mercoledì 25 gennaio 2023

Il tempo del viaggio

La pratica del confliggere, delle Arti Marziali, è viaggiare dentro se stessi per conoscersi ed offrirsi, adulti coraggiosi e vitali, al mondo e alle relazioni.

E’ vivere “Qui ed ora”, formandosi, pugno dopo pugno, calcio dopo calcio, leva articolare dopo leva articolare, coltellata dopo coltellata, al protagonismo delle scelte, alla pratica della virilità intesa come coraggio di opporsi all’opinione convenzionale, quella virilità che “è l’ultima carta da giocare, la risorsa cui attingere prima di cedere alla rassegnazione e alle preghiere” (“Virilità” di Harvey C. Mansfield, filosofo).

Praticare Arti Marziali è praticare “Spirito Ribelle”, contro ogni bavaglio, contro il “consumo senza uso”, contro la miseria culturale e valoriale che infetta la società e produce automi, produce amebe colorate fuori e grigie dentro.

Praticare Arti Marziali è sapere che non è tempo perso quello occupato nel guardarsi dentro, dove non c’è necessità di parlare e si danza, invece, la danza dei dubbi e delle incertezze, della flessibilità e della vulnerabilità; alla ricerca di un luogo che non si incontrerà mai, perché lì perdi tutto e solo lì sei in pace con te stesso.

Nel viaggio, incontreremo e condivideremo un tragitto, lungo o breve che sia, con chi ha rischiato tutto o poco per provare a guardare le ombre dentro, quel lato oscuro, quel dolore strisciante che nessuno fuori ti vuole e sa riconoscere, per il quale ti sa accettare.

Inutile parlare di sogni a chi non sogna, ma questo non ci impedisce di offrire un sorriso e un gioco di lame affilate, un abbraccio e un gioco di proiezioni al suolo a chiunque sia a un passo dall’essere adulto vitale ed erotico, tutti schiavi di piccoli gesti ma tutti impegnati nelle nostre personali battaglie, anche di fuga, ma pur sempre battaglie.

Rispetto per tutti, allora, ma anche assumersi la responsabilità di scegliere se stare al limitare del bosco o avventurarsi dentro, liberamene controcorrente, gyakufu, “faccia al vento”. Rispetto per tutti, ma camminando a fianco di chi, con noi Spirito Ribelle, condivide l’assalto al cielo.

Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo

Perché sentiva la necessità di una morale diversa

Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno

Era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita

Qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come

Più di se stesso: era come due persone in una

Da una parte la personale fatica quotidiana

E dall'altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo

Per cambiare veramente la vita

No, niente rimpianti

Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare

Come dei gabbiani ipotetici

 https://youtu.be/wQslsdTn15M









 

 

 

 

 

 

sabato 14 gennaio 2023

Della gentilezza e del coraggio

Inizia bene Gianrico Carofiglio nel suo

Della gentilezza e del coraggio

Tra un excursus sulle origini delle Arti Marziali e una folata che attraversa psicologia e filosofia, (“Ciò a cui opponi resistenza persiste. Ciò che accetti può essere cambiato” C.G. Jung), emerge una interessante visione della gentilezza.

La riconosco come mia, quella che campeggia nei nostri volantini: “Colpisci gentilmente”; quella che, per Carofiglio, è “flessibilità, duttilità, adattabilità” e come tale capace di stare nei conflitti depotenziandoli, quella capace di “disinnescare le semplificazioni che portano all’autoritarismo e alla violenza”.

Quella gentilezza che, secondo gli psicologi, attiva, in chi la esercita, un aumento di ossitocina, comunemente chiamata “ormone dell’amore” perché favorisce le buone relazioni e l’empatia tra le persone, e serotonina e dopamina, capaci di incrementare stati d'animo ed emozioni piacevoli. Quella gentilezza che Carofiglio bene individua come potente arma contro ogni aggressione.

Quella gentilezza e flessibilità d’animo che, per me, per noi Spirito Ribelle, fa il paio con duttilità e flessuosità nella didattica della nostra proposta marziale ai praticanti quanto nella pratica corporea stessa (1), nella gestualità dolce e potente, così profondamente animalesca, dunque totalmente predatoria, astuta e letale, quella che ci fa combattenti efficienti ed efficaci.

Poi, il nostro si lancia in un peana fondato sul dominio della ragione, sul raziocinio, e pesantemente orientato a criticare populismo e populisti. Tante pagine, pure noiose, in cui di Carofiglio emerge la personalità radical chic e la sua ovvia collocazione politica.

