domenica 6 novembre 2022

Illusioni di fotografia

Lupo, mio figlio, mi comunica per tempo che non ci sarà a pranzo. Colgo l’occasione per anticipare la seduta a tavola e dirigermi al Castello Sforzesco.

La sala Bertarelli-Archivio Fotografico ospita una mostra di Paolo Monti,

fotografo italiano tra i più acclamati nel secolo scorso.

Quel che mi interessa, nell’ampio panorama delle sue opere, è quella sua attività sperimentale che lo portò, anticipando i tempi, ad agire sull'astrazione e le possibilità molteplici del linguaggio fotografico e delle sue potenzialità. I chimigrammi e le sperimentazioni con materiali a colori ne sono la testimonianza più affascinante. Fotografie ottenute senza la macchina fotografica, giocando con carta argento, oggetti i più disparati, e le forme variabili della luce.

Inventato da Pierre Cordier negli anni ’50, Monti ne è stato l’esploratore più conosciuto.

Le opere esposte sono davvero interessanti anche se, come tutta l’arte astratta, possono lasciare più di un interrogativo. Passiamo oltre il confine stretto che vuole una fotografia tale solo quando realizzata con la macchina fotografica (1), so che spesso, davanti ad una immagine astratta, viene da esclamare: ma, quell’opera, avrei potuto farla anche io!!

Non mi addentro, anche se Francesco Bonami ha scritto al riguardo un bel libro “Lo potevo fare anch'io. Perché l'arte contemporanea è davvero arte” che (forse) contribuisce a depotenziare quell’affermazione.

Qui preferisco interrogarmi sul dialogo forma e non – forma, o meglio trans-forma.

Penso al carapace, alla fissità, imposta in ogni forma delle Arti Marziali e come questa rigidità formale sia invero costantemente smentita dall’interpretazione di ogni praticante; non solo, sia costantemente smentita dal concetto di “pulsazione”, che crea e nutre movenze e fraseggi ritmici a loro volta portatori di modifiche nello stato fisicoemotivo del praticante.

Penso che, a monte di questa rigidità formale, ci sta una rigidità didattica, un limite nella cultura e nel pensiero del Maestro o docente.

Penso che tutto questo sia il frutto di una società essa stessa rigida nelle fondamenta, dove il fluido viene concesso solo per divenire liquido, persino liquefatto, purché non intacchi la rigidità delle fondamenta. Come non vederci la dialettica marxiana di struttura e sovrastruttura? Come non vederci l’attenzione spasmodica ai diritti individuali purchè non si tocchi il cuore della produzione, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo?

Per questo amo come propongo e pratico le Arti Marziali, per individui che si scoprano coraggiosi, autodeterminati, vitali ed erotici e per ciò stesso ribelli. Per questo amo il Tanshu del Taiki Ken, che non è una forma codificata né una sorta di shadow boxing, ma una libera danza di un predatore alle prese con il senso originario del suo vivere, tra azioni base come acquattarsi, osservare, annusare, slanciarsi, afferrare, rotolare, aprire, chiudere, colpire, spingere ecc. Per questo amo la nostra forma di Tai Chi Chuan in cui ogni praticante scopre e modifica il proprio spazio vissuto e la propria chinesfera. Per questo vivo il gruppo come luogo privilegiato dove il ritmo individuale si incontra e scontra con l’animo gruppale e perciò con una amplificazione emotonica di una forza straripante.

Per questo, io che, per restare tra i pittori contemporanei, amo Botero e Machado, però amo profondamente anche tutta l’art brut e … mi sono goduto le opere astratte di Paolo Monti.

 

 

1. Gli anni giovanili, grazie al mio lavoro di allora, mi posero in contatto con fotografi “realisti” come Pino Bruni e Walter Battistessa, ma anche con l’ispirazione creativa di Ando Gilardi e le sue sperimentazioni al di fuori del comune senso di “fotografia”. Ciò mi consentì un’apertura mentale preziosa per confrontarmi e apprezzare anche ciò che non era immediatamente figurativo. Un’apertura mentale che si estese a tutti i campi dell’arte, forgiandosi con il teatro sperimentale di Out Off, di cui seguii la nascita con il critico d’arte Giorgio Seveso, e con la frequentazione di Bruno Munari, autentico genio dell’espressione visiva. Apertura mentale che, come sa chi pratica con me, è fondante la mia visione e la mia proposta del “come” intendere e praticare Arti Marziali, ponendomi, con ciò, in modo del tutto antagonista, persino alternativo, a come è invece proposta e praticata dai vari Maestri e docenti, nei vari Dojo e Scuole che operano qui in Italia.

