lunedì 24 maggio 2021

Nel cuore e nel corpo

Comprendermi, persino amarmi, diversamente; fare di me corpo il tutto che pervade, penetra e danza ogni cosa.

P. Bruegel. Lotta tra carnevale e quaresima
E poco importa se sia la scelta giusta o quella errata, perché il senso, la strada da percorrere non passa attraverso giusto o sbagliato, ma attraverso il sempre meglio, il sempre migliore in una ricerca di cuore e di corpo che mai ho abbandonata.

Ogni nostro cambiamento esige il moto consapevole dell’attenzione, della presenza dentro di sé e fuori di sé, perché l’attenzione si muove come il pensiero e quanto il corpo, in un’armonia che rifugge ogni distinzione.

Pratico, e invito a praticare, chiedendo, con il “Cosa stai provando?”, il fondamentale “Quale rapporto c’è tra ciò che senti, ciò che provi, e ciò che pensi?


E’ la via del corpo, perché tutto è nel corpo, tutto di me, di te, è corpo.

Ogni gesto, ogni movenza, è una trama di punti di sospensione e pause profonde, ed ogni mio muovermi anticipa l’abisso, per lasciarmi poi cadere dentro a immergermi nel succedersi delle onde.

Come nella vita di ogni giorno, quando gioisco e quando intristisco.

Quando chi ho davanti abbassa gli occhi alle punte dei piedi, in un silenzio stonato o invece mi guarda sfrontato buttandomi in faccia che mentire non gli pesa per niente se ha uno scopo, un capriccio da soddisfare ed ogni sentimento, ogni impegno importante, gli è indifferente.

Quando chi ho davanti mi lascia sfiorare da parole dolorose che bruciano sulla pelle o invece mi regala l’omertà vigliacca che va oltre la pelle e il corpo lo deforma da dentro trattandomi come un imbecille.

Kangeiko - stage invernale 2013
Quando chi ho davanti mi concede un’ultima possibilità di fare l’amore o invece mi costringe nel recinto dei senza desideri, dei senza passione.

Ogni parlare, lo sai, esprime un sapere che respira; ogni gesto del corpo esprime la moltiplicazione delle attribuzioni di significato che a volte amalgama altre separa.

Quando ripercorro paesaggi di neve e notti fonde bucate da teneri guerrieri in giacca blu e pantaloni neri, provando a costruire tra medioevo nipponico e italiana modernità un ardito ponte.

Quando ritrovo le mie stesse fattezze giovanili sul volto di mio figlio Kentaro o sprofondo dentro gli occhi verdi di mio figlio Lupo.

Quando gusto quella sensualità capace di disvelare dolcemente, uno ad uno, i sottili lembi che infagottano il cuore umano.

Se chiudo gli occhi io rivedo tutto e so che anche stavolta ce la farò, che la vita è troppo breve e bella anche se dall’altra parte c’è sempre qualcuno che se ne dimentica e ne vuole fare una landa brulla.

Questo è praticare Spirito Ribelle. Questo è autentico cuore e corpo in azione.

 

“Insegnare significa trasmettere un’esperienza”

(L. Irigary)

 



 

 

lunedì 17 maggio 2021

Ddl Zan, Fedez, femminismo, Lgbt e splendide castronerie

Vociare e pretendere, mettersi in mostra a qualsiasi costo su qualsiasi argomento, l’ergersi a “maître à penser” ad opera di nani e ballerine, per citare Rino Formica che di questo se ne intendeva.

Lo chiamarono “lavoro flessibile”, intendevano “lavoro fragile”, “lavoro precario”; occupazione professionale, (quella che ti dà i soldi per vivere), non più certa, non più scontata: in una Repubblica “democratica, fondata sul lavoro” (art. 1 della Costituzione) il lavoro spariva, diveniva una incerta possibilità.

Col lavoro flessibile, quello incerto, quello dei contratti a tempo determinato o a chiamata, nasceva una personalità umana altrettanto incerta, precaria.

Prendeva forma e diveniva “massa”, la persona con una scarsa fiducia in se stessa, che si scopre vulnerabile, indifesa, non più tutelata.