Narcisismo, livore, presunta superiorità morale, di questo trasudano le sue pagine, oltreché di una totale dimenticanza del ruolo delle emozioni nelle relazioni umane.

Troppo facile, nella sua acrimonia verso Trump e i populisti, inserirgli il dubbio che, forse, l’alternativa a Trump, Hilary Clinton, non è tanto meglio, tra legami con la lobby delle armi, spergiuri e documenti fatti sparire, inchieste FBI; che i nostrani Matteo Renzi, Maria Elena Boschi, Teresa Bellanova, Raffaella Paita, Francantonio Genovese, Paola Bragantini, solo per citarne alcuni, tutti pure incappati nelle maglie della giustizia, in quanto a menzogne e goffe difese improponibili (chi non si ricorda del “Rinascimento arabo” (2) di renziana memoria?) sono tutti di estrazione PD, lo stesso partito di Carofiglio? E, all’epoca della stesura del suo libro, ancora non era emerso il Quatargate del vorace Panzeri!!

Troppo facile incrinare il rigido neo – illuminismo del nostro ricordandogli che “Le emozioni ci forniscono informazioni sui nostri fabbisogni e sul significato dell’esperienza che stiamo facendo, orientano i nostri comportamenti ed indirizzano le nostre azioni, considerando diverse alternative” e a scriverlo è Francesca Tinelli, su una delle più autorevoli riviste di “Risorse Umane”; forse il capitolo “Discussioni ragionevoli” andrebbe riscritto !!

Poi, il Carofiglio si riprende da questo delirio e scrive pagine davvero interessanti sul coraggio e il suo rapporto con la paura, arrivando a scrivere, citando Hobbes, “ciò che rende inevitabile la violenza (omissis) non è l’aggressività, non è la forza di taluni; è la debolezza di molti”, aprendo così non una porta, ma un portone a tutta una filosofia di vita e di scelte che certamente non abita nella parte culturale e politica di cui mena vanto il Carofiglio.

Esemplare e condivisibile il capitolo “Gentilezza e senso”, con i limiti che l’autore pone al concetto di tolleranza perché non divenga passività, con l’affermazione che la pratica della gentilezza è l’antidoto alla supremazia della tecnica, con l’affermazione che “la pratica della gentilezza è una scelta, e per esercitarla ci vuole coraggio”.

Un bel libro, una volta spuntato dal personale dubbio che dell’autore si potrebbe che sia: “egoriferito costantemente impegnato nella contemplazione di se stesso” (“Psicopatologia del radical chic” di R. Giacomelli).

Un bel libro che rende giustizia alla gentilezza, dunque alla vulnerabilità, come pratica antagonista, persino alternativa, al moloch capitalista con le sue brutali violenze, alienazioni e prevaricazioni, tanto economiche e sociali quanto culturali, di stile di vita.

Chissà, magari anche Carofiglio, nato da una borghesia ricca ed illuminata (madre scrittrice, padre ingegnere) a sua volta scrittore (ma va?!), ex magistrato e politico di lungo corso nelle file del PD (3), prima o poi aprirà gli occhi e, in un prossimo libro, dedicherà almeno qualche pagina alla pochezza e gracilità culturale della “sua” di parte, e arricchirà la sua formazione di una sana e robusta consapevolezza emotiva.

 

1. Un abisso, come sa chi mi e ci conosce, tra noi Spirito Ribelle e la didattica autoritaria e dogmatica, la pratica gestuale rigida e ripetitiva del gran mondo delle Arti Marziali tutte; davvero da noi “La gentilezza, la cedevolezza, la non durezza (omissis) è una sofisticata virtù marziale” (ibid) e non uno vuoto slogan smentito nella pratica.

2. Secondo Amnesty International, il regime saudita reprime "i diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione. Ha vessato, detenuto arbitrariamente e perseguito penalmente decine di persone critiche nei confronti del governo"

3. Non credo sia un caso che tra i papabili alla segreteria del partito ci sia Elly Schlein, famiglia ricca dell’alta borghesia, scuole svizzere prima dell’università; poco più che ventenne partecipa come volontaria alla campagna elettorale di Barack Obama per le elezioni presidenziali statunitensi di quell'anno e, subito dopo, la troviamo nella direzione nazionale del Partito Democratico e in parlamento: proprio le opportunità che si affacciano “spontaneamente”, senza alcuna … spintarella … ad un qualsiasi giovane italiano. Ah, dimenticavo, la Schlein è dichiaratamente bisessuale, in linea con una cultura progressista che, abbandonata la lotta per il lavoro e contro la diseguaglianza economica e sociale, da anni di nota solo per gli strepiti a favore dei diritti civili. Insomma, dal 2015 oltre 1.000 morti sul lavoro ogni anno, ma ora possiamo scegliere di avere il doppio cognome!!