Milano, Castello Sforzesco

Paolo Monti – fotografia e astrazione

21.10.2022 – 08.01.2023

 

 

 

sabato 22 ottobre 2022

Quando la fotografia si fa arte

E’ il tradizionale

Photofestival

la rassegna di foto d’autore che ogni due anni arricchisce il panorama culturale della nostra Milano.

Più di un autore, più di un tema mi incuriosiscono, allora mi rivolgo a Giancarlo, per tutti “Giazzi”. Lui è un fotografo di grande passione, chi meglio di lui può aiutarmi a comprendere lo stile di un autore, indirizzarmi verso una scelta piuttosto che un’altra?

Così, delle tre proposte che gli faccio per condividere un giro a mostre, lui sceglie

The Witness di

Max Vadukul

Artista nato in Kenya da genitori indiani, collaboratore di diverse riviste, predilige il bianco e nero, qui espone immagini col al centro l’ambiente, i rifiuti urbani, gli effetti del cambiamento climatico.

Foto scattate in alcune metropoli indiane, particolarmente afflitte dall’inquinamento.

Tocca al Giazzi spiegarmi alcune particolarità delle opere dell’autore, mentre io resto affascinato dall’armonia in cui le forme rotonde di una sfera, sempre presente in ogni immagine, duettano, si scontrano e si differenziano dalle linee, dagli angoli aspri che dominano le immagini.

Immagini molte belle, alcune mi emozionano. I giochi di riflesso che ogni sfera presenta paiono un rimando alla nostra presenza: muta? Impotente? O forse c’è ancora una possibilità di invertire la rotta che ci porta a scapicollare verso il degrado della Madre Terra?

Usciamo soddisfatti dall’impatto estetico, molto meno dalle riflessioni che quel degrado ci impone alla mente.

Un gran buon caffè al bar Zaini, nome storico (dal 1913) per il cioccolato milanese, che, trasferitasi l’azienda fuori dalla città, qui ha lasciato un paio di bar – pasticceria a deliziarci il palato. Lunghe chiacchiere seduti su una panca in corso Como e due passi, sempre a chiacchiere, nel quartiere Isola, totalmente rinnovato nell’architettura e nell’urbanistica. Un bel pomeriggio, tra sole, amicizia e l’incontro con un forte e autorevole rappresentante della fotografia contemporanea.

Fondazione Sozzani, corso Como 10

17.09.2022 – 08.01.2023

 

Le proposte del Photofestival sono tante e variegate ma io opto per confrontarmi con

RI – SCATTI

Ovvero: Il carcere fotografato dai detenuti e dalla polizia penitenziaria

Un corso di fotografia rivolto ai detenuti ed agli agenti della polizia penitenziaria, quattro le carceri milanesi coinvolte, le opere poi dei detenuti stessi e delle guardie.

Ne esce una galleria di immagini decisamente particolari. Molte belle, come possono essere “belle” delle fotografie ben scattate, qualcuna che si distingue per taglio, visione, originalità. Alcune che mi emozionano dentro, dentro mi turbano. Che sono davvero una spinta inarrestabile a confrontarmi con l’Ombra che mi si agita dentro, con il terrore della fine di ogni libertà, con la rottura, la separazione, inevitabile da un mondo che, a noi “liberi”, è totalmente estraneo.

Mi par di notare una differenza tra le foto scattate dalle detenute e quelle ad opera dei maschi: le prime più intime, più riflessive; poi, tra i detenuti giovani e soprattutto stranieri, domina la fisicità, con scatti di corpi muscolosi, tatuati, intenti a sollevare pesi o pugni al sacco.

Nelle foto scattate dal personale penitenziario è quasi sempre presente un riferimento alla divisa, come se la vita condivisa tra le mura del carcere avesse bisogno di segnalare però una differenza palpabile, che dia certezze: loro e noi.

