lunedì 16 maggio 2016

Verso il viaggio della Notte: il cosa e come, quarta parte.


Kenshindo

 
L’acciaio snudato nel vento e nella notte, primi rossori di un’alba ormai prossima.
Kenshindo (*), la “Via dello spirito della spada”.

A volte mi chiedo se possa cambiare, alterare la sua forma per non farsi avvistare, o anche se possa avere tali allusioni sull’acciaio lampeggiante, da farsi invisibile alle mie ondate di furore e alle mie paure.
Come se il mondo, tutto quello che sono e che provo, potesse girare alla rovescia.
E’ questa l’autentica e misteriosa forza di un katana,

Attorno a noi, la Natura che non ha voce, ma un suo linguaggio sì. Abbiamo solo da ascoltarlo in silenzio, respiri profondi e passi a scivolare sul terreno. Respiri profondi in cui dare il tempo al naso di essere paziente, di scomporre gli odori.
La spada è generosa", penso, scende falciando più condiscendente dello sgretolarsi delle fortificazioni, più semplice di una cascata d’acqua. Davanti a me, ai miei piedi, sibilo evaso nell’aria.

Carbonio lavorato a multistrato,  kobuse kitae composto da uno strato esterno ad alto tenore di carbonio piegato, con al centro un cuore in acciaio morbido. Martellato ripetutamente e piegato più volte.
Acciaio bollente e poi improvvisamente raffreddato, opera forte e dura ed insieme sensibile.
Ma non importa impugnare un Nihonto, un katana autentico. Importa immergersi nello spirito del conflitto, del taglio che trancia e non lascia speranza alcuna. Allora ogni katana, ogni “riproduzione” di katana, fa allo scopo.


Proveremo a vuoto le diverse sequenze del Tameshigiri.
Falciate discendenti ed ascendenti, rapido guizzare di lama in direzioni opposte; fa parte del gioco, come un sorriso assassino fissato nel fotogramma di un film dell’orrore, come quando mi faccio di lato per non vedere lo scontro, e rimando ciò che è inevitabile.
Ma qui non si può più fare.
Le stuoie saranno allineate davanti ad ogni spadaccino. Lo guarderanno senza occhi, mentre il tanfo di paglia bagnata si dissolve nell’aria.
Ognuno avrà un suo pulsare di cuore, ognuno avrà un suo rantolo di pancia.
Sarà il Tameshigiri a chiudere la notte di ogni praticante Kenshindo.

Mentre agli altri, gli adulti che se ne tengono lontani, i ragazzi ed i bambini a cui la giovanissima età impone un passo diverso, più lieve, giocheranno di mani nude. Chissà, poi, forse, qualcuno, più avanti, avrà l’età o il coraggio di entrare nel mondo spietato, che non fa sconti di sorta, di Kenshindo.

 

 (*) Il primo approccio al katana fu con un Maestro giapponese di cui non ricordo il nome. Forse fu il Maestro Toyofuku, o forse il Maestro Myiazaki, allora i primi a portare lo Iaido in Italia.
Un incontro che non mi emozionò. Sicuramente ero troppo immaturo per capire senso e cuore dell’acciaio samurai.

Fu praticando Yoesikan Budo, con il Maestro Mochizuki Hiroo ed i suoi assistenti, in particolare, per la spada, il Maestro Fabrizio Tabella, che mi appassionai al tirar di spada. Anni in cui ebbi qualche rado approccio al Kendo (e molte chiacchiere marziali) con il Maestro Mario Bottoni, personaggio controverso ed inviso ai più ma che, per me, fu enorme e piacevole fonte di riflessione (così lo ricorda un amico, a poco dal suo decesso http://www.kendo.it/wordpress/?p=951). 

Praticando un’Arte moderna, ancorché basata su radici antiche, come lo Yoesikan Budo, mi fu facile invogliarmi ad entrare nel mondo “Tradizionale” di una Scuola antica come era il Katori Shinto Ryu. Docente la Maestra Luisa Raini, ero l’ultimo, più scarso e meno considerato allievo in mezzo a chi o già era famoso, come il Maestro Claudio Regoli, o lo sarebbe diventato di lì a qualche anno, come il Maestro Andrea Re. Ebbi l’opportunità di incontrare Maestri europei di quella Scuola e persino il leggendario Maestro Sugino Yoshio.