 

 

 

 

 

giovedì 29 dicembre 2022

Vomito arcobaleni





Che non sarà una frase delicata, forse, ma…mentre sto scrivendo queste righe ho mille emozioni dentro che prendono a pugni quanto perdo, tra un giorno che se ne va ed uno che stenta a comparire.

Da tempo, dopo gli anni bui, quelli della rabbia e del dolore, io miro all’eccellenza e lo faccio puntando sulla vulnerabilità, sulla gentilezza: “Colpisci Gentilmente”, ho scritto sul volantino che pubblicizza i corsi Spirito Ribelle.

Sono corsi di Arti Marziali, come sa chi mi conosce. Sono corsi di corpo e movimento, di modulazione emozionale, emos – azioni, appunto, di contatto fisicoemotivo con il sé più profondo e di relazione col sé altrui, di scoperta e trasformazione del proprio senso di identità personale. E tutto questo non è che corpo, corporeità totale, carnalità totale.

Arti Marziali che, il nome già lo dice, sono un continuo corpo a corpo, scoprendo il confronto, il contatto e dunque anche il conflitto con me corpo e, insieme, con te corpo e lui corpo.

Sono giochi consapevoli: giochi, dunque area di piacere, curiosità e stupore; area di pedagogia, andragogia del corpo; area di dialogo tonico tra contrazioni e decontrazioni muscolari, aprirsi e socchiudersi di articolazioni, movimenti dei visceri.

E so che nessun individuo è un individuo qualunque: “Ogni individuo è una risorsa”, lo leggi nell’ultima pagina del nostro SHIRO, l’aperiodico che da oltre quarant’anni accompagna il mio e nostro cammino. Perché ogni individuo combatte o fugge da una sua personale battaglia ed allora merita il mio e nostro massimo rispetto: che sia un lottatore disposto a cadere e ferirsi nell’animo e nel cuore, che sia un fuggitivo spaventato dall’aver visto in volto il ghigno del dolore.

Per questo le Arti Marziali, qui davvero, qui da noi Spirito Ribelle, non hanno porte chiuse né giudizi apriori. In ogni attività, in tutte le occasioni in cui ognuno di noi è nel mondo, portiamo la nostra immagine corporea, che sia come agiamo e ci esprimiamo, che sia quali persone scegliamo accanto e quali rifiutiamo, tutto quanto racconta di come ci sentiamo, di come ci vediamo di corpo, corpo vivo, corpo abitato.

Allora abbracciamo vulnerabilità e gentilezza, anche quando sembrano un fardello, quando ci puntano il dito accusatore contro, quando il ricordo o la presenza ci spaventano mentre l’arroganza, la sfacciataggine altrui, tanto di moda, paiono prevalere.

Ma noi qui, Spirito Ribelle, mescoliamo magie. La quiete e la tempesta, ogni sobbalzo di respiro strano, ogni momento distratto e ogni attenzione forzosa, qui trovano un senso. Trovano una vita che riemerge, uno struggimento che si fa potere; lasciano andare ogni ferita di giornata, lividi e dolore, per abbracciare la forza del cuore.

 



 

 

 

 

martedì 20 dicembre 2022

Kenshindo- un possibile riscaldamento /apertura

Il BUON riscaldamento non è solo “muscolare”. Esso è anche:

 L’apertura della seduta, agendo sul corpo, modifica lo stato psicologico dei partecipanti. Essa deve agevolare il passaggio:

           dallo stato di coscienza ordinario a “stati di coscienza secondi”;

           dal linguaggio verbale al linguaggio non verbale;

           dal pensiero logico – analitico al pensiero analogico e associativo;

           dalla disposizione difensiva ordinaria a una maggiore disponibilità alla circolazione delle emozioni;

           dalla dimensione concreta – operativa alla dimensione immaginativa, espressiva e creativa;

           a un buon bilanciamento extra / intraintensivo.”

