martedì 9 giugno 2020

I Giovedì dell’Ombra che danza




 Abbiamo lasciato alle spalle l’esperienza di Domenica scorsa, danzata tra il ripercorrere quei movimenti primigeni che, nei primi mesi di vita, hanno costruito il tracciato fondante la nostra motricità, consapevoli che una loro incompleta maturazione inficia e mutila la nostra adulta gestualità,
ora a cosa andiamo incontro?

Yi non è intenzione (1), ma spontaneità, 
o meglio ancora è impulso generativo

E’ “impulso generativo” a meglio rendere l’immagine fisicoemotiva, corporea, di una spinta a fare, spinta intimamente e indissolubilmente legata all’organizzazione di quel fare medesimo.
L’impulso generativo origina da uno stimolo interno o esterno (2) e, collegando il sé corpo alle circostanze e all’ambiente, si traduce in azione efficace e non ridondante.
Agiamo investendo l’impulso in azioni di diversa complessità, funzioni tipiche della specie umana (alzarsi, avanzare, arretrare, chinarsi, saltare ecc.) comuni a tutti noi ma che ognuno di noi interpreta e compone in modo differente, del tutto personale (3).
Anche per questo diffido degli esercizi uguali per tutti (squat, piegamenti sulle braccia, crunch ecc.) e delle tecniche (diretto, calcio frontale, leva articolare al polso ecc.) imposte uguali per tutti, perché presumono soggetti uguali e identici tra di loro.

Dunque
“Al problem solver è indispensabile saper attribuire significati differenti da quelli che risultano da un esame della situazione condotto seguendo una logica convenzionale”
(M. Rampin)


Il sistema nervoso come incontro 
tra accoglienza ed azione

Come potremmo fare, agire, muoverci senza il sistema nervoso? Impossibile.
Esso accoglie informazioni dalle cellule del corpo e a tutte le cellule informazioni manda. Esso include gli stati vigili di presenza ed attenzione, gli svolgimenti cognitivi e l’accuratezza di un agire coordinato. E’ il fondamento percettivo su cui si basa il nostro modo di includere e di interagire con l’ambiente dentro e fuori di noi.

Nel tuo “allenamento” abituale cosa e come fai per “allenare”
questo splendido agente senza il quale nemmeno potresti esistere?
OK, lasciamo perdere!!
Io, noi Spirito Ribelle, invece non lasciamo perdere.
Perché l’esperire, il fare esperienza (4), accade in primis a livello cellulare.
Il sistema nervoso, che è il sistema di registrazione del corpo, registra le nostre esperienze e le struttura in schemi. Poi è capace di rievocare alla memoria le esperienze e di adattarle alle mutate situazioni da affrontare.
Una volta recepito un sapere, il sistema nervoso non solo diviene il principale fulcro di controllo dei processi psicofisici, ma, opportunamente stimolato, è capace di avviare un percorso di apprendimento di nuove esperienze che vedremo accadere.

Allora dedicheremo i due prossimi incontri a
Contattare e sondare il sistema nervoso.
Incontrare eventuali resistenze e tradurle in possibilità di azione.
Setacciare modi per compensare il sistema nervoso autonomo che funge da telaio dei movimenti volontari.
Armonizzare l’accoglienza, che precede l’atto, con l’atto stesso.

Ci serviremo di giochi e gesti quali la “Meditazione dell’orbita microcosmica”, “Nami”, l’onda nelle sue diverse espressioni e vibrazioni, gli “Ikigai Kiko”, ovvero la pratica energetica della spinta vitale.

Dunque
“Le informazioni sono potere, in senso letterale: più sappiamo, più possiamo”
(E. Bencivenga)


Ti aspetto Giovedì 11 e 18
ai giardini I. Montanelli a p.ta Venezia. Milano.
In caso di maltempo, saremo ai giardini della Rotonda della Besana

1. Ho già speso più volte tempo ed energia a spiegare quanto sopra, forte della traduzione di alcuni eminenti sinologi e dell’interpretazione che ne danno Maestri marzialisti d’oltralpe.
Qui mi limiterò a ricordare che “intenzione”, nella nostra lingua è “Orientamento della coscienza verso il compimento di un’azione, direzione della volontà verso un determinato fine; può indicare semplicemente il proposito e il desiderio di raggiungere il fine, senza una volontà chiaramente determinata e senza la corrispondente deliberazione di operare per conseguirlo” (http://www.treccani.it/vocabolario/intenzione/) che invece, definisce “impulso”: “spinta che permette di avviare un'attività”.
Continuare a chiamare Yi Quan o Taiki Ken “il pugilato dell’intenzione”, continuare a parlare di “intenzione” riferendosi all’agire immediato nello spazio e verso l’avversario è, ancor più che riduttivo, una castroneria enorme.