Mi colpisce un’immagine: le gambe di una poliziotta, solo le gambe: una gamba che indossa i ruvidi pantaloni della divisa e gli scarponcini, l’altra stretta in fuseaux neri e scarpe tacco dodici.

In una delle sale, un video scorre ininterrotto: sono interviste. Le parole di detenuti e detenute mostrano una umanità straziante e straziata, la rottura dolorosa con gli affetti lasciati fuori dalle mura, la speranza di un domani in cui sarà loro possibile prendere una strada lontana dal crimine; speranza che cozza con la fragilità di cui sono portatori e la diffidenza, quando non l’ostilità, che sanno di incontrare fuori.

Le vetrate delle sale si affacciano sui giardini, tra statue e bimbi; fuori, il sole e lo scalpiccio delle persone libere di andare e venire. Libere.

Una mostra da vedere assolutamente.

PAC via Palestro 14

09.10.2022 – 06.11.2022

 

 




 

 

 

martedì 11 ottobre 2022

Giochi d’acciaio

Il katana, l’acciaio sfoderato e sibilante, i fendenti a sfiorare volto e corpo dell’opponente.

E noi con un’anima, con il cuore e il coraggio a sfidare ogni paura.

Ancora noi, identità in movimento, tracce lasciate in anni di pratica che ogni taglio, ogni estrazione, cancella e ricrea.

Vedi un mondo a testa in giù, ti chiedi che mondo sia questo qui. E in questo mondo capovolto che senso abbia uccidere per non morire, e non mentire mai.

Kata, forme in coppia, tre passi e un’estrazione, tre passi e un contrattacco. Le lame sono affilate, perché qui non si gioca ai samurai, qui si pratica di vita contro morte, qui danzano uomini e donne veri, la cartapesta dei Maestri della finzione, dei loro studenti della finzione con le loro inutili spade di latta, non abita qui.

Mettere il cuore in una lama non può mai essere teatralità, è un incendio in un bosco, è un buco nero nel ventre. Kenshindo, la “Via dello spirito della spada”, opera nel “qui ed ora”, più che sullo sviluppo lineare di un programma stabilito, è attenta alla figura che emerge dallo sfondo, privilegia l’evento e la discontinuità introspettiva, la crescita del guerriero.

Rinto kata, aggressivi, sporchi e letali. Dove l’amore per la vita è un oscuro sicario, dove quel che meriti non ce l’hai scritto in faccia, ma sul tagliente della lama sì, quello c’è e lo sai.

C’è una parte di me, la sola che mi vuole bene, che scorre e sfila via rapida, incurante dei mostri che l’assalgono. E questa cosa di voler spaccare, mentre ora metto tutto in ordine.

E’, lo so da un pezzo, il cuore dentro di ogni acciaio che luccica, è il nostro Spirito Ribelle che si ritrova a dialogar di spada.

 


Un Lunedì al mese

a Milano

la pratica Kenshindo

 

 





Il Sensei ti apre la porta, ma tu la varchi da solo

 

martedì 4 ottobre 2022

Spingere, che è premere. Tirare, che è cedere

I push hands, (suoishou, tuei shou o comunque si voglia chiamarli) sono variamente interpretati; a loro si attribuiscono caratteristiche e fini sovente diversi, quando non divergenti, tra una Scuola e l’altra.

Per me, la caratteristica principale, quella che è “in figura” lasciandone altre sullo sfondo, è la capacità di costruire una membrana elastica, uno scudo difensivo capace di trasformarsi in scudo offensivo.

Partiamo dalla fisiologia del corpo, generalmente orientata su ritmi binari: compressione ed espansione, condensazione e dispersione, di cui è modello la regolazione del tono muscolare. La nostra muscolatura vive di continue alternanze tra tensione e distensione, che sono la base di ogni nostro gesto ed esprimono i nostri stati d’animo, emos – azioni.

I processi psichici più arcaici agiscono lungo confronti binari che, in situazioni di crescente complessità, si articolano in sintesi dialettiche. Osserviamo l’agguato di un predatore: ogni preda, al momento dello svelamento del pericolo, si immobilizza. Quella che rapidamente muta tale stato in fase di fuga ha probabilità di sopravvivere, quella che indugia nello stato di fissità, muore.