L’uomo si trova immerso in quella che il sociologo Ulrich Beck in “La società del rischio. Verso una seconda modernità” scopriva essere una società che costringe gli individui a fare scelte con esiti imprevedibili in nome del progresso, finendo in una condizione di incertezza.   

La flessibilità ha finito per sviluppare sull’uomo un potere di corrosione della personalità: se da un lato risulta più libero, dall’altro è sovrastato dalla condizione di frammentarizzazione ed incertezza che la flessibilità porta con sé.” (La flessibilità del lavoro. Università di Siena. 2017)

A seguito di questa svolta e all’interno di un capitalismo sempre più sfrenato, entra in crisi l’idea di comunità, di collettività, spariscono i contratti collettivi di lavoro: il lavoro si contratta e si tutela individualmente.

La “società liquida”, annunciata da Zygmunt Bauman, considera l'esperienza individuale e le relazioni sociali segnate da caratteristiche e strutture che si vanno decomponendo e ricomponendo rapidamente, confusamente, in modo incerto e volatile.  Nel pantano della “società liquida” sguazza l’’uomo frammentato, l’uomo solo.

Solo e portatore di caratteristiche contradditorie e confusamente mischiate tra di loro: narcisismo e nichilismo, voglia di emettere un giudizio su tutto, necessità di mostrarsi, di apparire, costruttore di relazioni sociali superficiali (gli “amici” su fb), dedito alla soddisfazione di ogni capriccio, drogato anelante la “realtà aumentata”.

In questa totale libertà sfrenata una sola cosa resta ferma, indiscutibile: lavorare, sempre che tu il lavoro lo trovi.

Non importa quel che fai del tuo tempo libero, l’importante che è che tu sia disponibile, pronto a lavorare, anche sette giorni su sette, anche senza pause, anche senza tutele.

In questa nefasta situazione, sboccia evidente l’attenzione mediatica e quella individuale sui diritti, sulle libertà personali.

Così, dati del 2020, in Italia a fronte di oltre 1.000 morti sul lavoro, abbiamo poco più di 120 femminicidi e 130 aggressioni omofobe.

Certo, deprecabili e a cui dedicare attenzione, cultura e leggi le ultime due, ma perché nessuna attenzione mediatica, politica e culturale viene dedicata agli oltre 1.000 morti su lavoro?

Pensateci un po', quanti servizi e dibattiti in televisione, quanti politici ed intellettuali, avete visto esporsi ed impegnarsi per gli oltre 1.000 morti sul lavoro?

Già, ma il lavoro, tutelato o meno, non si deve fermare mai: questo è l’imperativo dello sfruttamento capitalistico, questo è il diktat bene accetto da tutti, o quasi.

Così non stupisce che al concertone del primo Maggio, il sindacato, o quel che ne resta, abbia allestito un palco sponsorizzato da Eni e Banca Intesa. Che un cantante milionario, in occasione della festa dei lavoratori, si sia profuso a sostegno del mondo Lgbt ma nessuna parola sul lavoro ed i morti sul lavoro.

Allora diciamola tutta, ci sta che in questa trista deriva l’ideologia capitalista domini incontrastata e che questo comporti una altrettanto trista deriva individualista.

Una deriva dove, per difendere la sessualità diventata liquida, informe anch’essa, si faccia strada il diritto ad essere “Certe mattine mi sveglio più maschio, altre più femmina” (dichiarazione di Madame, altra “cantante” di recente successo).

Una deriva dove una biologa, Barbara Gallavotti, dichiara che l’omosessualità in natura " è estremamente diffusa e prevista nell'evoluzione".

In natura, il leone che diviene capo branco uccide i piccoli che non sono suoi figli: facciamo così anche da noi? O la “natura” fa comodo citarla solo nelle situazioni convenienti?

Ma forse la Gallavotti voleva mettere in guardia da un accostamento acritico alla natura, lo fa quando, a fine intervista, si chiede se noi vogliamo comportarci come i moscerini della frutta. Forse, certo è che i mass media, quest’ultima affermazione l’hanno fatta scomparire dando invece risalto alla semplicistica equiparazione uomo – natura che sdogana appieno l’omosessualità.