2. L’uomo, checché ne dicano presunti maestri ed esperti di Arti Marziali e di combattimento, ha perso completamento o quasi gli istinti.
Ce lo dicono, dal pensiero greco, il mito di Epimeteo (colui che pensa dopo) e Prometeo (colui che pensa prima), ovvero l’animale che reagisce immediatamente per istinto e l’uomo che pensa prima di agire (http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaP/pplatone8k3kls.htm); ce lo dicono fior di pensatori moderni osservando che il toro si avventa sulla mucca per copulare e, contrariamente all’uomo, certo non si attarda né si bea delle belle labbra, del colore del manto, del pelo!!
Anche per queste considerazioni ho chiamato il mio metodo “Movimento Intuitivo”, laddove “intuito” è: “la capacità di avvertire, comprendere e valutare con immediatezza un fatto, una situazione” (http://www.treccani.it/vocabolario/intuito/). E anche: “L’intuizione (dal latino intueri = osservare, contemplare) è, a mio modo di vedere, una funzione psicologica fondamentale. L’intuizione è quella funzione psicologica che trasmette le percezioni per via inconscia. Tutto può essere oggetto di questa forma di percezione. Tanto oggetti esterni e interni quanto le loro connessioni.” (C.G. Jung)

3. Oltre trenta anni or sono, conversando col Maestro Hiroo Mochizuki, mi colpì favorevolmente la sua affermazione “Tutti gli uomini flettono l’avambraccio sul braccio”. MI aiutò a smettere di cercare l’arte del combattimento completa e per ciò più efficace, per indirizzarmi verso una pratica motoria che, facendo dell’individuo, del praticante, il soggetto, l’attore protagonista, di consegeunza fosse lei completa e per ciò efficace.
Ci vollero una decina d’anni ancora per comprendere i limiti di questa sua osservazione. Perché è vero che tutti gli uomini “flettono l’avambraccio sul braccio”, ovvero verso il bicipite brachiale e nessuno è in grado di fare l’opposto, ovvero fletterlo verso il tricipite brachiale. Ma è altresì vero che tale flettersi è diverso da individuo ad individuo: diverso nella fluidità del gesto, diverso nel raggio d’azione del gesto, ma, soprattutto, diverso nei contenuti emotivi del gesto. Contenuti emotivi che ne influenzano la resa, la performance, rendendola più rapida o meno, più “forte” o meno, connessa o meno all’azione corporea tutta.
Così, tra i diversi motivi per cui, per esempio, ritengo inutile / dannoso allenarsi agli squat, ci sta che il piegarsi sulle gambe sarà concretamente, fisicamente, un gesto ben diverso se mi accingo a sedermi sul water o se ho ricevuto una spinta atta a farmi cadere o se mi sto accucciando per nascondermi alla vista di un creditore!! Infatti, la sfera sensomotoria si attiva insieme ai processi cognitivi ed affettivi.

4. Che non è ripetere e ripetere e ripetere ancora gesti o tecniche: questo lo lasciamo a chi sia afflitto da disturbi ossessivo compulsivi!! Esperire è provare, sperimentare, conoscere attraverso il provare.



lunedì 8 giugno 2020

Che il tuo danzare conquisti il mondo



 Mondo, il tuo mondo di vita tua e di relazioni tue.
Dalle profonde viscere di ricordi impossibili da ricordare. Dai gesti, dai movimenti di un piccolo, piccolissimo, essere che eri tu alla loro riscoperta, alla loro riappropriazione ora che i decenni a grappoli si sono coricati sulle tue spalle, sui tuoi respiri insonni.
Danza che è strisciare, flettersi, estendersi. Danza che annusa te e lo scorrere della specie, delle specie, tra percorso filogenetico e percorso ontogenetico (1) che nessun dio potrà mai rompere.
Danziamo “Fushime Taiso”, il movimento del continuo mutare, tesoro di sapienza corporea giunto a noi dall’ Oriente a suggerirci spirali e strisciare.