(V. Bellia “Dove danzavano gli sciamani”)

Anche T. Santambrogio “Arti Marziali come armi” in:

https://tiziano-cinquepassineldestino.blogspot.com/search?q=ma+che+riscaldamento+%C3%A8

 

Ecco un possibile BUON riscalamento / apertura 

nella pratica Kenshindo





Prima fase, vincolata / strutturata

I giochi e gli esercizi vincolati / strutturati sono importanti in quanto spingono il praticante a cercare soluzioni motorie nuove, fuori dai suoi abituali schemi motori e perché “il vincolo ad una gestualità totalmente libera riconduce il praticante alla condizione esistenziale quotidiana, quella dove non gli è concesso di tutto, non gli è concesso di fare quel che gli pare” (T. Santambrogio ibid)

1. Si muovono mantenendo il contatto dei ken

2. Evitamento / sottrazione: A si toglie dal contatto dei ken, B cerca di restare a contatto

3. Aggressione / addizione: A colpisce il ken di B per allontanarlo, B cerca di restare a contatto

Seconda fase, semilibera / semistrutturata

1. Ad ogni azione di evitamento sottrazione di A, quando riuscita, B tenta di entrare nel varco attaccando

2. Ad ogni azione di aggressione / addizione di A, quando riuscita, questi tenta di approfittare del varco creato per attaccare B che tenta di difendersi

In questo riscaldamento / apertura, 

diversi sono gli elementi che entrano in gioco,

in un crescendo continuo:

Immersione fisicoemotiva nella relazione duale, quotidianamente condita di contrasto e intesa; coordinazione tra premere e assorbire; consapevolezza di cedimenti fusionali ed egotismo; coinvolgimento articolare in senso torsionale, verso la consapevolezza tridimensionale e il dinamismo psicomotorio: “sono i primi a cedere in tante condizioni psicopatologiche, e il loro ripristino si accompagna a un rapido miglioramento della connessione con l’ambiente e del benessere” (V. Bellia “Un corpo tra altri corpi”); pratica di yomi (percezione) e yoshi (cadenza, ritmo) “che se ben sviluppate erano insieme al ma-ai gli unici margini di raffronto immutabili giacché uscivano dalla semplice sfera tecnica e andavano ad agire su aspetti spirituali e psichici” (C. Varone in http://win.ilguerriero.it/artimarziali/arti_marziali_09/ritmo_yoshi.htm)

Il riscaldamento, il BUON riscaldamento, 

non può mai essere un’attività puramente ginnica. 

Altrimenti ci si è riscaldati, ci si è preparati, 

per un’attività ginnica, 

non per un’Arte Marziale!!

 

 

 

 

 

sabato 17 dicembre 2022

Arti Marziali come armi

Il solito “pistolotto” sulle Arti Marziali per sapersi difendere da un’aggressione?

Per imparare l’autodifesa?

NO!!

 In precedenti scritti ho già smontato questa “bufala”, questa illusione venduta a paciosi studenti e tranquilli impiegati di diventare dei letali combattenti. “Bufala” ed illusione costruita su esercizi e combattimenti sempre in coppia e con l’opponente sempre davanti a sé e precedentemente già identificato come tale; su grottesche difese da coltello rigorosamente di plastica e da pistola giocattolo; su esercizi ginnici e di potenziamento (magari pure errati e portatori, nel tempo, di dolori cronici) come “conditio sine qua non” per sapersi difendere, e la lista di aberrazioni, incongruenze e falsità potrebbe continuare.

Invece

Sì, le Arti Marziali come armi: potenti, distruttive, letali.

Sì, lo Spirito Ribelle inteso, come scriveva Ernst Junger, a mò di anarca, parola composta dal greco an 'senza' e -árchìs, da árchein, 'governare, comandare'. Ossia l’individuo che rifugge un ordine arrogante nel pretendere il controllo totale, e allora si sottrae scegliendo di ‘passare al bosco’, dissociandosi dai valori imposti dalla società.

Uno Spirito Ribelle che pratichi Arti Marziali, come io le intendo e le propongo, ecco quanto vado formando, di passo in passo, di aggiustamento ed approfondimento in aggiustamento e approfondimento, ormai da quasi mezzo secolo.

Uno Spirito Ribelle che pratichi Arti Marziali è un individuo autodeterminato, coraggioso,

vitale ed erotico: un guerriero contro.

Perché scrivo questo? E come si può arrivare ad un individuo siffatto?

Ogni individuo, sin dalla nascita, cresce e si forma nella relazione con gli altri e con l’ambiente in cui vive. Ma siamo in una società che annebbia il senso dell’altro, ci distanzia dall’altro, che, per rispolverare Karl Marx e il concetto di alienazione, riduce l’altro ad oggetto: reifica le relazioni, aliena il sé corpo, il sé fisicoemotivo.