Le azioni di tirare a sé e respingere sono quelle basiche nell’uomo: portare il cibo alla bocca, abbracciare chi si desidera, come accettazione, conoscenza, desiderio di avere; l’opposto è respingere, allontanare, repellere. I push hands sono dunque espressione fondamentale dell’individuo; praticarli riporta all’istintualità, alla ricerca del predatore / guerriero che lottava per la sua sopravvivenza, alla scoperta di quei tratti arcaici che differenziano l’artista marziale dallo sportivo. Ho scritto “differenziano”, senza nessuna pretesa di superiorità dell’uno sull’altro, semplicemente l’obiettivo è diverso tra chi cerca il contatto con la pulsione di morte, con il gioco dialettico vita / morte e chi cerca l’eccellenza nella prestazione sportiva.

Praticarli, per me, significa scoprire che le dinamiche cedere e premere (yeld and push) e raggiungere e tirare (reach and pull) operano, in forme diverse ma collegate tra di loro, nei diversi schemi di coordinazione motoria, sostenendoci sia quando ci flettiamo su noi stessi e sulle nostre risorse sia quando esploriamo lo spazio fuori di noi.

La lentezza nell’esecuzione dei push hands

inibisce la formazione all’esplosività necessaria quando si colpisce?

Nient’affatto. Non solo agire lentamente permette una capacità autodescrittiva fondamentale per conoscersi nel movimento e migliorarsi, ma la variazione temporale tra premere e colpire diventa non più soggetta ad una intenzione, ovvero ad una costruzione di pensiero, ma ad una capacità intuitiva, al percepire ciò che sta dietro le cose, all’apparenza, dentro il dialogo degli opposti con il compagno di pratica, attingendo alla nostra parte “oscura”, animalesca, distruttiva. Così l’esplosione di forza e penetrazione che, in alcuni momenti della formazione si usa, sarà davvero fa jing, o hakkei, e non semplice contrazione muscolare; sarà amalgama, per dirla con Rudolf Laban, della combinazione perfetta di ciò che serve a creare un “full effort” (1), quello necessario in ogni situazione estrema, traboccante cariche emotive; appunto: combattere per non morire.

 

1. “Il tipo di Sforzo che guida una determinata azione determina come tale azione viene eseguita” (https://labaneffortsinaction.com/labans-efforts)

 

 


giovedì 29 settembre 2022

Avedon, la mostra

 

Richard Avedon (1923 – 2004), grande fotografo statunitense, in mostra a Palazzo Reale

Relationships

Oltre cento immagini di ritratti di personaggi famosi quali Marilyn Monroe, Versace, Truman Capote, Andy Warhol, ma anche di sconosciuti.

La mostra narra una parte della sua storia, ovviamente quella legata al mondo della moda nel suo innovativo modo di “guardare” le più famose modelle e di leggere le campagne pubblicitarie di alcuni dei nomi più importanti di quel mondo, ma anche personaggi della politica, dello spettacolo e, infine, alcuni ritratti di perfetti sconosciuti.

Avedon è troppo noto perché io mi permetta di scriverne commentando le sue opere.

Personalmente mi piacciono quelle immagini, rigorosamente in bianco e nero, che odorano di arte capace di emozionarmi, di coinvolgermi. Sono ritratti che paiono parlare, in cui postura e abbigliamento differenziano e caratterizzano il soggetto lasciando emergere quei tratti del soggetto che permettono al visitatore di tracciarne un seppur parziale profilo psicologico. Chissà quanto lo status sociale, la professione, di chi è ritratto influenza lo scatto di Avedon e, di conseguenza, lo sguardo del visitatore!? Chissà se, privati della loro immediata riconoscibilità, avremmo su Marilyn Monroe, Harry Kissinger, Andy Warhol, Truman Capote, uno sguardo diverso!? E quanto, in questo nostro sguardo, peserebbe la lettura di Avedon!?

Unica nota stonata sono le luci: Spesso, guardando una foto, non solo mi ci sono visto riflesso ma ho pure visto riflessa la foto alle mie spalle. Ma, il tecnico delle luci, dove l’hanno raccattato?