Che sapore ha, che immagini ha, connettersi fino a concludersi infante che cresce e animale che, dalle acque, si affaccia alla terra lì indirizzato ad un percorso errante?
Come se poi ognuno di noi non fosse distante e perso dai ricordi e non c'è nulla ormai, a parte i pochi gesti incerti che riaffiorano sbiaditi confusi in mezzo a tanti altri dal contorno accecante.
E non serve mettersi una maschera per negare una brutta figura, che “brutte figure” siamo qui a farle, persino a cercarle se sono, e lo sono, il viatico per conoscere di te…nemmeno tanto oscuro l’oracolo di Delfi, nemmeno tanto oscuro quel “Conosci te stesso”.

Hai compreso mai chi eri tu e chi potresti diventare?
Perché sembra un'altra la vita che tu vuoi e se ti apri, se ti confronti, se accogli, luce o buio, arrivi a muoverti meglio, a gestire meglio te nello spazio, a scoprirti in quelle parti animali che, brandelli o rimasugli, ti prendono per mano a scoprire chi ora sei e che cosa vuoi, superando terreni impervi e ispidi cespugli.

L’affascinante atmosfera che circola in questo giardino, attorno ad una costruzione che mai nasconde storia e fascinazione, ci tocca uno ad uno con la semplicità e l’innocenza di un bambino.
Danziamo Tai Chi Chuan, cielo gonfio di nuvole e scrosci di pioggia.
Benvenuti guerrieri, benvenuti tra le braccia dell’Ombra, che ora danza selvaggia.

Appuntamento a Giovedì 11 e 18 Giugno, 
ore 17,30 – 19.00
Giardini Indro Montanelli (pt. Venezia) Milano
(in caso di maltempo, presso giardini Rotonda della Besana)


1. Filogenesi indica la serie degli stadi attraverso ai quali sono passati gli organismi nel corso delle epoche geologiche, ontogenesi indica lo sviluppo dell'individuo.
La 'Teoria della ricapitolazione' o 'Legge della biogenesi' afferma che lo sviluppo dell'embrione di un essere vivente avviene per fasi che ricordano le fasi dello sviluppo evolutivo della sua specie a partire dagli antenati più remoti.






giovedì 4 giugno 2020

Verso l’Ombra che danza cap. 2





Insegnare, imparare, ma come?
Non mi interessa una tecnica insegnare né il mio sapere dentro chi non sa (1) depositare.
Preferisco di gran lunga suscitare la curiosità accompagnando il praticante a scoprire i modi migliori per percepire e contattarsi corpo, per imparare. Preferisco instaurare un modo di praticare e studiare che aiuti il praticante a prendersi cura di sé per non doversi curare.
So che la conoscenza risulta dal porre domande, nel nostro caso domande somatiche, domande di corpo e movimento, sorta di koan zen fisicoemotivi. E questo è il punto: una volta che ho aiutato il praticante a comprendere come porsi domande – domande appropriate, sostanziali – questi ha imparato ad imparare e nessuno potrà impedirgli di apprendere tutto ciò che vorrà!!
Per questo misuro il mio successo, la mia capacità di Sensei (“colui che è nato prima”), di facilitatore, sulla base dei cambiamenti intervenuti nella postura, nel modo di muoversi ed agire, nel comportamento tutto dei praticanti che condividono con me questo percorso standomi appresso. (2)

Dunque
“L’atteggiamento dell’insegnante che adotta il metodo dell’inchiesta, si riflette sul suo comportamento. Quando lo vedete in azione, osservate che:
E’ raro che l’insegnante dica agli studenti che cosa pensa che essi debbano sapere. (…)
Egli si rivolge agli studenti soprattutto mediante domande. (…)
In generale, non accetta una sola affermazione come risposta a una domanda.
Le sue lezioni prendono forma sulla base delle risposte degli studenti e non di una struttura “logica” preordinata.”
(N. Postman)