L’altro è massa indistinta, è like sui social.

Prendiamo il contatto più spontaneo ed intimo: l'attività sessuale, ebbene è in diminuzione, come ci dicono i diversi rapporti in merito: “Periodi di astinenza negli ultimi tre anni hanno riguardato il 92,6% delle persone, quote uguali tra maschi e femmine: la durata media è stata di 6 mesi, ed è il 26,2% ad avere avuto un’astinenza sessuale superiore ai 6 mesi” (fonte Censis) e come rileva Luigi Zoja, psicoanalista e sociologo nel suo ultimo libro: “Il declino del desiderio”. Cresce, invece, il sesso on line, quello finto, quello immaginato, quello dove si inventano storie e giochi erotici tutti “vissuti” di mente.

Una fuga dall’intimità dei corpi, dal contatto dei corpi; i corpi sono invece vetrinizzati, sono merce modificata ed abbellita in pratiche di palestra ed esposta al pubblico come oggetto di consumo o in veste puramente decorativa. Sono Körper, corpo-oggetto, quel che uno ha, che occupa uno spazio, che misura di certe grandezze come il peso e l’altezza, e non Leib, che conosce attraverso l’esperienza ed è corpo vissuto.

Il corpo non è più fisicoemotivo, non è più il flusso tra il sé e il resto del mondo, è divenuto carne morta, corpo sterile. il corpo non è più teatro delle passioni, come cantava Omero nel IX secolo a.c., né “cognizione incarnata” come scrivono George Lakoff e Mark Johnson, filosofi e linguisti; il corpo, oggi, è “il più bell’oggetto del consumo” (Jean Baudrillard, sociologo), è “oggetto posseduto da personalizzare con gadget, app, chip subcutanei, innesti e perfino software da scaricare direttamente nel cervello” (G. Mininni, filosofo).

E’ l’alterità che consente lo sviluppo dell’identità individuale e pure collettiva. Gli individui, invece, nel contatto di corpo che è quotidiano, persino obbligato nel vivere sociale, praticano contatti dominati dal consumismo e dal narcisismo, contatti asfittici, contatti pervasi da insincerità, contatti di corpi estranei a se stessi prima ancora che agli altri.

Ecco, allora, la pratica delle Arti Marziali come arma

che smonta e distrugge reificazione ed alienazione.

Lo fa perché propone giochi e dialoghi di corpo a corpo, anche conflittuali; giochi il cui “cuore” della pratica è conoscere e misurare la propria identità personale confrontandola con quella dell’altro e integrandola nel gruppo. Grande esempio di formazione all’adultità!!

Lo fa costruendo momenti empatici, di risonanza emotiva, e momenti esplorativi intesi come nuovi modi di esprimersi gestualmente quanto nuovi modi di contatto con l’altro. Grande esempio di integrazione tra ciò che si è e come lo si esprime con ciò che di sé e dell’altro si scopre, inducendo inconsueti tracciati creativi!!

Lo fa giostrando abilmente tra giochi e momenti di libertà espressiva e giochi vincolati. Importanti questi ultimi perché il vincolo ad una gestualità totalmente libera riconduce il praticante alla condizione esistenziale quotidiana, quella dove non gli è concesso di tutto, non gli è concesso di fare quel che gli pare. Tanto impara il concetto di contenimento, di cooperazione, quanto sperimenta quella creatività che è unica fonte di una concreta libertà d’azione.

Perché sia così, certamente, occorre un luogo, un ambiente di pratica, che su questo sia fondato e non su codifiche di stili e memorizzazioni di tecniche; del tutto lontano da dettami dirigisti e didattiche impositive; che rifiuti tanto le mere e morte sequenze gestuali prive del corpo come “luogo di esistenza (JL. Nancy, filosofo),  quanto lo scazzottarsi come fulcro, come parte preponderante della pratica invece che come verifica di quanto studiato e dei progressi fatti; dove non regni il Sifu, il Maestro, l’allenatore, ma un facilitatore, quello che io chiamo il Sensei, “colui che è nato prima il cui compito non è l’indottrinamento dell’allievo, sorta di “carta bianca” su cui scrivere il sapere di questa o quell’Arte, su cui sfogare il proprio delirio di onnipotenza, quanto l’accompagnarlo dentro il suo mondo interiore e le potenzialità ancora inespresse.