Una deriva dove ARCIGAY è bene accetta, aperta e democratica, ma ARCILESBICA, che si pronuncia contro il Ddl ZAN, è tacciata di essere conservatrice e di destra. Notate che entrambe sono ARCI, associazione storicamente a guida condivisa PCI e sinistra PSI, che negli anni ha sempre mantenuto una linea politica e culturale vicina agli ambienti riformisti e progressisti.

Una deriva dove “la battaglia per i diritti civili è un’arma di distrazione di massa per coprire le nefandezze compiute sui diritti sociali. Il Pd si è ridotto ad essere una riedizione del partito radicale, che si batte per i diritti gay ma poi cancella l’articolo 18 e le conquiste dei lavoratori del dopoguerra”, ed ancora “Io mi sono sempre impegnato a combattere l’utero in affitto: una pratica nazista, degna del dottor Mengele. Mi hanno massacrato per questo, ma continuerò a rivendicare questa battaglia. La voglia di avere un figlio è un desiderio: e i desideri non sono diritti. Specialmente quando consistono nello strappare figli alle madri povere del terzo mondo, per essere venduti su un catalogo, come fossero una merce

(Marco Rizzo in https://www.agenpress.it/marco-rizzo-partito-comunista-intervista-a-la-verita-se-la-sinistra-e-il-nulla-di-fedez-non-ci-prendo-neanche-il-caffe/)

DA LEGGERE!!

 Una goffa e trista deriva narcisista e individualista premiata dai mass media in ogni sua forma: avete notato che ormai ogni pellicola cinematografica, ogni serie televisiva ha sempre al suo interno almeno una coppia, una relazione omosessuale?

Una goffa e trista deriva narcisista e individualista che non lascia indenne niente e nessuno, dalle favole per bambini ai monumenti, in un’orgia di antistoricismo e delirio di onnipotenza individuale che si chiama “cancel culture”, “politically correct”, “quote rosa”, persino apertura alla pedofilia: non era consentita anche nell’antica Grecia o nel Giappone medioevale? (http://www.opinione.it/politica/2021/04/28/ruggiero-capone_ddl-zan-tirannide-ateniese-omosessualit%C3%A0-ipparco-parlamento-transessuale-quote-rosa/)

Una goffa e trista deriva narcisista e individualista che si beffe dell’articolo 3 della Costituzione italiana, quello che prevede che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, dedicandosi invece con tutte le forze alla difesa di questa o quella minoranza di moda al momento. 

Importante è non toccare il lavoro, non mettere in discussione la centralità del lavoro e che importa se questo significa oltre 1.000 morti ogni anno. (Lavorare rende liberi? http://tiziano-cinquepassineldestino.blogspot.com/2012/01/)

Ma ormai siamo una società così, dove devi avere un’opinione, anzi, una certezza su tutto e senza pretendere di guardare l’insieme, di inserire il “fatto” in oggetto in una rete di relazioni, in uno sfondo e dentro una cornice.

Rapido, rapido, sì o no, trionfo del sistema binario, bianco o nero, Roma o Lazio. L’ignorante partigianeria, quella superficiale, al potere!!

Nessun dovere verso la memoria, il ragionare approssimativo, l’ostentare la più volgare aggressività dialettica sono le forme ormai dominanti e vincenti della conoscenza della realtà e della sua comunicazione.

Allora non stupiamoci se le pretese individuali la fanno da padroni, abitano una ribalta senza contraddittorio, pretendono di divenire leggi e minacciano la libertà d’espressione.

Non stupiamoci se a osannare una certa minoranza troviamo chi dava dei “figli di cani infami” (https://www.angolotesti.it/F/testi_canzoni_fedez_67547/testo_canzone_tu_come_li_chiami_1199876.html ) alle forze dell’ordine, quelle stesse forze dell’ordine che gli tutelano la sfavillante Lamborghini; se un periodico radical chic mette in copertina un uomo incinto; se in un paese in cui il 5 per cento della popolazione è gay, lo 0,1 per cento è trans e secondo l’INAIL sono 554.340 gli infortuni sul lavoro denunciati nel 2020, 1.270 quelli con esito mortale, cantanti ed intellettuali, politici e starlette dello spettacolo, giornali e reti televisive, dedicano tutta la loro attenzione ai primi e non ai secondi, ai diritti individuali e mai a scalfire il moloch del lavoro.