A Palazzo Reale (Milano) dal 22.09.2022 al 29.01.2023


 

 

 

 

 

giovedì 22 settembre 2022

Riscaldamento per un atleta, uno sportivo e riscaldamento per un artista marziale

Scrivo di riscaldamento di stampo ginnico, fatto di saltelli, corsa, piegamenti sulle braccia ecc. “Ginnico”, appunto, quello generalmente diffuso sia nelle palestre che in Dojo e Kwoon.

Un artista marziale, uno che pratica e studia l’arte del confliggere, dello scontrarsi, del simulare il salvare la pelle togliendola ad un altro, dunque che contatta la pulsione di morte, come avviene nell’arte della spada; uno che pratica e studia l’arte dell’energia interna, dell’accrescere il proprio potere personale, dello stare bene, stare meglio, al mondo, come avviene nell’arte del Chi Kung, ecco, questi che se ne fanno di un riscaldamento “ginnico”?

Ad un valido riscaldamento chiediamo che induca una pluralità di effetti benefici: combattere la passività dei corpi sollecitando il gusto di muoversi, attivare i fondamentali schemi motori, bilanciare il tono posturale, tutti elementi certamente presenti nel riscaldamento di stampo “ginnico”. Questo è solo un primo passo in cui, comunque, le proposte “ginniche”, per essere valide, devono già avere un senso compiuto, un progetto meccanico – motorio. Il riscaldamento “ginnico” sarà tanto più efficace quanto più sarà costituito di esercizi “ginnici” diversi a seconda dell’importanza data poi nell’allenamento alla catena postero – mediana, deputata all’impegno nell’agire, allo scontro, oppure alla catena antero – posteriore deputata ad appoggio e rimbalzo, ecc.

Nella pratica di Arti Marziali, perché il riscaldamento sia davvero una porta aperta sulla pratica artistica del simulare uno scontro per la vita e/o l’arte della scoperta della consapevolezza di sé e dell’autodeterminazione sulle proprie scelte, credo che occorra ben altro. Infatti, strutture corporee diverse sostengono differenti funzioni psichiche, in modo relativamente specifico.

Mi pare evidente che l’atteggiamento mentale, fisicoemotivo, di un individuo teso a perdere peso, ad aumentare la massa muscolare, a gareggiare nella pallavolo, ecc. non sia lo stesso di chi simula (non finge, “simula”) un assassinio, l’uccisione del suo opponente. Stati mentali simili (seppur non uguali) si potrebbero trovare in chi pratica sport da combattimento, ma, a mia esperienza, non ho ancora trovato luoghi dove questo particolare stato mentale, fisicoemotivo, sia davvero esplorato e costruito anche attraverso pratiche motorie, un riscaldamento, ad hoc, specifico. (1)

A mia esperienza, occorre accompagnare il praticante marzialista verso uno stato fisicoemotivo diverso da quello con cui ha varcato la soglia del Dojo: Una disposizione espansa di coscienza; una disponibilità a lasciare il linguaggio verbale per abbracciare il pensiero analogico e il mondo delle immagini; uno sprofondare nel mare delle emozioni; un contattare la personale componente distruttiva sapendola gestire ed indirizzare.

Così io intendo il “riscaldamento”: apertura verso l’avventura artistica marziale, combattente; altrimenti è solo una pratica “ginnica”, più o meno buona a seconda delle conoscenze del docente, che prepara ad una pratica altrettanto ginnica, sportiva. Cosa del tutto lecita, ma che, occupandomi di Arti Marziali, non mi interessa.

Per questo il “riscaldamento” che io propongo si avvale di esercizi e giochi atti a facilitare il passaggio ad una condizione fisicoemotiva in cui i corpi protagonisti siano corpi artistici, più che atletici, corpi che sappiano stare nel conflitto.