Furono gli anni di spada con il Maestro Yamazaki Ansai, i seminari con un altro grande (e ostico) delle Arti Marziali giapponesi come il Maestro Cesare Barioli, poi l’introduzione all’esoterica arte del Kashima Shin Ryu con il Maestro Francesco Dessi, preciso nello spiegarmi che quella era una versione adattata all’Aikido in quanto diffusa dal Maestro Inaba. Questi era fuoriuscito dal tempio di origine della Scuola, che non ammetteva la sua divulgazione a non giapponesi, e ne dava pertanto una sua personale interpretazione. Poi venne l’incontro con il Maestro Sabino Leone, già “commilitone” negli anni ’80 quando entrambi seguivamo il Maestro Tokitsu, che mi mostrò l’eccezionale e flessuosa Scuola del Maestro Kuroda Tetsuzan.

Poi… è venuto il Kenshindo: non uno stile né una Scuola, quanto piuttosto:
Kesnshindo non è “cosa”, realtà reificata. Kenshindo è arte della spada. Essa, come ogni espressione artistica, non mostra alcun prodotto oggettivo, è modo espressivo distante dal fatto e prossimo all’evento. Kenshindo abita il corpo del praticante ed è (esiste) solo nel continuo divenire del movimento. E’, come per la nostra pratica a mani nude, “emozioni in movimento”. E’ ridare all’individuo il senso del corpo come luogo delle nostre dipendenze e luogo della nostra potenza, come casa del mondo reale attraverso i sensi, come immagine di un mondo possibile attraverso l’agire.” (dall’omonimo opuscolo, che verrà integralmente ripreso nel mio libro di prossima pubblicazione “Contatto. Praticare le Arti Marziali Asiatiche come terapia e percorso formativo di individuazione, trasformazione e crescita”)

 

 

 L’appuntamento è per la notte tra Sabato 28
e Domenica 29 Maggio
La Notte del Guerriero
otto ore di formazione marziale “non stop”





 

martedì 10 maggio 2016

Verso il viaggio della Notte: il cosa e come, terza parte.


Wing Chun Boxing

 
Viaggio attraverso territori sconosciuti, viandante che come milioni di altri, a volte si trascina altre corre leggero per distese piane o dentro boschi oscuri, camminando su sentieri tracciati e sicuri.
Qualcuno, più d’uno, si ferma a riposare, fino a scordarsi il dove andare, fino a scordare quel richiamo profondo, par quasi primitivo, che attrae verso l’ignoto. E in quel luogo di agio e sosta si ferma, stanza di un riposo che sa di narcolettico, di esposizione muta allo scorrere che viaggia altrove.
Altri riprendono a camminare, riprendono quei sentieri tracciati e sicuri che li porteranno ad una fine certa, che certa sempre è per tutti la fine, quanto probabilmente avara di erotismo, di vitalità ribelle.

Per anni anch’io ho stentato a riconoscere quel richiamo, tutt’al più dedicandogli modeste ore d’aria srotolate da una prigione quotidiana, a volte erano decisioni importanti, altre scelte ed incontri tutti fuori dal coro, ma il sentiero calpestato era sempre quello tracciato e sicuro. Poche evasioni, poche penetrazioni là dove la boscaglia era più fitta, la luce negata da ombre minacciose.
Come molti, mi caricavo con tutto quello che mi davano e che prendevo con gioia, fiducioso di essere pronto ed adatto al camminare, sì fuori dalla panciuta e sonnolenta strada principale, ma pur sempre su sentieri tracciati e sicuri.

Poi, incrocio strano e pericoloso di angeli eterei a cantare su devastazioni mondane, di fuoco e fiamme che eruttavano da un mondo sotterraneo malevolo ma così seducente nella sua morbosa faccia del male, quei sentieri tracciati e sicuri li ho lasciati.
La chiamata al selvatico, al selvaggio, mi ha preso e portato con sé.
E, passo dopo passo, tra rovi acuminati e fiori scaldati dai mille colori che si rivelavano impestati, tra radici contorte e tenere farfalle che celavano un acre veleno, ho attraversato la terra del Wing Chun Boxing (*).

Istinto primordiale umano (e non solo umano…) di penetrazione irresistibile alla pura e semplice animalità da uno stato di artificiosa meccanica tecnica presunta.
L’aspetto istintivo primordiale riecheggia fino all’estremo, fino ad ogni momento della pratica, autentica primordialità della natura sulla cultura, come a dire dell’istinto sulle costruzioni stilistiche.

Pratica semplice e frugale, il Wing Chun Boxing richiama il modo in cui le persone “normali” reagiscono d’acchito, quando attaccate o semplicemente spaventate, riprende quale posizione e quale comportamento spontaneamente assumono per reazione. E, a partire da questa risposta semplice, la trasforma in gesti e azioni di attacco, lasciando scaturire un’azione efficace o una energica risposta difensiva.
Un “non stile”, in cui qualsiasi tattica, qualsiasi strategia si scelga di vivere dentro, distruggitrice di ogni prevaricazione, in un lampo, in una folgore, in uno schioccar di dita, si compie l’azione letale del praticante Wing Chun Boxing.