“Un dato è certo: l’omosessualità è una questione resa oramai neutrale, come il femminismo, da parte di un sistema che ingloba ed assimila tutto, omologa ogni istanza, disinnescando il carattere eversivo, di classe, di vertenze che potrebbero detonare fermenti rivoluzionari”

(Lucio Garofalo)





 

 

lunedì 10 maggio 2021

E tu sei corpo

 Ogni volta mi sembra di rivedere dettagli, dove il tempo aggiunge sempre incerti ricordi.

Mi muovo lentamente, danzando fluido le immagini che sono e sospendo il tempo che oscilla tra una pressione ed una trazione.

Mi scopro nella colonna vertebrale, curioso come solo un bambino sa fare, mi muovo dentro una relazione con lo spazio, fuggendo una intenzione che si restringa al corpo solo.

“Andare incontro a” e “Respingersi da”, ecco le due propulsioni fondamentali, quelle da vivere, da agire scoprendo un’organizzazione sequenziale dell’ossatura che vive tra allungamento ed addensamento.

Poi la colonna vertebrale sentita, agita, nella sua corposità, nella sua tridimensionalità, scoprendo così, nella faccia anteriore, i corpi delle vertebre e i dischi intervertebrali, quelli adatti a trasmettere la forza di gravità, mentre tocca ai processi spinosi laterali e dorsali, la faccia posteriore della colonna, spingere alla mobilità. Altri ed uguali modi di scoprire Yin e Yang.

In fondo è con le mani che facciamo un sacco di cose, ma quanto siamo corpo nella sua interezza, nella sua sequenzialità?

Fantasia di movimento, quando interrogo me corpo là dove si esprime in un linguaggio simbolico, recuperando il primitivo del rettile che striscia e la curiosità del bimbo che gattona; me corpo che si apre a quel sapere vivente che sempre ci suggerisce altri modi, altri come.

Si apre una percezione attenta all’architettura del pavimento pelvico e delle ossa del bacino lì coinvolte. Scopro che avevo una coda e che quella coda serviva e, a saperlo, serve tutt’ora.

Vallo a dire ai meccanici della ginnastica, del fitness, ai proprietari del corpo che non sanno invece di “essere corpo”, alla pletora di uomini e donne immersi, sprofondati, in una pratica irriflessa, alienata, massificata, a tutti quelli che non sanno ascoltare l’apertura dei sensi al mondo.

A volte mi sento solo come una goccia fuori dalla finestra, a volte trovo arduo riconoscere eros e thanatos, amore e morte, in questo me corpo che insieme desidera tempo e spazio.

Forse è questo il vivere appieno, vitalità ed erotismo, l’aspettare e il condividere, ascoltare il fluire e accompagnarlo dentro il corpo e fuori, nello spazio.

E non mi fermo mai ad osservarmi, che ho imparato ad osservarmi nel movimento, e non mi perdo mai nei miei respiri, semplicemente abito dentro Poteri Potenti.

 

 


sabato 1 maggio 2021

E tu, sei un innovatore o un riproduttore di modelli?

A guardare il panorama dei docenti, nell’istruzione scolastica come nella pratica fitness, nelle Arti Marziali come nella pittura ecc. noto in loro una desolante carenza pedagogica ed andragogica.

Sono costoro infatti, salvo rare eccezioni, meccanici diffusori di un apprendimento inteso come monotona e monocorde ripetizione di contenuti dati, cristallizzati nel tempo e, nella pratica marziale e di combattimento come in quella salutistica, avulsi da un utilizzo concreto, efficace, spontaneo, nel quotidiano.