Cosa studieremo Domenica 7 Giugno?
Un più approfondito contatto con il suolo (la Terra, il femminile) da cui innestare l’agire, il muoversi nello spazio, in modo ancora più fluido.
Perché è dal vuoto che nasce il pieno, dal femminile che origina il maschile.
Perché tutti noi necessitiamo di un buon sostegno per percepire il nostro peso, sentirsi stabili ed avere fiducia nel distacco verso lo spazio intorno a noi.
Perché il distacco fisico, motorio, non sia affidato allo strappo superficiale di pochi muscoli ma coinvolga il corpo tutto, a partire dalla percezione della propria tridimensionalità, proseguendo con la consapevolezza dello scheletro come struttura di sostegno, del sistema legamentoso come limite entro cui può agirsi il movimento, del sistema fasciale come elastico contenitore, del sistema nervoso che sottende i processi cognitivi e la precisione dei movimenti, infine, del sistema muscolare tutto.
E questa è la premessa fondante la capacità tanto di esplorare e accogliere quanto ripiegarsi e rifiutare in ogni nostra relazione umana che ci vede sempre errare come un navigante.

L’utilizzo dei Fushime Taiso per esplorare quei disegni, quei riflessi di flessione ed estensione, ritirarsi ed avvicinarsi, fuggire e lottare ecc. che sono gli schemi motori automatici alla base dei nostri movimenti volontari, somatici.
Questi riflessi, formatisi nei primi mesi di vita, costruiscono tracciati grazie ai quali la mente trova espressione nel movimento. Se il loro sviluppo fu carente, gli schemi successivi e complessi risulteranno deboli o incompleti, con un tracciato astinente.
Ripercorrere consapevolmente questo percorso aiuta a colmarne le lacune e a lanciarci in una motricità rinnovata davvero completa, in grado di farci agire consapevolmente.

Dunque
“Io sto condividendo la mia percezione, non la verità. La verità è nella tua esperienza”
(B. Bainbridge Cohen)

Chi volesse partecipare, mi contatti

Replicheremo, approfondendo l’argomento ed aggiungendone altri, nel tardo pomeriggio di Giovedì 11 e 18 Giugno, ai giardini Indro Montanelli (p.ta Venezia)


1. L’allievo non è carta bianca su cui il docente va a scrivere; non può esserlo in quanto ha già in sé una personale storia somatica, di emozioni legate al dialogo tonico, al gioco espressivo sotteso all’alternanza di contrazioni e decontrazioni muscolari.
Di più, ogni individuo ha già in sé le risorse interiori per affacciarsi ad una consapevole efficienza fisica, requisito necessario per migliorare ogni prestazione. Sto scrivendo di una gestualità che scaturisce dall’interno verso l’esterno e non viceversa.
Si tratta solo di recuperare quelle sue risorse, ricostruire i tracciati dei riflessi primitivi non maturati, sostenere l’allievo nel suo personale percorso di scoperta corporea, fisicoemotiva, non certo imporgli dei modelli da copiare o un manuale di tecniche come se dovesse montare un mobile Ikea!!

2. “Il nostro corpo è abitato: sangue, ossa, organi, muscoli segnalano una vita interna che non si esaurisce nella sua fisiologia, ma che produce intrecci, sovrapposizioni e risonanze nella nostra esperienza emozionale, affettiva, psichica” (I. Gamelli)




lunedì 1 giugno 2020

Verso l’Ombra che danza. Cap. 1




Cosa è corpo e cosa è movimento?

Nella forma visibile del corpo (1) si esprime sia il modo di essere che il modo di agire, poiché l’unità psicofisica congiunge le tre componenti: vita psichica, vita vegetativa inconscia e vita tonico – motoria, sia cosciente che riflessa. Il continuum che le collega è il movimento, poiché qualunque essere vivente, anche se apparentemente statico, è in cambiamento.
Noi prendiamo coscienza delle emozioni attraverso il corpo, perché è attraverso le sensazioni del corpo che le registriamo e le rievochiamo dai piedi alla testa passando per il torso. (2)
Dunque:
“Un sistema (omissis) funziona solamente se non vi manca nessun elemento essenziale
e acquista significato ed efficacia solo grazie a ciascuno di tali elementi,
il cui senso si chiarisce solo in riferimento all’insieme”
(J. Le Goff)

Perché è senso comune guardare al corpo, 
occuparsi di corpo,
come se fosse un oggetto?