 

(*) Arrivò il momento in cui mi accorsi di avere tempo ed energie per arricchire il mio percorso marziale accostandomi ad un’altra Arte oltre a quanto già praticavo. Indeciso tra Thai Boxe e Wing Chun, scelsi il secondo. Un po’ perché già ce le davamo “di santa ragione” col Kenpo, un po’ per proseguire lo studio della sensibilità e della distanza “a contatto” già avviato con il Kenpo stesso e con il Tai Chi Chuan.
Fu un praticare intenso, tra Wing Tsun, American Wing Chun, Wing Chun di matrice Wong Shun Leung.
Furono le domeniche, una dopo l’altra, ad attraversare le campagne del pavese, col sole d’estate o con la spessa nebbia d’autunno, imparando da un docente sconosciuto ai più, Carmine Agostino, che sarebbe poi diventato uno dei primi graduati superiori della WTOI, praticando fianco a fianco con un allora altrettanto sconosciuto Maik Faraone. E i seminari e gli stage con i “capi” della WTOI, sifu Cuciuffo e Boztepe, praticando fianco a fianco con chi, poi, avrebbe preso altre strade portatrici di fama e notorietà, quali Alberto Riccardi (oggi rappresentante in Italia di Sifu Ip Chun), Franco Giannone (che prosegue autonomamente la sua ricerca a Novara, presso “Il Centro”), Dario Battaglia (creatore di un’organizzazione dedita allo studio e pratica del combattimento gladiatorio)
Furono i seminari più che intensi con Sifu Kenneth Anderson . Poi le trasferte a Tortona, da Sifu Regalzi e il suo Maestro, Nino Bernardo.
Fino a costruire, su queste esperienze, un mio personale modo di intendere il Wing Chun, che ne riprendesse le radici essenziali e guerriere; che non si lasciasse fagocitare da dogmi e modelli fissi, leggendo l’essere umano come soggetto ai processi di continua trasmissione comunicativa che avvengono nel campo delle relazioni conflittuali in cui è immerso.
Ovvero, il Wing Chun Boxing.

 

L’appuntamento è per la notte tra Sabato 28
e Domenica 29 Maggio
La Notte del Guerriero
otto ore di formazione marziale “non stop”

 



 

giovedì 5 maggio 2016

Verso il viaggio della Notte: il cosa e come, seconda parte.


Kenpo Taiki Ken

 
Sono i primi decenni del 1900, “Da un Maestro cinese stanco di forme stereotipe, di gesti inconcludenti, di imitazioni pedanti, prende vita un’arte eclettica ed irriverente, devastante nella pratica ed eretica nella teoria. Un Maestro giapponese, già affermato esperto di pratiche marziali nipponiche, dopo averne subito l’efficacia a suon di botte, la studia e poi reinterpreta accentuandone gli aspetti combattivi. Da lì, la diffusione in tutta Europa…”. Così scrivo, presentando il Kenpo Taiki Ken, nel mio libro di prossima pubblicazione “Contatto. Praticare le Arti Marziali Asiatiche come terapia e percorso formativo di individuazione, trasformazione e crescita”.

Ma, certamente, scrivere, narrare la storia è sempre un’operazione di parte, sovente “dalla parte” dei vincitori. (Se ben ricordo le parole del Maestro Tokitsu, questi, ad uno stage a Milano nel Marzo scorso, ne diede una versione diversa).
Possiamo correttamente scrivere che il Kenpo Taiki Ken è un crocevia, un meticciato di una molteplicità di stili ed apporti. Un meticciato in cui, dall’originaria miscela di Tai Chi Chuan, Pa Kwa, H’sing I, ognuno ha tratto l’espressione che preferiva, privilegiando l’una o l’altra corrente di “pugilato interno” (*). Fino all’introduzione, per ogni conduttore di gruppo, di Scuola, delle sue personali esperienze marziali.

D’altronde, è dall’esterno che veniamo connotati e denotati, individuati per somiglianze e differenze. Così come le differenze vengono rilevate anche rispetto a chi, nella Scuola, vi è stato in anni precedenti, attraverso le osservazioni degli allievi ed ex allievi anziani per i quali la pratica “non è più quella di una volta”.
Tutto ciò porta ad un Arte che, frutto di un ampio sincretismo, riunisce sotto lo stesso nome correnti e pratiche diverse e, a volte, in mutamento continuo.