Invece, un vero esperto, cioè che ha fatto “esperienza” della materia proposta e di questa “esperienza” personale è abile nel farne un percorso sempre attuale, in grado

- sia di adattarsi ad ogni singolo studente,

- sia di agire nel vivere quotidiano dello studente stesso,

ha tra le caratteristiche qualificanti la capacità di affascinare lo studente, stimolandolo a cercare soluzioni e non risposte precostituite, a non smettere mai di sperimentare e mettere alla prova quanto va studiando.

Per questo, deve essere lui stesso un … esperto di errori!! Uno in grado di guardare ed affrontare le cose del sapere, le cose della vita, con un pensiero divergente (1), con la capacità di fare di ciò che sa il materiale per costruire elementi nuovi, fino ad ora inconsueti, non svelati.

In questo è guidato

  • dall’evidenziare nello studente il percorso di crescita piuttosto che le sue mancanze; di più, dalla capacità di fare di queste mancanze, resistenze e deficienze, uno strumento di consapevolezza che permetta allo studente di operare un salto di qualità verso il miglioramento;
  • dal proporre la materia facendo leva sul continuo interagire tra cognizione ed emozione, attingendo alle personali ed inconsapevoli risorse dello studente. In questo innovativo modo e sempre ponendo in primo piano il trittico prassi – teoria prassi, occorre prima fare dell’esperienza concreta e solo successivamente investirne il bagaglio cognitivo.

In estrema sintesi, queste sono due delle caratteristiche fondanti un buon insegnamento, dunque un buon insegnante. E guardandomi in giro, non vedo docenti di Arti Marziali, di pratiche salutistiche, così forniti ma nemmeno, ancor più grave, consapevoli dell’importanza di queste caratteristiche per ottemperare al meglio al loro compito, dunque disponibili a praticare, studiare e mettersi in discussione per dotarsene.

Ecco, qui, pur a malincuore, colgo anche una mia mancanza: non ho saputo né so tutt’ora coinvolgere altri docenti perché si scoprano “nudi” davanti al popolo e corrano a vestirsi. (2)

Sì perché, come scrive Alberto Oliverio, neurobiologo e docente di psicobiologia: “I creativi (….) devono anche cercare di diffonderle (le innovazioni) opponendosi alle resistenze del sistema, ai conflitti che spesso generano le novità: devono quindi essere capaci di convincere in prima battuta quanti appartengono al mondo dei pari”. (A. Oliverio in Conflitti Anno 20 n. 2 – 2021).

Faccio ammenda di questa mia mancanza. Forse, in questo, sono davvero scarso, manco di capacità pubblicitarie, o magari sono troppo riservato per andare in giro a “vendere saponette”, anche se sono quelle davvero in grado di fare una bella pulizia e non le ciofeche che vanno per la maggiore!!

O, anche, non sono ancora maturi i tempi, nonostante Bruce Lee e Danilo Dolci, Bonnie Bainbridge Cohen e Moti Nativ, Moshe Feldenkrais e Daniele Novara e tanti altri ancora, che siano docenti di Arti Marziali o pedagogisti, combattenti di professione o studiosi del movimento, perché la cappa dell’ignoranza lasci il posto al sapere autentico, quello che non smette mai di cercare ed interrogarsi, quello efficace ed efficiente nella vita di tutti i giorni come nelle occasioni eccezionali di crisi e scontro.

Il pensiero dominante, anche nel campo del corpo e del movimento, delle Arti Marziali e delle pratiche salutistiche, è ancora, nel terzo millennio, terreno di supremazia dei molti “meccanici” del corpo, corpo inteso come oggetto, Korper, individui che non sanno di essere corpo e credono di avere un corpo

(vedi qui http://tiziano-cinquepassineldestino.blogspot.com/2020/10/  Il corpo in vetrina. Tu in vetrina”).

Ad ancora pochi, quelli illustri e quelli, invece, sconosciuti come me, tocca un ruolo marginale, più o meno di nicchia; a noi che non vogliamo confinare la poliforme realtà nei confini rigidi di una teoria e scegliamo, erranti, eretici e ribelli, di abbracciare il cammino dell’esperienza.