E, sinceramente, una pratica, un luogo e un Sensei così, a parte me e il nostro gruppo, nel mondo delle Arti Marziali, io ancora non l’ho incontrato!!

Scelta legittima, certo, quella di praticare e proporre le Arti Marziali in altro modo e con altri scopi, purché non si inganni il “cliente” illudendolo che incontrerà equilibrio e consapevolezza, salute psicofisica, autorevolezza decisionale, ed altre caratteristiche che, invero, nessuno potrà mai trovare se non pratica di corpo in quanto esperienza del corpo stesso e attraverso una didattica maieutica (1). Perché, Maestri e Sifu, in tutta onestà, non propongono le Arti Marziali come attività ginnica, come avvincente sport, come occasione per fare nuove conoscenze, per stare insieme in compagnia, per divertirsi? Tutte caratteristiche legittime, persino attraenti.

Questo modo che io vado proponendo riprende ed attualizza il Tradizionale passaggio dal Bujiutsu ( combatto per salvare la pelle a scapito di quella dell’avversario)  al Budo (modo, Via, di crescita ed educazione): “Scopo della pratica del Budo è di ‘denudare se stessi, di affrontare se stessi’ tramite le modalità di origine marziale” (Murata Takuya, Maestro di Kendo e Iaido). Passaggio che, approssimativamente, avvenne alla fine del periodo Meji, nella prima metà del XX secolo. (2)

Questo modo è l’arma potente, distruttiva, letale, in mano al “ribelle”. Un’arma con cui il ribelle non potrà certo cambiare il mondo, fermare la deriva capitalista, ma, almeno, potrà cambiare, o provare a cambiare, di sé e di chi gli sta intorno: poca cosa, ma… ogni grande viaggio inizia da un primo passo

 

1. “il risultato è una crescita personale”; “favorisce l’autonomia, la padronanza di sé, il rispetto degli altri, e una migliore qualità di vita”; “permette di allontanare gli atteggiamenti impulsivi di rabbia e agitazione, facendo spazio alla calma, al rilassamento emotivo e all’autocontrollo”. Sono tre promesse pubblicitarie di tre distinte Arti Marziali (non importa quali), di cui, con parole magari diverse, è pieno l’ambiente marziale. Promesse che nessun volantino, nessun articolo, nessuna riflessione spiega come attuare, se non ripetendo tecniche, forme, combattimenti, se non puntando alla migliore imitazione del modello dato. Pubblicità ingannevole?

 

2. Questa transizione fu spiegata nei libri di Donn F. Draeger, insegnante e praticante di arti marziali giapponesi, autore di alcuni dei più autorevoli libri sull’argomento. Fu esplorata ed interpretata dal Maestro di Judo Cesare Barioli nei “Quaderni del Bu Sen”. Quest’ultimo fu il primo a proporre, in Italia e in sintonia con gli insegnamenti del Maestro Kano Jigoro fondatore del Judo, la pratica judoistica come forma di educazione tentando anche di introdurla in veste ufficiale, ossia come materia di studio, nelle scuole pubbliche. Un approccio diverso dal mio, che tratta di “formazione” e non di “educazione”, e che il Maestro proponeva con una didattica in rigida sintonia con gli insegnamenti dirigisti del Judo stesso, quelli propri anche della scuola pubblica italiana, dunque ben lontani da quella didattica maieutica che io sostengo. Il tentativo non andò a buon fine, ma il Maestro Barioli resta un grande esempio di come le Arti Marziali possano essere davvero una “Via”, un percorso di conoscenza interiore e di crescita personale. In questa direzione di “crescita” si mossero, negli anni ’80 – ’90, anche alcuni gruppi di aikidoka ed un gruppo ligure di Chi Kung dei quali, però, persi presto le tracce.

 

  

Post illustrato da briciole di momenti e volti di un percorso

ZNKR, poi Spirito Ribelle,

che dal 1980 continua ancora oggi

 

 

 


















 

 

 

venerdì 2 dicembre 2022

Souishou - Push Hands

 

Mani che “accettano e premono”, per me, più che “spingere e tirare” come generalmente viene letto questo gioco di coppia.

Gioco di coppia la cui finalità è interpretata diversamente a seconda del Maestro o della Scuola; per me, come già scrissi, è costruzione di un elastico scudo difensivo e offensivo.