Da noi, allo Z.N.K.R., consapevoli dei passaggi e delle correlazioni tra episodi motori, psicoemotivi, relazionali, siamo coraggiosamente portatori di un vivere che sappiamo non è poi così difficile se coltiviamo il potere di cambiare e un po’ rinascere, se riconosciamo l’animale che sta dentro di noi e lo staniamo, se l’acqua che sta in basso e il fuoco che si erge verso l’alto sanno convivere ed insieme agire.
Per ogni nemico che scopriamo dentro di noi, ciechi o vigliacchi per così tanto tempo non importa, praticare Kenpo Taiki Ken è fare del corpo fisicoemotivo il teatro, il campo di battaglia della soggettività, all’interno di un gruppo di altri guerrieri, che ne condividono e limano gli eccessi narcisistici.

Ecco davvero la formazione individuale che è, insieme, formazione di e nel gruppo, ecco l’imparare ad affermarsi nelle regole del gruppo.

Saranno i Neri ad esprimere emos-azioni incarnate. Sarà Hakkei a violare la tranquillità esponendo il potenziale perturbante ed eversivo di ognuno di noi. Sarà Tanshu, la danza del predatore, ad essere apoteosi della personale portata sensomotoria, dell’agire come promotore intuitivo, della cognizione cinestetica come fondatrice del processo immaginativo e rappresentativo.

Sarà un risvegliare il primitivo, il sotterraneo, per farne forza dolce e guida sensata lungo il nostro personale vivere.

Poiché nessun è solo, è isolato, poiché nel corpo di ognuno di noi vivono il suo personale mondo, l’ambiente in cui cresce, il padre e la madre che lo hanno generato, allora sarà una pratica che farà scoprire di sé anche attraverso gli altri compagni d’avventura, sul terreno del gioco guerriero, gioco di lotta, gioco di relazioni. Io e te insieme.

Allora sarà Kenpo Taiki Ken che “L’arte del pugno permette in primo luogo di rinforzare il potenziale di salute, in secondo luogo di controllare un eventuale aggressore, in terzo luogo apre lo spirito...infine permette, talvolta, di modificare il corso del destino( Sun Lutang ).

 

 

(*) I più noti Maestri giapponesi viventi di Kenpo TaiKi Ken, allievi diretti del Maestro Sawai ( il fondatore del Kenpo Taiki Ken), nella radice comune evidente, manifestano differenze sostanziali, basti guardare praticare Michio Shimada, Nishino Kozo, Isato Kubo, Akio Sawai. E questa è l’Arte !!

La mia formazione marziale, come chi mi accompagna già sa, inizia nel Febbraio del 1976 con il Karate Shotokan e prosegue praticando diverse Arti, diversi stili, diversi sport di combattimento, con diversi Maestri e allenatori.

Tra questi, l’incontro con il Maestro Tokitsu Kenji, in piena (e mai interrotta) fase di ricerca che, di passo in passo, mi introduce al Kenpo Taiki Ken. Con lui, anche il Maestro Yamazaki Ansai ed il suo allievo diretto Ludwig Bosh, che non disdegna di attraversare l’Europa per darmi lezioni private. Mi accosto anche alla versione che ne dà il Maestro Stefano Agostini ed il suo riferimento, il Maestro Sun Li. Questi è un cinese che insegna a Tokio nel Dojo che fu del Maestro Oyama, allenando i duri e potenti praticanti di Karate Kyokushinkai e, per un cinese, farsi apprezzare in terra Giap non è poco !!

Così, il mio attuale Kenpo Taiki Ken nasce da questo retroterra ampio e vigoroso, corroborato da tutte le esperienze che, in questi quarant’anni, ho selezionato e tutt’ora seleziono, come utili alla mia pratica ed al miglioramento degli allievi che mi accompagnano in questo percorso. Allora, vi si trovano, con il Tai Chi Chuan, ampie tracce di Yoseikan Budo e Kali filippino e, come potrebbe mancare!!, la versione che ne dà tutt’oggi il Maestro Tokitsu Kenji.

 

 

L’appuntamento è per la notte tra Sabato 28
e Domenica 29 Maggio
La Notte del Guerriero
otto ore di formazione marziale “non stop”








 

 

mercoledì 27 aprile 2016

Un tranquillo “ponte” a Milano


Sabato

Monica, abile tentatrice, sa dissuadermi dall’andare in Dojo a tirar con l’arco.
Acquattati sul divano, ci concediamo un bel film italiano, “Ho ucciso Napoleone” di Giorgia Farina.
Pellicola avvolta da un simpatico cinismo, allegra e malevola al contempo, distante dalla volgarità e dal banale sentimentalismo che caratterizzano le commedie italiane di questi anni.
A sottofondo della trama, sta la questione “lavoro”, fonte di ansia personale e collettiva del presente.
Ed era ora che dopo tante, troppe pellicole, dedicate ad amori ed amorucoli vari, in questo, come, per fortuna, in alcuni altri film emergenti, si vedano uomini e donne alle prese con l’area lavoro, ahimè infestata da clientelismi, paraculaggine, uso di ogni mezzo, lecito e non, per fare carriera. 
Un crudo e drammatico realismo che, senza scomodare i “padri” della commedia italiana, tra tutti Scola, Risi e Monicelli, si ammanta di un allegro spirito sarcastico, facendoci riflettere su temi importanti senza annoiare, anzi, regalandoci autentici momenti di ilarità.