 

 

1. Il pensiero convergente è quello che risolve i problemi a partire da come i problemi sono impostati. E’ il pensiero, l’intelligenza che va per la maggiore, aiutato in questo dall’essere la “forma mentis” del computer, dunque dello strumento di studio e conoscenza d’uso quotidiano: tu al computer puoi risolvere il problema dato solo nei termini, nelle regole, imposte dal programma. E’ il pensiero dominante nell’istruzione scolastica, dove allo studente si chiede di saper dare risposte preconfezionate.

Il pensiero divergente, invece, opera cambiando l’impostazione stessa del problema, è in grado di trovare relazioni tra idee, concetti e processi che apparentemente non hanno alcuna somiglianza.

Per saperne di più: https://lamenteemeravigliosa.it/pensiero-divergente-cose/

2. “I vestiti nuovi dell’imperatore” di Hans Christian Andersen.

 

 



"Il nostro pensiero non è se non un gioco molto raffinato della vista, dell'udito, del tatto; le forme logiche sono leggi fisiologiche delle percezioni dei sensi.

(F. Nietzsche)

giovedì 22 aprile 2021

Kenshindo – Il seminario di Aprile 2021

 Nessuno di noi è caduto dal cielo, dunque nessun motivo può spingerci a buttarci giù.

E poi le stelle che precipitano dal cielo nella notte ardono ancora così luminose.

 

Comincia dal profondo, ed è solo un sentimento interiore, una voce del cuore che non posso più negare

e pretendo invece affrontare, affrontare impugnando acciaio affilato, acciaio affamato.

Sono un Ribelle e un sognatore, non cerco un posto dove scappare ma solo un luogo senza tempo dove toccare il mio cuore e liberarmi per la vita affrontare.

 

Sei adulti del terzo millennio a scuotere l’Ombra di sé, a conoscere di sé attraverso la morte che l’acciaio da.

Tra loro, io, il Sensei, ovvero “colui che è nato prima”, sento l’urgenza di inseguire il mio sogno, libero di cacciare, libero di affrontare ogni buio profondo e senza fine.

 

La mia decisione l’ho presa da tempo, quando ancora ero giovane, e la promessa l’ho mantenuta negli anni, nei decenni.

Nasce una leggenda personale, una storia avvincente, mentre gli occhi del mondo nemmeno osservano, nemmeno si curano, presi da un altro che addolcisce ed avvelena insieme.

Sono loro la moltitudine, quelli del pensiero unico, del consumo senza uso: quelli che al fine vinceranno. E sarà la vittoria delle ossa inerti, della polvere e delle amebe. Del futuro che non mi sarà dato vedere ma che mi è dato annusare, palpeggiare, Moloch ormai quasi adulto.

Allora le voci di alcuni dei miei compagni di spada, compagni di follia.

 

Silvano B.

.. primo approccio alle due lame, qualcuno (io) già in confusione nella vestizione con hakama e Kaku obi , nodo eseguito alla perfezione come nelle migliori scuole tradizionali giapponesi tipo allacciatura scarpe da ginnastica ... si comincia. Anche se consapevole che i “ legni “ sono anch’essi armi mortali in mano esperta , infilare  i due acciai nella cintura mi da una strana sensazione, è come se finora mancava qualcosa , certo poi ti trovi ad incespicare in qualche cosa che prima non c’era e “ riparti “ da zero , però dai non è andata male ... in un mio momento di vanità ho voluto provare (non in programma) l ‘estrazione simultanea di katana e wakizashi , la prima volta è stata a mia parere fluida ,senza pensarci , quasi naturale, non mi è passato per la mente neanche per un istante che a volte con i “legni “ mi taglio braccia e polsi ,  sarà stata

l’inconsapevole consapevolezza che ora impugnavo acciaio che mi ha protetto... la seconda, gasato della mia performance di un minuto prima, naturalmente mi sono impaperato un po’, ... quando pensi di fare qualcosa in modo meccanico e ripetitivo il più delle volte non funziona, ogni momento è a se’ stante ... in conclusione bella giornata belli noi samurai 4.0 e bell’inizio due lame .... “La semplicità è l’ultimo stadio dell’ arte e l’inizio della natura” (Bruce Lee)

 

Giovanni L.