E’ sancire un territorio condiviso di relazione. E’ membrana elastica capace di filtrare e respingere secondo necessità, evitando

- sia di introiettare supinamente, accartocciandosi e facendosi sradicare, sia di erigere una barriera rigida e insensibile al contatto;

ma anche evitando

- sia di premere grossolanamente contro un bersaglio indistinto, sia che l’attore spinga oltre le linee di forza consentite col rischio di cadere nel vuoto.

Da quanto sopra, deriva una considerazione fondamentale:

Quando tocchi il compagno di pratica, occorre percepire che qualcosa sotto le tue mani, i tuoi avambracci, sta mutando continuamente. In ogni momento si instaura una relazione fatta di stimoli, domande e risposte. Una relazione in cui io sia consapevole di ciò che sto facendo, capisca cosa sta facendo il compagno e intuisca cosa lui sta capendo di quel che io vado facendo. Questo rimanda al “Qui ed ora”, all’immediatezza dell’esperienza agita, che è un cardine del pensiero e della pratica taoista.

Questo mio modo di praticare e proporre i Push Hands comporta:

Capire o quanto meno intuire delle intenzioni dell’altro. Mi spiego riprendendo un esempio portato da Bonnie Bainbridge Cohen, la creatrice del Body Mind Centering: “Penso al corpo come fosse sabbia. Studiare il vento è difficile. Se però osserviamo come il vento plasma la sabbia – come si formano, scompaiono e riappaiono le tracce che vi disegna – allora riusciamo a distinguere quelli che sono i pattern del vento o, in questo caso, della mente”.

Il che ci rimanda al vivere quotidiano. Alle semplici discussioni in famiglia, nelle relazioni affettive o educative, per comprendere davvero di me e necessariamente dell’altro costruendo un clima empatico di dialogo; oppure all’eventualità di un’aggressione in strada, con la necessità di leggere correttamente e magari prevenire le azioni dell’aggressore.

Il che ci allontana da ogni allenamento, da ogni pratica, fondata sul ripetere e ripetere per memorizzare o perfezionare la meccanica dei gesti, ripetere le stesse movenze aspettandosi un risultato. Impossibile, perché ogni relazione è diversa, non solo negli attori, ma pure nell’occasione in cui avviene.

Il che pone il gioco dei Push Hands tra i più efficaci ed efficienti per conoscere di sé e come si sta nelle relazioni; per accompagnare il praticante dentro il suo mondo interiore attraverso il percorso corporeo, fisicoemotivo; per farne preziosa e radicale terapia di sostegno ed aiuto, di autentico counseling.

Due ultime considerazioni:

Personalmente, mi è indifferente se chi si avvicina ai Push Hands per come io li propongo, sia un praticante proveniente da altri modi di praticarli o un novizio.

  • Nel primo caso, il bagaglio appreso e le spontanee resistenze ad aprirsi al nuovo modo saranno utili: il “bagaglio” per sconsigliarlo a ripercorrere una strada che si mostra chiusa, che non porta lontano; le “resistenze” perché mi indicano dove il soggetto è più fragile e dunque bisognoso di difendersi, di indossare una “corazza”.
  • Nel secondo caso, l’essere un novizio gli permetterà di incontrare più facilmente lo stupore del nuovo, dell’imprevisto, facendolo più malleabile ai suggerimenti del sé corpo.

Certamente, in ambedue i casi è importante la genuina curiosità di sapere, di migliorarsi, di mettersi alla prova affidandosi non tanto al conduttore, a me, quanto a …… se stesso, perché io, da buon Sensei, ti introduco al bosco, ti accompagno nel bosco, ma sei tu quello che ci cammina dentro!!

Se una persona viene da me e mi dice: ‘Non so che cosa sto sentendo. Non so nulla di questo o quello”, io gli rispondo: ‘Fantastico!’. Perché vuol dire che, se t’interessa, hai davanti a te tutto un tesoro di esperienze da scoprire.” (B. Bainbridge Cohen, terapista, artista, creatrice del Body Mind Centering)

 

“Nella maggioranza dei casi, un praticante di Arti Marziali è ciò che io chiamo un artista di seconda categoria. Raramente impara a dipendere da se stesso per l’espressione; piuttosto segue fiduciosamente un modello. Con il passare del tempo, probabilmente comprenderà alcune morte routine e diventerà bravo in relazione al suo particolare modello. Esercitarsi nella pratica abitudinaria e seguire modelli stabiliti forse lo renderà bravo in relazione a quel tipo di routine e modelli, ma solo la consapevolezza di sé e l’espressione di sé portano alla verità. Una persona viva non è un prodotto morto di ‘questo’ o di ‘quello’ stile; è un individuo, e l’individuo è sempre più importante del sistema”. (Bruce Lee, artista marziale, attore e filosofo)

 

 


lunedì 28 novembre 2022

L’accoglienza gentile

Mentre mi guardo so che non posso fermare il tempo e non c’è alcun ruolo che io possa indossare o meta lontana verso cui scappare.

