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| Anni '80 gli albori all'Umanitaria |
Una delle nostre forze, come Scuola, è la capacità di
essere e fare gruppo, quanto quella di saper accogliere chi da fuori viene a
sperimentare le nostre pratiche marziali, la
nostra cultura di gruppo.
In questa sana prassi consolidata da decenni, di cui tutti
coloro che sono passati nella Scuola danno viva e sincera testimonianza, mi
piace, però, mai smettere di “aggiustare il tiro” sul come essere e fare gruppo.
E’ subito evidente che noi non siamo un gruppo chiuso,
altero nel suo sapere, che includa ogni nuovo venuto in una forma culturale e
relazionale rigidamente definita, che tenda a conservare i modi esistenti a cui
il nuovo venuto dovrà adattarsi.
Perché, se così fosse, al di là di sorrisi formali e
formali accoglienze, questo non sarebbe un gruppo aperto al confronto, al nuovo
che ci porta chi varchi per la prima volta la soglia del Dojo. Sarebbe invece
un gruppo, un clan, portato a conformare le istanze estranee, a ridurle a voci
omofone ai “suoni” della Scuola.
Non facile, essere un gruppo, un clan, realmente aperto,
per due diversi motivi.
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| Seconda metà anni '80: La Comm. Tecnica |
Il primo è l’estrema profondità e sensibilità del nostro
praticare Arti del combattere. Proprio questa nostra caratteristica, così rara
(unica?) nel panorama marziale italiano, potrebbe rivelarsi un’arma ”a doppio
taglio”.
La possibilità che noi diamo a chi pratichi allo Z.N.K.R.,
come scritto più e più volte, non è quella di “farsi il fisico”, di imparare
delle tecniche, uno stile, di menare le mani, di illudersi possessori di chissà
quale sapere e saggezza misticheggiante.
Da noi, invece, l’adepto, misurandosi con le proprie forze
interiori quanto con l’orrore della sua personale Ombra, costruirà un
equilibrato sé fisicoemotivo, scoprirà delle risorse atte a un cambiamento
sostenibile ed autonomo verso un’identità adulta.
Un processo lungo, travagliato, in cui il ferro interiore
dovrà essere trovato, poi forgiato e temprato con la passione del Fuoco e
attraverso le pratiche di lotta e scontro per poi raffreddarsi, salire di
qualità con l’adattabilità e la “forma che non è forma” dell’Acqua. Divenendo
acciaio. Quell’acciaio forte e flessibile insieme che, per noi, è dolcezza letale, vulnerabilità che si fa
forza irresistibile.
Insomma, dai pugni e dai calci, dalle coltellate e dalle
bastonate, dallo scontro immediatamente visibile, per alcuni “volgare”, al
confliggere quotidiano, quello di tutti giorni contro le traversie
dell’esistenza. Esistenza in cui essere adulti, sempre in contatto con se
stessi e autocentrati, di contro al “bambino” (anche quando anagraficamente
adulto) che è sempre eterocentrato e incapace di gestire l’ambiente; il che, di
questi miseri e infimi tempi, non è realizzazione da poco !!
Questo elevato portato, questa cultura marziale che sa di
magicità su se stessi e sul mondo, questo percorso di individuazione in cui
smarrire ogni volta l’equilibrio per ogni volta riprendere a camminare, porta
con sé sia il rischio narcisistico di ritenersi “al di sopra”, sia il timore di
essere contaminati, indeboliti, distratti lungo il percorso da chi arrivi da
fuori, dall’esterno.
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| Stage Estivo 2010 |
Il secondo motivo è, per l’inverso, la libertà che al
nostro interno vi è di mantenere una propria individualità, anche quando
estranea al corpo culturale della Scuola. Chi voglia venire, e restare, per “muoversi
un po’”, per imparare “a difendersi”, può farlo: a nessuno è imposto di
praticare per il “Conosci te stesso”. Questa bellissima libertà individuale che
ognuno può vivere nel gruppo, rischia di autorizzare il gruppo stesso a non
mostrare la Via, il percorso di individuazione, lasciando il neo allievo
disarmato, disorientato dentro ad un habitat così potente e perturbante.
Allora, occorre che il gruppo, il clan, per essere davvero
accogliente, operi per l’integrazione delle diversità, conscio innanzitutto della
opportunità di riorganizzare la propria cultura interna sia perché il neo
arrivato possa realmente esporsi e dare il suo personale e sincero apporto alla
casa comune, quanto perché questo nuovo apporto testi la tenuta della cultura
del gruppo e la sua intelligente permeabilità ad ogni nuova energia che lo
possa migliorare.
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| Residenziale Kenshindo 2013 |
Un
clan solido è quello in grado di stare nel conflitto e nelle incertezze,
nelle relazioni sincere fino anche alla brutalità. Una fabbrica di diversità in relazione,
antagonista o meno, tra di loro. Un clan in cui ognuno viva la sua avventura,
il suo percorso individuale sì ma in seno al clan stesso.
Se volessimo, come nostra prassi, estendere quanto sopra,
quanto avviene in Dojo, nel clan, nella nostra casa, al mondo esterno, potremmo
dire, per esempio, che nella coppia non è importante quanto teneramente ed
assiduamente ti guardi negli occhi, ma quanto guardi nella stessa direzione,
sapendo aspettare i tempi, le pause, le digressioni dal percorso dell’altro
fino, magari, a condividerne le nuove piste che questi scopre.
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| Il mio compleanno Novembre 2015 |
Nella società significa sia rifuggire dal “Qui nessuno è
straniero”, sorta di introiezione collettiva, di suicidio di una identità e
cultura collettiva, sia dall’erigere muri e steccati, materiali e culturali,
come a difendere chissà quale “sancta sanctorum”, mostrando in realtà, ambedue,
un’ottusa incapacità di filtrare, ovvero masticare, digerire e, laddove
servisse, certo, anche evacuare, nutrendosi però, per continuare in questa
metafora dal sapore gestaltico, del buono che arriva.
Questa è la sfida alta, eccellente, che ingaggiamo, ogni
volta che qualcuno varchi la soglia del nostro Dojo, che si ponga al nostro
fianco per condividere un tratto di cammino.
“Tu
comprendi la verità quando impari a riconoscere in ogni cosa il suo contrario”
(in:
Il Cervo Bianco)