Un'alba in costrizione tra una cintura nera non adatta alle due spade e l'incertezza nel nuovo salto, tutto sembrava troppo stretto. Pimpumpam tsuka contro tsuba , scandivano il ritmo caotico in quel nuovo spazio sconosciuto.

Si rivelò però come il camminare dell'infante, un paio di cadute e via, spedito e barcollante che in un crescendo prese forme adulte, il fascino il potere potente dell'acciaio.

Respirare liberi, vivi.

 

 

Tutto questo percorso di ricerca e dolore che intraprendiamo ci porta ad amare i nostri errori, perché tutti noi condividiamo l’orgoglio di abitare questa atmosfera antica, di uomini guerrieri, che non c’è più.

Codici d’onore, sentimenti, cadere e poi rialzarsi, sbagliare e poi giudicarsi.

E non siamo mai soli, in questi seminari Kenshindo.

E riusciamo a sorridere, di più, a cavalcare le onde grandi di un vociare stupito ed allegro.

 

 

L’acciaio per uccidere e il sorriso per vivere. Non grandi uomini, non grandi donne, ma almeno cerchiamo di essere veri, di essere autentici.

Così io scelgo di non obbedire. Mai.

 

Nessuna scorciatoia per abbracciare comode fughe. Tre ore di katana e kodachi, tre ore di Kenshindo per sorridere e sudare, concentrarsi e divertirsi, mai stanchi di cercare e combattere.

 

Sono sveglio, sveglio davvero, e tutto ciò di cui sogno è un posto dove tutti questi pensieri si fanno carne, si fanno vita.

Quel posto è dentro di me, quel posto è ogni relazione sincera che mi vede partecipe.

Sono Poteri Potenti. Per tutti, ma scelti da pochi.










lunedì 19 aprile 2021

Elogio dell’irrequietezza nella quiete

La sera, preludio alla notte nera, mi sanguina la bocca e mi stupisco sempre della gabbia di ricordi che abitano il collegio senza finestre possibili della mia memoria.

In testa non ho un arcobaleno né un rosario certo di convinzioni.

Nel cuore, nel ventre, nemmeno.

Più probabilmente mi abita una luna e anche una stella polare: colei che, suggeriscono i taoisti, saprebbe indicare la Via ad ogni guerriero errante che la terra tutta sa abitare.

 

E se intere generazioni si affacciano su flash mob e podcast di consumo immediato, io, impugnando un katana o danzando sottili forme Tai Chi Chuan, fendendo di coltello l’aria calda o sgusciando guerriero del Kenpo Taiki Ken, rivedo i passi giovanili con un respiro profondo che anticipa la fine.

La fine…che questo è il tempo del massimo sfruttamento, di una razionalità totale che impone di togliere, emarginare tutto quel che è pulsione, che è irrazionale.

 

L’uomo, dunque, che è anche irrazionale, perché l’amore, il sogno, l’immaginazione sono irrazionali.

L’uomo che non è più significante in sé ma per la sua prestazione: importa solo cosa è utile, cosa, a sua volta, produce business, produce affari e a culo ogni erotismo, ogni vitalità, ogni seduzione.

 

Io, invece, procedo, imparo e propongo ad altri di imparare decidendo di non mostrare a priori, di non partire dal modello, dalla tecnica, ma dalla ricerca delle soluzioni; io che offro un apprendimento come problema personale da risolvere e non come un modello generale da replicare. L’ho già scritto: Dalla tecnica non si parte: si scopre.

Io, cosi operando, se da un lato paio conformarmi ai dettami della Tecnica, del massimo sfruttamento: “Raggiungere il massimo degli scopi con l’impiego minimo dei mezzi”, in realtà ne sfondo i dettami, ne sfaldo i confini.