Quando dico “Io ho un corpo stanco”, invece di “Io sono corpo stanco”, quando dico “Io ho le spalle contratte” invece di “Io sono spalle contratte” opero una scissione in me tra Io e il corpo. Mi comporto da schizofrenico facendomi torto.
Questa scissione è in linea, è funzionale, alla scissione più generale ora imperante tra identità e funzione, alla parcellizzazione del lavoro, ad un pensiero complesso, filosofico (3) in frantumazione, a favore del pensiero unico e monodirezionale e così tanto dogmatico, fatto di preconcetti immodificabili, quanto superficiale.
Il computer (ogni macchina) non si ammala, non si annoia, non ha sbalzi di umore, non resta incinto ecc., se si guasta viene riparato o sostituito e tu, individuo operatore, devi diventare come lui e come lui devi assumere un sistema di pensiero binario e non divergente in cui ogni scarto viene abortito.
Di conseguenza, anche le pratiche corporee oggi in voga sguazzano infelicemente tra la spinta narcisistica ad apparire belli e snelli per non perdere l’accettazione e la competizione nel gruppo referente, e la modifica del proprio corpo come se fosse “cosa”: la tua motocicletta, i tuoi calzini e non te stesso individuo in totale accordo.

Eppure noi siamo corpo, noi abitiamo corpo, il corpo ci rivela di noi e di come stiamo al mondo. Il movimento è un mezzo per osservare, attraverso il corpo, l’espressione della mente (che è comunque corpo!!), nonché una via di accesso per conoscere di sé e di sé nell’ambiente, perché la nostra visione del mondo è modificata dal linguaggio corporeo con cui comunichiamo e il corpo non mente.
Dunque:
“In ogni gesto c’è la mia relazione col mondo, il mio modo di vederlo, sentirlo, la mia educazione, il mio ambiente, la mia costituzione psicologica, il mio modo di offrirmi, tutta la mia biografia”
(U. Galimberti)

Nei prossimi giorni il cap. 2 
dedicato al
“come”, ovvero didattica ed andragogia, e al
“cosa”, ovvero quel che praticheremo e con che obiettivi.




1. Corpo del mondo, della vita, corpo abitato, incarnato (Leib), di contro al corpo da misurare, corpo della medicina, corpo estraneo, altro da me (Corper).
E dedichiamo due righe a questo concetto!!
Alle origini della nostra cultura, che è cultura greca, troviamo Omero per il quale il corpo non è un teatro che sta alle spalle, ma è immediatamente espressivo, non rappresentativo.

La svalutazione del corpo comincia con Platone e il suo “valore universale”, per cui noi non possiamo fidarci del corpo, delle sensazioni. Bisogna, invece, procedere con i costrutti della mente ed i numeri, quello che oggi è il mondo della scienza.
Sarà il Cartesio del “sono una cosa pensante” ad affermare che una conoscenza del corpo è data solo con quello che il pensiero mi dirà del corpo. Dunque, solo con idee chiare e distinte che, in quegli anni, sono, le categorie della fisica: numero, quantità, misura. Nasce il corpo come organismo.
Cartesio, con questa riduzione, permette sì un’ottima cosa, ovvero la nascita della medicina, ma sta a noi non limitarci a questa riduzione, che sarà funzionale allo sfruttamento capitalistico prima ed ora al dominio della tecnica sull’uomo.

2. “…reciproca e circolare influenza di pensiero, emozione, sensazione e fisicità o movimento” (M. Della Pergola)


3. Il pensiero filosofico, contrariamente a quanto in molti credono, non vuole imporre un sapere, esso opera una visitazione accurata delle opinioni, indaga se ciò che tu pensi ha fondamento oppure no. E’ critica delle opinioni diffuse.
Vi sono due modi di discutere:
eristico – quando uno cerca di avere ragione sull’altro;
veritativo – ovvero siamo insieme per cercare: Episteme, ovvero sapere che si fonda su di sé.
Certo … è difficile rinunciare alle proprie opinioni perché rappresentano l’identità: Io penso. Ecco perché il pensiero filosofico fa così paura e, nel suo cercare ed ispezionare la complessità, cozza contro il pensiero unico, quello superficiale, quello che poggia sui preconcetti e l’ostentazione delle certezze.