Il pomeriggio, scartata per i capricci atmosferici l’intrigante visita alle guglie del Duomo, percorso tra decine di sculture e bassorilievi di varie epoche e la vista su tutta Milano e dintorni, scorre lieve e in casa.

La sera siamo alla Palazzina Liberty.
Un tuffo al cuore, per i miei ricordi sessantottini. Ma, questa sera, in un locale egregiamente rinnovato, siamo lì per Shakespeare.
Nel quarto centenario della morte di William Shakespeare, l'Orchestra da Camera “Milano Classica“ propone “Lascia pur che il mondo giri“. Scene di William Shakespeare e musiche originali della sua compagnia, per cui scriveva e recitava, ossia i King’s men, recitazione e canto, tra gli altri, affidati a Benedetta e Beniamino Borciani, due “colonne” dalla compagnia teatrale in cui Lupo si cimenta da alcuni anni.
Musica affascinante, canto che sa entrarti nel cuore, Lupo particolarmente attento ai vari strumenti musicali, lui che una docente della scuola media, colta e appassionata della materia, ha saputo avvicinare con tanto entusiasmo alla musica ed in particolare alla storia della musica stessa.

Domenica

Il pomeriggio, con amici, due passi al parco Forlanini. Uno dei più accoglienti polmoni verdi di questa città.
 
 La sera, insieme, una robusta cena e tante chiacchiere. Chiacchiere rese oltremodo piacevoli da Paolo, uomo colto ed affabile in grado di non usare la sua profonda religiosità come una clava o un elemento di insofferenza verso un … taoista come me !! Niente affermazioni dogmatiche, niente risolute prese di campo, niente banalità (per il mio modo di vedere le cose) del tipo “Se le cose vanno bene, ringrazia Dio. Se vanno male, non prendertela perché Dio sa quel che fa”. Insomma, cattolico praticante ed impegnato nel volontariato, non fa sempre rima con ottuso fanatico.
Chiacchiere che, con l’avanzare del buio e complice un buon vinello bianco, scivolano verso temi leggeri e frivoli, e ci vuole anche questo !!

Lunedì

Tutti in manifestazione.
Veramente io qualche perplessità la coltivavo. Sfilare nello stesso corteo dei partiti politici, che io, memore anche del mio passato professionistico in uno di loro, considero “associazioni a delinquere legalmente riconosciute”; sfilare sapendo che c’è il PD, quello che governa con un delinquente come Denis Verdini, già condannato a 2 anni di reclusione con …  pena sospesa  (!?) e sotto processo per numerosi casi di truffa e corruzione; quello in cui gli scandali hanno costretto alle dimissioni Maurizio Lupi prima, Federica Guidi poi, con la Boschi ferocemente aggrappata alla sedia nonostante il suo coinvolgimento nei vari scandali bancari; quello portato lì dagli intrallazzi parlamentari ma non eletto, alla faccia della democrazia ? Sfilare con i “buonisti” dell’ “accogliamoli tutti”, proprio nel giorno in cui si celebra la Resistenza e la Liberazione ? Sì perché, e sotto casa mia una corona di fiori con i nomi di due ventenni morti per mano fascista me lo ricorda ogni dì, se anche noi italiani avessimo fatto come loro, ce la fossimo tutti data a gambe verso qualche altro pase, chi avrebbe combattuto il fascismo? Possibile che in questo mare tonto di buonisti imbelli, nessuno chieda ai vari extracomunitari provenienti dai paesi in guerra, perché nessuno di loro resta nella sua patria, nella sua terra, a combattere per la propria libertà?  Perché non viene spesa nessuna parola di sostegno per quei pochi che in terra d’origine ci restano e combattono? Tutti dimenticati da mass media conformisti, da intellettuali dalla prosopopea tronfia, da partiti infognati nelle spire dei potentati economici.
Ma è l’occasione per Lupo di immergersi fisicamente ed emotivamente in un movimento di massa, di condividere ideali e valori di alto rilievo. Poi, c’è anche una rappresentanza della sua scuola, mai disattenta a ciò che avviene nel sociale, mai lontana dalla storia e del suo snodarsi quotidiano, come è giusto che sia per ogni scuola che voglia realmente educare e accompagnare i giovani verso l’ingresso nel mondo adulto.
Così, tutti e tre, più Kalì, in corteo.