Dietro le spalle ho un mare di volti e di gesti ed un rumore assordante.

Pratico Arti Marziali, le propongo ai miei compagni d’avventura, e so che ho da mantenermi aperto a viaggiare tra le diverse caratteristiche fisicoemotive per contattare l’uno o l’altro nello stile che gli è proprio, per indurre l’uno o l’altro ad esplorarne uno nuovo anche quando la strada è insicura.

Ogni stile di presenza e di movimento ha le sue ragioni, per questo i corsi proposti di tecniche uguali per tutti sono una prigione, ogni forzatura di forme uguali per tutti è un’assurdità, una trama di aberrazioni.

Sarà per questa consapevolezza che non mi rattrista più di tanto sapere che i sogni sono appassiti e con loro l’insana voglia di ottenere tutto, ma proprio tutto.

Mi da quasi più fastidio chi guarda senza vedere, chi non coltiva alcuno spazio dentro al cuore.

Non puoi praticare Suishou (Push Hands) senza uno spazio dentro di te, senza comprendere lo spazio dentro il compagno, senza condividere uno spazio insieme.

Altrimenti è solo tecnica, solo forma vuota o gara a chi spinge e butta più lontano, nani illusi di essere giganti che combattono a sbatacchiarsi, e c’è sempre un ignorante campione a sbraitare, un grande Maestro dall’alto del suo scranno a spiegare e caterve di ignari praticanti a trastullarsi.

Ho molti dubbi davanti e poche certezze in tasca, ma almeno so cosa provo quando mi guardo dentro, quando mi guardo attorno. A volte i miei piedi incespicano nel fango, a volte lo sguardo deraglia dalla linea dell’orizzonte, eppure sono ancora qui a giocare un gioco in cui vince chi sorride, chi è vulnerabile, chi accoglie di sé e dell’altro, chi lo fa donando.

Le mani di Marta sul mio petto, là dove batte il cuore, ed esattamente dietro, sul dorso. Ad ascoltare lo spazio che dovrebbe, ad esserne capaci, farlo danzare il cuore, danzare fino a infondere movimento nel resto del corpo. Le mani di Eleonora, lei che conduce questo seminario di Body Mind Centering, mi sostengono e mi aiutano a trovarlo questo spazio dentro il cuore: davvero un’anatomia che è e si fa esperienziale.

Incredibile sapere dall’embriologia come il cuore arrivi nel feto; spettacolare osservare le immagini di torsioni e spazi che nel cuore si innestano e lo costruiscono, forme che sono anche forze in azione. Il difficile, l’affascinante, è tradurre spazio e torsioni in movimenti reali.

A me pare di essere immobile, solo il battito a dar segnale di sé. Marta, poi, invece mi racconta di impulsi potenti, addirittura di un fremito arrivarle alla mano e lungo il braccio fino alla spalla. Eleonora mi dice quel che già altri, in incontri intensi e di esperienza dentro il corpo, mi hanno detto: “Hai un gran cuore, forte e generoso, ma stretto in un dolore enorme che se non superi, lì ti tiene costretto”.

Mi emoziono, ci emozioniamo, occhi sgranati. E ancora lo spazio, dentro e fuori di me, a narrare del vivere.

E’ un attimo lungo minuti, è un silenzio che parla. So che posso prenderlo e guardarci attraverso. Fuori, nel mondo di ogni giorno, è facile e semplice dire ad uno come è, ma chi davvero ha voglia ed è capace di guardarlo dentro? Chi davvero aspetta senza giudicare, mantenendosi invece accogliente e aperto?

Per questo, da quasi cinquant’anni pratico Arti Marziali, viaggio di ogni ribelle mai domo, di ogni eroe perso. Arti Marziali come lotta, come caccia, dove il primo avversario, la prima preda, è sempre se stesso. Altrimenti sono solo vetrine di vanità e incoerenza, dentro vite che si sprecano in un tempo che prima o poi scopri breve, così fragile e breve tra l’immensità del nulla che lo precede e lo segue, vite prive di eros e thanatos, di amore e morte, di violenza.