“L’esistenza dell’artista è armoniosa perché egli riesce nel difficile impegno di

dominare le opposte paure, quella di vivere e quella di morire”

(A.  Oliverio Ferraris, psicologa e psicoterapeuta, ‘Psicologia della paura’)

 

“La riluttanza ad uccidere (che sia innata o appresa), il senso della sacralità della vita umana, le emozioni, il rimorso, la compassione:

tutto può essere superato e azzerato tramite l’addestramento”

(D. A. Grossman, ex tenente colonnello dell’esercito USA, ‘On combat’)

Perché c’è una differenza: non meglio o peggio, ma di cuore della pratica, di testo stesso della pratica e di obiettivi tra praticare fitness o sport e arte marziale: Contattare la pulsione di morte, la spinta alla distruzione, è l’elemento senza il quale non esiste alcuna pratica marziale, combattente, e questo contatto inizia già nel riscaldamento.

 

 

1. Due osservazioni in merito:

La prima è che, nella simulazione di una uccisione, il percorso marziale sano è individuare in se stessi la prima e fondamentale preda da cacciare, altrimenti si scade in un delirio distruttivo e di onnipotenza dagli esiti disastrosi.

La seconda è che prassi ed atteggiamenti beluini ed iperaggressivi, quando evidenti nelle competizioni sportive, per esempio nelle MMA, dove l’arbitro deve intervenire per evitare che un atleta infierisca sull’avversario ormai fuori combattimento, testimoniano di un contatto con la pulsione di morte del tutto incontrollato. Fuori controllo probabilmente perché ignorato nella sua esplorazione consapevole proprio nell’allenamento, riscaldamento compreso. Infatti, dopo i combattimenti più cruenti e lo stacco temporale imposto dall’arbitro e dai tempi dello spettacolo: “Terminate le ostilità, le relazioni tra avversari tornano per lo più normali” (A. Dal Lago ‘Sangue nell’ottagono’).

 







lunedì 19 settembre 2022

Festa dan Settembre 2022

Che è animalità e istinto predatorio. E’ scavare dentro ombre e misteri. E’ sudore copioso intriso di profonde passioni. E’ vigorose manate a segnare il volto e piccoli e grandi tagli che lasciano affiorare il sangue sotto lame affilate. E’ vigore e cedevolezza, è flessibilità e quel senso ruvido che ti dà il premere con forza, è sensibilità d’animo e impeto selvaggio, è gentilezza per colpire duro, colpire forte.

Ma è anche gioia, divertimento, sorridere e scherzare. E’ amicizia sincera. E’ sguardo di chi si conosce davvero e si rispetta.

Siamo qui, nella sala di una trattoria del milanese, a festeggiare, ad onorare il passaggio di grado di Giovanni, 2° dan, e del Maestro Valerio, 6° dan.

Siamo qui a scambiare sorrisi, confidenze e battute. A donare, come da Tradizione, a chi ha attraversato un traguardo, il passaggio di grado dan, e sa che il viaggio ancora continua. Il viaggio che, attraverso le pratiche marziali, pratiche di salute e combattimento, è viaggio dentro di sé e il proprio personale stare al mondo.

Souishou, Iron Shirt, forma di Tai Chi Chuan, Yuri e Neri, leve articolari e proiezioni al suolo, pugni e schivate, duelli di coltello e bastone, giochi di evitamento e di scontro, Respirazione Buddista, Danza delle Spirali, la camminata in cerchio del Pa Kwa …

Ma stasera è sera di chiacchiere e buon cibo, Cristiana che bene si integra nel gruppo, il piccolo Ermes che scivola lesto sotto i tavoli; è sera di vino rosso e dei racconti di Davide che narrano di India e di un soggiorno lungo anni; è sera di dolci e degli occhi profondi di Monica, del chiacchiericcio di Donatella, delle risate di Elise e dei gesti di Giuseppe.

Soprattutto è sera di festa per Giovanni e Valerio. E’ sera di doni. Il più grande, il più condiviso, è forse lo stare insieme bene, col passare degli anni, dei decenni e le svolte che ognuno ha dato alla sua vita.

Ecco, è festa di gruppo, che si chiami come un tempo e per oltre trent’anni Z.N.K.R. o, come da pochi anni, Spirito Ribelle. E’ festa di tutti noi, di chi ancora cammina con me e di chi mi ha camminato accanto, che sia stato un anno o dieci, venti o pochi mesi. 

E’ festa di vitalità ed erotismo. E’ festa guerriera.

 

Un grazie ad Elise per le belle foto