martedì 19 maggio 2020

Un incontro straordinario



 I piedi che affondano nel terreno. Tutto il mio peso vi affonda, rilasciamento che anticipa un’energia ascendente, sorta di “molla” esplosiva, di onda shock, che percorre il corpo tutto indirizzando gli arti a divorare famelici lo spazio tutt’intorno. (1)
Affondare nel terreno, accelerare il moto ascendente tramite un’energia spiraliforme che non trovi freni o intoppi o sacche di resistenza grazie ad un corpo flessibile. Flessibile dentro e fuori. Libero e “vuoto”.(2)

Per questo è importante lavorare Fushime Taiso, laddove la mappa neurologica primordiale, alle radici, la possiamo esplorare compiutamente. Laddove, in caso di mancanze, di strappi o immaturità nel percorso di crescita ontogenetico (la maturazione infantile) in cui si riflette quello filogenetico (della specie) riscontriamo, una volta adulti, deficit di movimento sino ad una asfissia nella percezione sensoriale.
Dalla posizione fetale alla “stella marina”, movimento abbozzato che l’ombelico indirizza alle parti connesse, ai quattro arti, passiamo ai movimenti spinali testa - coda (pesci), poi a quelli omologhi, in cui gli arti agiscono simultanei e simmetrici (anfibi).
Quando l’essere, l’animale, esce definitivamente dall’acqua, ecco i movimenti omolaterali, asimmetrici sullo stesso versante di un arto superiore ed uno inferiore (rettili), a seguire i controlaterali, l’arto anteriore di destra si muove in avanti insieme al posteriore di sinistra e viceversa (felini), fino alla salita alla stazione eretta (bipede) e … ritorno.
Da bipede ecco, appunto, l’importanza di scaricare il peso a terra per poi esprimersi nello spazio, recuperando un pieno uso del bacino / femori e della colonna vertebrale in cui, nei millenni, il mancato uso degli arti superiori (anteriori) per la deambulazione, la parte “alta” si è impigrita fino a concedere poco o nulla alla qualità del movimento.

Simbolicamente, dalla Terra verso il Cielo.
Dall’accoglienza del femminile all’avventura di scoperta tipica del maschile. Sorta di separazione, di rescissione traumatica, violenta, dal cordone ombelicale, dal maternage come condizione necessaria per divenire maschio adulto. Certo, poi, ogni volta, torniamo alla terra, al femminile, per poi riprendere il viaggio in una sequenza senza fine.

Eppure, in questa affascinante sequenza così come l’ho descritta, sequenza di straordinaria efficacia motoria e pure marziale, di combattimento,
manca ancora qualcosa.

Manca, meglio, ora scopro un ancor più raffinato andamento corporeo che si traduce in azione e gesti ancor più fluidi, ancor più rapidi; scopro un nuovo, un diverso rapporto con la Terra, con il femminile, con la Madre.
Non una separazione netta, agita come strappo. Piuttosto un’accoglienza che mentre mi accoglie, accoglie il mio pesare ed io mi lascio accogliere, al contempo mi permette di allontanarmi, di esplorare nuovi spazi, di scoprire l’avventura del maschile senza lo sforzo, che è traumatico, del distacco.
E’ un incontro foriero di esplorazioni che nascono spontanee, senza traumi, senza sforzi e danzando l’armonia dell’ambiente.

Scopro, nell’azione corporea (3), che, dal semplice e primordiale movimento di irradiamento ombelicale fino al balzo sull’avversario, posso ora agire ancor più fluido, ancor più rapido.
Scopro, nell’elaborazione psicologica, che il distacco dal materno può essere una potente delizia, un delicato e audace slancio nel maschile, nel paterno.
Scopro che la separazione, ogni separazione, non necessariamente, anzi, deve essere trancio doloroso.

Scopro che faccio meno fatica ed ottengo di più.

Che è il succo, il cuore, di ogni pratica motoria, corporea, dunque anche sportiva se l’intellighenzia sportiva fosse realmente tale e non un mondo chiuso nella sua ignoranza! (4)
Che è il succo di ogni pratica marziale, combattente, lottatoria, laddove la rapidità del successo sull’avversario col minor dispendio di energie stabilisce chi vive e chi muore.
Che è il succo di ogni pratica terapeutica, di ricerca del benessere e del bellessere.

“Per quanto tu sia bravo, puoi sempre migliorare,
ed è questa la parte emozionante”
(Tiger Woods)

Un sentito grazie ad Eleonora che, prendendomi per mano, mi ha permesso questa scoperta.


