescolano e si scontrano con rabbia e viltà, passione e timore, fraintendimenti e bugie.
Sta a te, ora che sai cosa davvero ti ha spinto qui, camminare, se lo vuoi, insieme a me ed agli altri come te.

E le sere ancora si sovrappongono, inanellandosi ad altre sere.
Il tuo  cuore s'ispira  mentre quel pensiero  che si credeva dominate è ridotto ad un lumicino per morti e quel buio ora ha una lettura finalmente agevole e chiara.
Buio ad offrirti stelle vicine e luminose, che sono le decisioni adulte che ora puoi prendere,  sono sogni lontani che le tue mani possono ora afferrare.  Ogni volta che ti sembra di avere dato già abbastanza, tutte le tue forze, tutti i fianchi e il bacino ed il cuore ed il sudore, tutte le mani lasciate sul viso e sul corpo di altri e le loro sul tuo di corpo e di viso, scopri che non sei ancora stanco e l’istinto ti sorprende a chiedere di più, a lottare per qualcosa di più.
Affascinante vero ? Coraggioso vero ? Ora hai il “fegato”, la sfrontatezza audace, di uscire alla luce del giorno, di mostrarti per quel che sei.

Poi, una di quelle sere che aspetta solo di inanellarsi dentro l’altra, te ne esci con parole di un forte coraggio vigliacco. Quella tua invincibile resa  che nemmeno ti sorprende più di tanto. Te ne vai. Torni, un poco cambiato sì, ma solo un poco, nel tuo recinto quotidiano di affanni e piccole bugie. Di paure costruite per non guardare le paure autentiche.

Un po’, sempre, mi spiace. Ma so godere della gioia per il tratto di percorso fatto insieme, so trattenere il rammarico, chiedendomi, io vecchio diffidente reso tale dagli anni e da chi prima di te si è arreso, se il percorso, un qualunque percorso di crescita ed individuazione, lo riprenderai oppure mai: non con me, ma nemmeno con altri.
Pesa come un cappotto di ferro la responsabilità di essere ciò che sei e della vita che vivi. Quelle domande che mai avevi previsto entrando qui la prima sera e che poi hai scoperto essere le tue autentiche domande, Dove sto andando ?” “Come ci sto andando?” “ Con chi al mio fianco?”, le lasci cadere sulla pedana del Dojo.
Sorrido: Altri, dopo di te, le raccoglieranno e le scopriranno loro.
E mi ricordo delle parole di Hemingway, che il mondo spezza tutti quanti e solo alcuni sono forti nei punti spezzati.

Chiunque tu sia, qualsiasi stazione di riposo tu abbia scelto, qualsiasi percorso di crescita o di semplice trastullo ti veda ora forse in cammino,  grazie di esserci stato.
Ora, finché noi ci saremo … avanti un altro !!

 Post illustrato con immagini di pratica in Dojo: una sera di Kenpo, un Seminario Kenshindo
 




 
 
 

lunedì 1 febbraio 2016

L’inverno a modo nostro


Aspettando il prossimo Kangeiko, stage invernale

 
kangeiko 2015

A volte è una notte scura, comparsa all’improvviso senza la sera. Danzando guerrieri sotto la luna, inebriati dal mantello nero forato da quelle piccole luci gialle che chiamiamo stelle.
Altre è un cielo di perla, dipinto di un crescente arcobaleno, ed ognuno di noi comprende che nella natura ogni cosa ha un suo colore, come se una mano ignota avesse tolto un velo.
A volte calchiamo strade di fango, pesanti nell’incedere, impugnando un corto bastone o l’acciaio assassino di un coltello.

il primo kangeiko 1980 Lucio RIP
kangeiko ... anni '80 Dania e Carmine
Altre sembriamo scivolare lievi sul manto erboso, mentre i corpi cozzano e vorticano l’un contro l’altro. Lotta senza ragione e senza nome che possa identificarla, fissarla, mondarla da quella che è una vita vera, di carne e sudore e passione.
Immersi nella natura, volti sfiniti dalla stanchezza e sorrisi di felicità immensi come l’oceano, viviamo e pratichiamo Arti Marziali per sognare e realizzare ognuno il suo personale sogno di vita, vissuta, goduta.

Anche se lo spettro di un sogno mancato, di ogni sogno fallito o infranto tra le grinfie adunche della vita quando è grama, ci prova, eccome, a imporci un volto di pietra, ad indurci su sponde spente di malinconia.
Ma noi siamo ancora qua.
kangeiko 2006 Cesare e Silvio
Nessuna battaglia è persa, nemmeno un'ora di violenza ottusa, di conformismo indistinto, di trasgressione a comando, di fantasmi depressivi, di anaffettività e ragione vuota, di capricci infantili e infantili odi. Niente di tutto questo può fermare il percorso di chi fa del lottare, del praticare Arti Marziali, del confliggere con l’altro per imparare a confliggere con se stesso, una Via di individuazione e crescita e trasformazione. Via di coraggio.

kangeiko 2007 i Maestri Giuseppe e Valerio
E’ questo il senso autentico e profondo di ogni nostro Kangeiko, lo stage invernale.
Ogni tanto ancora mi sorprendo, e sono passati trentasei anni dal primo Kangeiko, a perdere il filo di questa storia nostra. Ogni tanto quasi mi spavento a rivedermi, e con me tutti, tanti, i guerrieri che mi hanno accompagnato, prendere e dare, dare e prendere, e ancora non mi sono fermato mai.

Allora aspetto il prossimo Kangeiko, il 34°, a fine Febbraio, tra le colline del modenese, ospiti ormai “tradizionali” degli amici Mario e Chiara all’Agriturismo “Il Palazzino”, in quel di Montese.
Quando il mio sguardo arriverà a toccare quelle colline e quegli odori di campagna, sarà l’emozione di un crescendo. E, nel guardare dritto dentro al cuore, so che sorriderò felice come un bimbo nel vedere intorno i compagni di una nuova avventura che si ripete, senza mai essere la stessa.

kangeiko 2009
 

 

“Il pensiero senza corpo è anaffettività e pulsione di annullamento, onnipotenza della mente che vuole creare il nulla”
(M. Fagioli)

kangeiko 2010
 







kangeiko 2011

kangeiko 2012


kangeiko ... anni '90

kangeiko 2007 Lupo