La sera, ci concediamo un film francese, “La famiglia Belier”, di Eric Lartigau.
Vivace commedia sospesa tra le aspirazioni di libertà di una adolescente e il confronto con la diversità, la disabilità (in famiglia, tranne lei, tutti sono sordomuti). Un film che ci piace proporre a Lupo, lui che già frequenta una scuola ben attenta alla disabilità, che di quest’ultima sa proporre risorse e ricchezza.
Grasse risate, qualche lacrima, una struggente canzone, dal testo incantevole, a condurre il film (https://www.youtube.com/watch?v=-er9ZsnXYkk) ed ogni volta che la riascolto mi commuovo.

Poi, Lupo a “nanna”, relax totale e due chiacchiere con Monica. A capire se stiamo conducendo bene la nostra famiglia, a capire se siamo, con i nostri sbagli, due buoni genitori per un ragazzino in crescita da lanciare verso il mondo.



martedì 26 aprile 2016

Verso il viaggio della Notte: il cosa e come, prima parte.


Tai Chi Chuan

 

Dalla millenaria cultura taoista, cogliamo un corpo che non è meccanica asettica a cui appiccicare formule psichiche. Esso è corpo fisicoemotivo vivente e sognante, corpo protagonista di un elaborato gioco comunicativo, corpo che incontra e si scontra, ingaggia sé e l’altro da sé.
Il Tai Chi Chuan è arte del movimento. Come tale, arte e movimento, non cristallizza, non fissa, non immobilizza. L’individuo che si fa corpo Tai Chi Chuan è tale se crea disegni e forme poi abbandonandoli per creare nuovi disegni, nuove forme, e poi, di nuovo, torna ai disegni ed alle forme iniziali plasmandoli e modificandoli con l’esperienza acquisita e di lì, di nuovo, riparte per disegni e forme ed azioni inesplorate.

Ogni giorno è un altro giorno e su questa cadenza nessuno ha potere. Allora senti dentro il costato quel ritmo, respiro e cuore, quel pulsare, ritmo e cuore, che ti è impossibile scordare.
Solo così il corpo Tai Chi Chuan si rappresenta come eretico, impertinente, a volte anarchico ribelle, un praticante che cavalca l’onda dei cambiamenti. Pratica attraversando la crudeltà della sofferenza ed il disagio del malessere, ma anche accogliendo il pieno gusto del vivere, dell’esporsi, del congiungersi all’altro, del godere e del gioire.
Per questo, il praticante Tai Chi Chuan ama vivere, si lascia alle spalle tutti quei “No”, quegli acri giudizi che vorrebbero farlo bugiardo o servo zelante.

E sarà corpo fisicoemotivo che incontra le sue risorse dimenticate, ravviva l’energia vitale più profonda, guarda ed agisce con gli occhi dell’immaginario, di una suggestione consapevole, di una grandiosa trance, che si apre alle emozioni ed all’erotismo gioioso.

Sarà entrare nella struttura (Xing) e sul suo modellarsi nello spazio (Shi), affermando il potere del corpo di muoversi dal di dentro come un nucleo autonomo di vigore e decisione.
Così fluiranno movimenti che percorrono il corpo tutto, ispirando muscolatura profonda ed articolazioni come forma agevolata di espressione delle emozioni. Abbracceremo un uso consapevole e ritmico dell’alternanza tensione ed estensione, flusso e riflusso.

Sarà respiro profondo.
Perché flusso e riflusso del respiro sono intimamente legati ai movimenti del torso. Perché ogni movimento espressivo della vita trae origine da questo ritmo primario dell’inspirazione e dell’espirazione, in questo congiungersi di forze in un fulcro motore seguito dal sua propagarsi, che richiama alla mente il predatore acquattato, immobile e teso, prima di balzare ed espandersi verso la preda.

Sarà contatto con le proprie emozioni più profonde, in cui lasciar andare la volontà cosciente, l’intenzione (Yi) come è intesa nel nostro linguaggio (“disegno che la mente elabora in rapporto a un fine”; “direzione della volontà verso un determinato fine”) per abbracciare una concezione taoista che interpreta Yi come intento “detto dei sensi e della mente, che è attentamente rivolto a qualcosa” (diz. Garazanti); come “il cuore che colui che parla, pensa e agisce mette in ciò che esprime in suoni, pensieri o atti “( traduzione del sinologo C. Larre). Ovvero qualcosa di intimamente connesso con istinto e pulsioni.