1. Pratica sensazionale di efficacia ed efficienza ben più progredita di chi ancora pratica privilegiando gli arti al lavoro del corpo tutto, ma pure di chi ancora pratica affidandosi al ruotare dei fianchi o alla contrazione / decontrazione muscolare delle gambe.

2. “Possiamo allora dire che lo spazio incorporato, vale a dire tutti i volumi che percepiamo al nostro interno, si espande leggermente tutt’intorno a noi, nello spazio peripersonale (…) e che lo abitiamo e lo utilizziamo molto meglio se affiniamo la consapevolezza della sua dinamicità” (M.  Della Pergola).

3. Non sono ancora in grado di spiegare compiutamente in forma teorica questa evoluzione: dall’agire descritto nelle prime righe a quanto vado scrivendo in quelle a seguire. So come fare, come proporlo ad altri. So come trasformare in questa innovazione ogni esercizio, ogni gioco già praticato: dai Fushime Taiso agli spostamenti, dalla forma Tai Chi Chuan ai push hands, dai colpi di braccia e gambe alle proiezioni al suolo. Ma, al momento, non ho ancora trovato come passare dalla pratica all’elaborazione teorica scritta, o, quanto meno, ad una elaborazione tanto esaustiva quanto sufficientemente sintetica da essere ospitata in un blog!!

4. Ancora largamente maggioritaria è la pletora di docenti, allenatori e praticanti che sostiene il “Ho le spalle contratte” invece di “ Io sono spalle contratte”. Sorta di schizofrenia che scinde Io e corpo, che guarda al corpo come corper, oggetto di scienza, oggetto posseduto, oggetto da misurare, invece che leib: corpo del mondo della vita, essere corpo.
Dal Platone (Atene 428-347 a. C.) del valore universale delle idee, per cui diviene necessario negare corpo e sensazioni, alla nascita del capitalismo con le teorie comportamentiste ( primi del ‘900) per cui, dato l’inserimento sistematico delle macchine nel ciclo produttivo, era imperativo sapere ciò di cui un individuo è capace attraverso osservazione e misurazione, fino al dominio della tecnica dei giorni nostri (dove ogni essere umano è trattato come se fosse soltanto una macchina, cioè un mezzo), ecco il percorso dell’alienazione del corpo, ecco le palestre ed i corsi in cui il corpo è da modificare, da modellare, in cui persino un’arte complessa, profonda e pulsionale come il combattimento viene insegnata / praticata seguendo il foglio simil IKEA per montare un mobile!!.





sabato 16 maggio 2020

Giri Haji. Dovere e Vergogna




Un poliziesco anglonipponico, incentrato su un sicario della yakuza scappato dal Giappone e sul fratello detective, piombato a Londra a cercarlo.
Una Londra fatta di meandri speso sordidi e sottobosco di uomini e donne che faticano a trovare una propria dimensione autentica nella sempre più caotica e malevola città.
Nella serie, agiscono personaggi tutti grande spessore, nessuno secondario né alla trama avvincente degli accadimenti né allo scavo psicologico delle loro debolezze umane. E non è facile trovare una serie in cui tutti, ma proprio tutti, i partecipanti contribuiscano all’intensità dello spettacolo.

Mi ci sono accostato per semplice curiosità per poi imbattermi, oltreché in uno spettacolo avvincente e godibilissimo, nel binomio che dà il titolo alla serie:

“Dovere/Vergogna”,

che sono i due elementi che qui tutti i personaggi hanno in comune.
Ogni personaggio, infatti, è legato da un obbligo in cui albergano le cicatrici di disonori passati.