Perché, se è vero che ogni praticante Spirito Ribelle si muove di corpo, sta in salute e, quando abbisogna, mena le mani come pochi sanno fare; che ogni praticante Spirito Ribelle coltiva, col benessere, la qualità intensa che è di pochi del bell’essere, lo fa nel solco di una Tradizione adulta e sapiente che la logica Tecnica nemmeno sa essere esistente.

 

Lo fa attingendo alle personali e profonde risorse di ciascuno, dunque un “impiego minimo di mezzi” ben diverso da quello usuale in ogni branca e arte ed esercizio che alla Tecnica si conforma; impiego “minimo” che è invero “massimo” nell’impegno che ogni Ribelle mette nell’esplorare le sue terre interiori lasciandoci la sua orma.

Lo fa scoprendo che “il massimo degli scopi”, oltre ad essere un “massimo” di grandezza ben elevata, nasconde “scopi” altri, in partenza inaspettati, persino sconosciuti.

Lo fa scoprendo nel mistero del viaggio, nell’entusiasmo del praticare il gusto forte, l’appagamento che, invero, non appaga mai e lo “scopo” passa così in secondo piano come accade di ogni cornice in un’opera d’arte.

 

Certo questa mia non è l’idea reggente, quella su cui poggia il camminare, il praticare di chi a volte è servo ed altre è padrone, scialbo mimo di un pensiero alienante che tutto tende a conformare.

Piuttosto è quell’immobile raffica che ti esige fino all’ultimo, ti chiede un’irrequieta versione e un mai definitivo andare a capo. E lo fa prendendoti tutto, se glielo permetti, mentre ti aggiri dentro il corpo e scopri ciò che resta muto.

 

Gli ignavi inciampano sui ciottoli, i ladri rubano nelle case e dentro le relazioni, per i soldi e la carriera un uomo, una donna, nemmeno si accorgono che arriva la sera; per un capriccio da consumare o un trofeo da esibire un uomo, una donna, nemmeno si provano il loro odore di sterco a coprire.

 

Sta a chi mastica irrequietezza privata, personale, dentro il proprio mondo di quiete atemporale, dentro quel centro di gravità che il cantore cantava “permanente” e che io so, come sfera, essere però mai autoreggente, sta ad ogni Spirito Ribelle questo selvatico ed avventuroso cercare e fare.

Che sono Poteri Potenti, ti piaccia o no.

 



sabato 3 aprile 2021

Come una forza

 

Guerriero anziano, saggio degli errori e delle mancanze, fragile dei saperi e delle esperienze.

Perché il male non è mai là dove appare.

Allora grida forte quel che resta dell’istinto animale, l’unico a starmi accanto, l’unico che conosce il mio animo stanco.

E’ un'arma che so adoperare, quando decido di dare cose agli altri, quando gli altri non decidono di dare cose a me.

E se dentro resto opaco io non mi accontento del 

danno, anche se conosco la profondità di superficie di tutti quelli che incontro e so che non ce l’hanno.

 

Ogni mio gesticolare, ogni mio agire nello spazio è scegliere e collocare accenti ed organizzare frasi, in un sabotare ancora caotico di energie muscolari.

Ogni cosa che confondo per quello che cerco è novità, è poesia di movimenti del corpo nell’ambiente ed oltre, dove immagini evocative sanno portarmi anche quando è sconveniente.

 

Riesco a perdonarmi ogni volta che ci immergo le mani ed il cuore, ma non riesco a dimenticare gli artigli del vigliacco e lo schifo del mentire che porta dolore.

Guerriero anziano, mi prendo cura di me, come mi suggerisce la voce dolce ed i riccioli morbidi, sono gentile con me come lei vuole.

Interrogo il corpo trovandolo là dove danza e combatte un linguaggio simbolico, dove sta e fa spazio a quel sapere vivente che non smette mai di sussurrarmi altri “come” e “quando” in un alternarsi diabolico.

 

Nessuno è un fiore al buio in una serra, nessuno dorme per forza tra le lenzuola poste sulla aspra terra.

Hai solo da scegliere tu chi sei e come sei.

Costa fatica? Perdio, se è vero. Ma vivere è l’unica cosa che hai, che ti resta.

Sono Poteri Potenti, se ti basta.