Sarà il Tai Chi Chuan come lo sono andato scoprendo in questi quarant’anni di pratica, attraversando Maestri di diverso spessore (*), attraversando il mio vivere quotidiano. E lo offrirò a voi, perché ognuno ne faccia quel che più gli aggrada, lungo il suo personale cammino di crescita e vita.

 
Un grazie ad Elise per le bellissime fotografie
 
(*) Nell’ambito del Tai Chi Chuan, ricordo il mio primo incontro con quest’Arte, nel 1979, attraverso il M° Grant Muradoff, a cui devo l’avvertimento “Io non insegno un Tai Chi marziale”. Avvertimento che mi ha permesso di tenermi lontano dalle varie “ginnastiche lente” come dai vari Karate tanto smorzati quanto ancora legnosi, venduti come Tai Chi Chuan, per cercare invece quel Tai Chi che non avesse perduto le sue radici combattenti.
“Radici combattenti” che ho trovato, era l’anno 1980, col Maestro Tokitsu Kenji, praticante e ricercatore di prim’ordine, il primo ad introdurmi realmente in quest’Arte. Poi, dopo una breve esperienza con il Maestro Chen Zhenglei, ecco la Scuola del Maestro Erle Montaigue, uomo eccezionale, praticante e docente eccezionale, e con lui i suoi rappresentanti Anthony Walmsley e Vincenzo Staltari.
Tre anni or sono circa, l’incontro con il Maestro Alexandar Trickovic, ovvero la scoperta di un mondo Tai Chi di incredibile efficacia, di cui sono tutt’ora allievo, seppur non certo tra i più abili, che mi ha fatto conoscere il Maestro Wang Zhi Xiang.
Senza scordare il recente incontro con il Maestro Xia Chaozhen, gentile ed affabile portatore di un Tai Chi sinuoso e flessibile, di rara bellezza e semplice efficacia.

 



 

lunedì 18 aprile 2016

Verso il viaggio della notte: Il dove


“Stai con chi è come tu vorresti essere”
(E. Greitens)

 

La “pattuglia” di esploratori dello Z.N.K.R. si mette prontamente in viaggio. La meta è l’Agriturismo “Il Bivacco”, nei pressi di Garlasco, gestito dagli amici Teresa  e Mario, luogo scelto per la quinta edizione de “La Notte del Guerriero”.
Luogo già noto alla Scuola, tra cene sociali, una precedente edizione (la terza, nel 2010) de “La Notte del Guerriero” e l’avventura con il corso bimbi e ragazzi.

Sorrisi ed una gran voglia di stare insieme un pomeriggio intero. Amici di lunga data e amici nuovi. Attorno ad un tavolo, tra pane e salame e buon vino, chiacchiere frivole e i primi accordi perché “La Notte del Guerriero” sia un ambiente accogliente, sia teatro di ombre e misteri e parole notturne per i marzialisti dello Z.N.K.R.
Combattenti di relazioni con se stessi e con gli altri, affidati ad un corpo che è fisicoemotivo, che è sempre in mutamento, che manipola e modella, consapevolmente o meno, lo spazio e il luogo che abita, la rete di relazioni e la comunità in cui abita.

E proprio questo è il primo passo da compiere: acquisire consapevolezza e, con essa, il coraggio di conoscersi a fondo e cambiare, individui autodiretti.  Fare della pratica marziale, in contesti protetti e rituali, una caccia al malessere, un incontro con l’Ombra ed i demoni che la animano.  Fare del corpo fisicoemotivo un esploratore di ritmo, un alchimista degli opposti, un agitatore di bisogni.

A volte sembra un gioco, ed in parte lo è, un gioco che stentiamo a riconoscere che riguardi noi. Poi, tra un pugno ed una schivata, tra un oceano che si apre nel bacino e la sensazione netta che la colonna vertebrale si trasformi in serpente dalle mille movenze pazze, ci scopriamo a chiederci cosa sia quel fuoco che ci brucia dentro e perché le fiamme stiano lambendo anche la nostra personale storia.

Chi l’ha detto che la pratica marziale sia sempre quel che appare e non invece un gioco di illusioni e trasformazioni ed inganni e buchi neri che lacerano un sfondo vigliacco ?
Che senso ha togliersi le mani dagli occhi, se poi scappi dai tuoi sentimenti più profondi ?

Allora, marzialista eretico e sincero, ti senti al centro di ogni cosa, al centro dell’universo, per poi comprendere, ore di pugni e calci, sudore copioso lungo la schiena, che ne sei solo parte, una parte importante, ma solo una parte.
Ora sta a te scegliere di mortificarti per questo o, invece, lottare e liberarti perché questa sia sì solo una parte, ma la TUA importante parte.  Ora entri lungo il tempo e nei posti in cui hai perso aspirazioni e cuore e l’entusiasmo di volare e te ne puoi riappropriare.
Scopri che sei così diverso e altrove, che non hai più voglia di tornare. E non t’importa, come non t’importa lo sguardo estraniato, lo sguardo disapprovante, di chi ti ha visto come eri prima.
Non ti importa perché è troppo bello restare e scoprire quel tempo e quei posti in cui hai ritrovato aspirazioni e cuore e le ali per volare. Perché hai cominciato a viaggiare.