Un senso del dovere che per i personaggi di stampo europeo suona come un individuale  “Devo stare meglio” oppure “Dovrei essere diverso da come sono”, mentre in quelli giapponesi il senso del dovere (giri), è quello al quale si sacrificano le emozioni umane (ninjo), al fine di far trionfare l’armonia della collettività, il rispetto della famiglia, dell’impresa per cui si lavora, del clan, della patria.
Stesso è per la vergogna, correlata, nei primi, alla percezione che si ha di se stessi. La vergogna si presenta come un senso sgradevole di nudità, di trasparenza: si ha la sensazione di essere stati scoperti e di conseguenza si vorrebbe diventare invisibili, sparendo per sempre dagli sguardi altrui.
Nella cultura giapponese, vergogna (haji)  più che imbarazzo è disonore.
Come scrisse Ruth Benedict, in “Il crisantemo e la spada”, la cultura della vergogna sarebbe la pressione ad agire nello stesso modo. Per il giapponese, lo stimolo di partenza proviene dall’esterno, sicché l’autocontrollo o l’autocensura, contrariamente alla mentalità occidentale, si attivano non per fedeltà a una propria morale interiorizzata, ma per evitare il rimprovero esterno.

L’incontrarsi e lo scontrarsi dei personaggi, a Londra come in Giappone, crea sotterranee e malcelate commistioni tra queste due visioni che lacerano sia i singoli che le relazioni tra gli stessi, il tutto mentre la vicenda procede tra sparatorie, massacri, agguati e fughe vertiginose.

Allora lo scorrere degli eventi, mentre mostra il limite di karoshi “la morte per eccesso di lavoro”, ovvero la spinta all’onorare ad ogni costo impegni e scadenze, mostra anche la decadenza mortifera insita nella deresponsabilizzazione e nell’eccesso di godimento; di come tatemae / honne, l’apparenza che fa da scudo alla sostanza, possa rivelarsi una trappola soffocante tanto quanto l’occidentale mostrarsi e fare quel e come ci pare, in nome di un liberismo avido ed egoista, sia traghetto verso disperazione e dissoluzione.
Danziamo, puntata dopo puntata, tra il preconcetto nostro di cercare sempre una causalità lineare e quello asiatico di cercare invece un senso ad ogni esperienza.
Abitiamo la compostezza di kijo, il dolore riservato, persino elegante, di contro alla sguaiata esposizione senza ritegno dei sentimenti, ed intanto ci domandiamo se il primo non sia paura, fuga dall’ascolto di sé ed il secondo una spiacevole ma necessaria catarsi.

La serie non lascia certezze allo spettatore, o almeno questa è la mia impressione. Questo perché la parabola di ognuno dei personaggi è narrazione in divenire.
Se davvero la realtà è mondo intenzionato, allora l’individuazione, il percorso di ognuno, è a carico di ognuno di noi, in cui l’altro, l’ambiente, non può essere né scusa né colpa per le nostre scelte. Che si venga da una formazione tradizionale o da una che la tradizione ha dimenticato, ognuno ha da fare i conti con i sensi di colpa e le ambizioni, i progetti, che lo abitano. Ognuno ha il suo substrato inconscio, più o meno contaminato dal retaggio della storia umana, da quello che è chiamato “inconscio collettivo”.

Dal punto di vista occidentale, che per forza di cose; nascita, educazione, relazioni ecc. è il mio, per così dire, “naturale”, viene da chiedersi, questo sì abbracciando la concezione orientale, il senso di questa rapidità, che è superficialità, della comunicazione, dell’avere tutto e subito, della frenesia del consumare quand’anche senza usare, e che in fretta deragliano nel consumo usurante di noi stessi.

Guardare la e le storie qui raccontate è ripensare ai nostri atteggiamenti, al nostro fare fisicoemotivo, significa comprendere il senso di ciò che sta accadendo attorno a noi, che sia ancora latente o in bella mostra, ma che intuiamo essere trasformazione in corso della collettività  verso un futuro ancora tutto da riempire ma dai contorni acidi e maligni. Allora ognuno di noi è e sarà responsabile verso di sé come verso gli altri, responsabilità che è rispetto e cura, pazienza e gentilezze, tanto quanto fermezza e coraggio, audacia.
E’, per me, per le mie scelte, Spirito Ribelle, ovvero pratica di disubbidienza ed opposizione all’abbruttimento ed al servilismo di un presente che vuole condurci verso un prossimo futuro dominato in toto dalle leggi del profitto e della mercificazione, dell’alienazione.
D’altronde “ Niente se ne va prima di averci insegnato ciò che dobbiamo imparare” (Buddha)

Una nota di merito alla musica. Non tanto per i gradevoli brani musicali, quanto per le percussioni, i tamburi, che colpiscono e tracciano, improvvisi, lungo l’intero arco della narrazione. Semplicemente sublimi.

Giri Haji
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