Allora, questo pomeriggio di cielo coperto e aria fresca, di volti amici, di proposte e discussioni, è la giusta apertura verso il viaggio della Notte, “La Notte del Guerriero” che ci attende a Maggio.

 
“Il maestro dell’arte di vivere non traccia confini netti tra lavoro e gioco; tra fatica e svago; tra mente e corpo; tra istruzione e ricreazione. Egli non distingue questo da quello.
Semplicemente, egli persegue l’eccellenza in tutto ciò che compie, e lascia che siano gli altri a stabilire se lavora o gioca.
A lui sembra sempre di fare l’uno e l’altro”
(L. Pearsall Jacks)

 


venerdì 8 aprile 2016

Verso “La Notte del Guerriero”


La Notte del Guerriero
5° Edizione

NdG 2006
 

 La notte tra Sabato 28 e Domenica 29 Maggio, terremo la 5° edizione de “La Notte del Guerriero”: Otto ore di formazione marziale “non stop”, dal calar delle tenebre al sorgere dell’alba.

Una piccola e profonda avventura che, dal cuore della notte, passerà al cuore di ogni protagonista.
Sarà grande la passione di ogni artista del combattere, più grande delle nuvole e della luna; più grande della stanchezza e della paura di non farcela; più grande della sorpresa di un sole che schizza di rosso il cielo che va facendosi pallido.
Otto ore di formazione marziale all’aperto, riconoscendo come voce il vento che percorre la sterpaglia, ascoltando i passi ed i respiri dei compagni.
Maschi e femmine, adulti e ragazzi e bambini, insieme.

NdG 2014
Consapevoli che il corpo è un dato, anzi è il dato, è l’esperienza che ne facciamo ogni giorno, ventiquattro ore al giorno, senza mai smettere. Tutt’al più, ohibò, senza esserne consapevoli.
Eppure il processo che dal sentimento interiore diviene movimento autoespressivo, consiste nel portare nell'ambiente una parte di se stessi.
Nell'esprimere la nostra vita interiore, realizziamo tante “cose”.
Per prima cosa, indirizziamo l'energia e la tensione accumulate durante la fase di mobilizzazione, ovvero scarichiamo la nostra "prontezza ad agire" attraverso l'azione. Per seconda cosa, esprimiamo all'ambiente il nostro stato interiore, così che possiamo suscitare una reazione. Per terza cosa, grazie ( se c’è !!) alla consapevolezza del nostro agire, diamo forma e credibilità al nostro senso del sé.
L'espressione del sentimento non solo scarica la tensione, ma è una funzione del contatto, dell’incontro di sé con l’altro nell’ambiente.

Allora danzeremo di incontro e scontro dentro la cacofonia dei rumori notturni. Ci basterà un secondo, un attimo, per scoprire che ognuno di noi è diverso da un prima così lontano. Ci basterà un incontro con un cuore diverso per comprendere che possiamo vivere imparando a volare oltre ogni ostacolo, a sprofondare consapevoli nei sensi e nelle emozioni.

Sarà attenta e divertita formazione marziale, fondata sul movimento sì come sulla psicofisiologia, affidandosi al flusso vitalistico, all’erotismo dell’agire conflittuale che sempre rassicurante non è, anzi, in ogni corpo che si incontra e si scontra. E sarà, nella singolarità di ogni individuo, anche evento gruppale, perché nella Scuola, nel clan, si consolida il sentimento di gruppo, di collettività.

Una impostazione che sappiamo complessa ed integrata, quanto consci che se io accanto a te, contro di te, respiro, tutto può accadere. Anche, finalmente, scoprire di vivere.
Per questo, dopo le due esperienze ospiti a casa di Enzo, nei primi anni duemila, poi all’Agriturismo “Il Bivacco” (2010) e recentemente a “La Corte Ghiotta” (2014), riproponiamo questa intensa avventura.
Per questo, “La Notte del Guerrieroè aperta a tutti.

Nelle prossime settimane, il dove ed il cosa.

 

“Il guerriero, per essere coerente con se stesso, deve spezzare ogni schema mentale che lo imprigionerebbe nell’ovvio e nello scontato. Agli occhi degli altri apparirà come un incoerente o come un folle perché non si allinea col comune buon senso”
(R.M. Sassone)